La Brigata Giustizia e Libertà Valle Roya

Francesco Tosello, tra le sue memorie, ha scritto di sua mano i nomi dei suoi compagni di Peirafica nel gennaio 1945, quando il distaccamento si occupava soprattutto di mantenere i contatti con la Francia alleata

Una recente pubblicazione, condotta con criteri storici, seppur condensata in un volumetto di poche dozzine di pagine (1) e preparata con intenti commemorativi, attingendo alla sicura fonte di un archivio partigiano che pensiamo sia fra i più completi esistenti (2), ci fornisce, la prima organica testimonianza su quella che fu, nell’ambito dell’attività partigiana piemontese, l’esperienza certo di maggior interesse, non solo militare ma politico, vissuta da una formazione; ossia la cronaca della vicenda in cui fu impegnata sul Fronte delle Alpi Marittime <1, nell’inverno ’44-’45, alle dipendenze operative della Ia Armata Francese, la brigata « Carlo Rosselli » di Valle Stura, incorporata nella la Divisione Alpina G.L. del cuneese, le cui bande controllavano appunto, oltre alla suddetta, le valli della Grana, del Gesso, della Vermenagna e della Roja. Questa esperienza «internazionale» del partigianato piemontese (3) presenta, per le forme del tutto particolari in cui si svolse e per l’importanza che rivestì, aspetti degni di un attento esame. Gli elementi che denunciano tali singolari caratteristiche sono svariati e comunque si riassumono chiaramente nel fatto centrale e cioè che la «Rosselli» costituì l’unico esempio, l’unico caso di una brigata partigiana trasferitasi – dopo duri combattimenti nella sua valle d’origine e al completo di ufficiali e volontari, in perfetta funzionalità di reparti – oltre frontiera, inserendosi nel dispositivo delle forze alleate attestate sui contrafforti alpini, senza perdere nulla della propria fisonomia di unità partigiana, conservando una piena autonomia interna di quadri, disciplinare e in parte anche logistica, legata unicamente alle esigenze strategiche dei comandi americano e francese del settore, in forza delle quali, è intuitivo, dovette impostare i suoi criteri operativi, sacrificando solo e soltanto sul terreno della pura necessità tattica contingente la sua gelosa e dignitosa indipendenza.
(1) Rosselli revient. Du Monte Pelato au Colle de Parche, pag. 38, Panfilo Editore in Cuneo, 1949.
(2) Archivio della Brigata «Carlo Rosselli», ordinato e conservato dal comandante Benvenuto Revelli in Cuneo.
(3) Sulla «Rosselli» si intrattiene diffusamente anche D. Livio Bianco, nel suo libro Venti mesi di guerra partigiana nel Cuneese (Panfilo Editore in Cuneo, 1946). Bianco fa giustamente rilevare quanto l’episodio della brigata combattente in terra straniera, si richiami alla migliore tradizione di G L., che ebbe infatti una Colonna di volontari sul fronte aragonese durante la guerra civile spagnola, ai comando di Carlo Rosselli e Mario Angeloni.

Mario Giovana, Una formazione partigiana in terra di Francia, Italia contemporanea (già Il Movimento di liberazione in Italia dal 1949 al 1973) n. 3, 1949, Rete Parri

Ufficiale degli alpini della Tridentina nella tragedia della campagna di Russia, a questa Nuto Revelli si rifece quando divenne uno dei primi organizzatori della resistenza armata nel Cuneese.
Chiamò, infatti,“Compagnia rivendicazione Caduti” la prima formazione partigiana da lui messa insieme, prima di portare i suoi uomini nelle formazioni di Giustizia e Libertà.
Dopo aver condotto numerose azioni di guerriglia ed aver superato l’inverno tra il 1943 e il 1944 ed i rastrellamenti della primavera, Nuto Revelli assunse il comando delle Brigate Valle Vermenagna e Valle Stura “Carlo Rosselli”, inquadrate nella I Divisione GL. Con queste forze, nell’agosto del 1944, riuscì a bloccare, in una settimana di scontri durissimi, i granatieri della XC Divisione corazzata tedesca, che puntavano ad occupare il valico del Colle della
Maddalena. Secondo alcuni storici, fu proprio grazie all’eroismo degli uomini di Giustizia e Libertà, comandati da Nuto, che gli Alleati riuscirono ad avanzare sulla costa meridionale francese, per liberare, il 28 agosto 1944, la città di Nizza.
Mario Cordero, L’uomo con due guerre nel cervello, Cuneo Provincia Granda, 2/2004, pp. 15-18

Monaco è un giovane laureato in lettere di Valloriate, un paesino in provincia di Cuneo; proviene da una famiglia contadina. All’alba dell’8 settembre è soldato della Quarta Armata in licenza. Da casa assiste allo sfacelo dell’esercito, alla valanga di soldati che invadono la Valle Stura: c’è chi diserta e attraversa la valle per raggiungere altri luoghi, chi invece torna a casa. Monaco sceglie subito la lotta partigiana, e ad ottobre è già con la Banda “Italia Libera” di Galimberti. Come comandante di distaccamento e della brigata “Valle Roja Sandro Delmastro” – e poi come Capo di stato maggiore della Prima Divisione Alpina Gl – è attivo nel Cuneese e partecipa in prima persona alla liberazione di Cuneo. Un merito da riconoscere al racconto di Monaco [Giovanni Monaco, Pietà l’è morta, Edizioni Avanti!, 1955] è di aver reso molto bene la dimensione della guerriglia partigiana: è sempre un fuggire, un rincorrersi, uno scambio continuo di notizie concitate, su cui domina un senso continuo di paura, d’incertezza […] Nella serata, qualcuno che si era attardato all’osteria, arrivò e portò la notizia che la guerra era finita e che la campana suonava a festa. La notizia della guerra finita arriva nelle valli del Cuneese come un vento che accompagna il ritorno dei reduci […] Il disorientamento che il giovane Monaco personalmente prova non è per niente celato: egli confessa con sincerità tutti i suoi dubbi. Non afferma subito di volersi unire ai partigiani, i quali compaiono nella narrazione solo più tardi. Il gruppo di ribelli a cui poi Monaco si aggregherà fa la sua comparsa nel confabulare dei paesani. L’immagine dei partigiani che emerge da queste notizie frammentarie e contraddittorie non è quella di un’organizzazione unitaria composta da valorosi e coraggiosi giovani che lottano per la patria, bensì il ritratto di una banda improvvisata […] il capitolo dedicato a “Lulù” – dal titolo Un ragazzo dichiara guerra al Reich – in cui si parla quasi esclusivamente di questo diciottenne francese diventato famoso nelle Langhe per le imboscate che da solo tende a Tedeschi e fascisti. Monaco si attarda un po’ di più solo sulle figure dei comandanti della Quarta Banda, cioè Nuto Revelli e Dante Livio Bianco. Solo dalla storia passata dei due partigiani, però, il lettore può capire che si tratta effettivamente di loro due: Monaco, infatti, non aggiunge i cognomi […] Sara Lorenzetti, Ricordare e raccontare. Memorialistica e Resistenza in Val d’Ossola, Tesi di Laurea, anno accademico 2008-2009

Il comando della I^ Zona Liguria e l’ispettore Carlo Simon Farini diedero disposizioni affinché venissero distrutti ponti, gallerie e tratti delle principali strade: la statale 20 (Ventimiglia-Tenda), la statale 28 (Oneglia-Nava-Ceva), la Via Aurelia (Ventimiglia-Albenga).
La battaglia partigiana dei ponti, iniziata a maggio 1944, si protrasse sino alla Liberazione, anche perché i tedeschi avevano spostato, dopo lo sbarco alleato in Provenza avvenuto il 15 agosto 1944, il grosso delle loro truppe verso il confine francese, liberando così alquanto le valli a ridosso di Imperia.
[…] I tre ponti nei pressi di San Dalmazzo di Tenda [Saint-Dalmas-de-Tende, dipartimento francese delle Alpi Marittime] saltati in aria per tre volte consecutive nel luglio 1944. Ernesto Corradi (Nettù/Netù/Netu), classe 1894, con la sua banda si era stanziato sul Monte Grammondo, tra Ventimiglia (IM) e la Francia, dal quale controllava le valli del Roia e del Bevera. Per tutto il mese di luglio 1944 Nettù aveva condotto azioni di guerriglia contro il nemico. Il suo gruppo aveva danneggiato gravemente la ferrovia Ventimiglia-Cuneo, facendo brillare molti ponti, e la linea telefonica.
[ Come riportato in Giorgio Lavagna (Tigre), Dall’Arroscia alla Provenza. Fazzoletti Garibaldini nella Resistenza, Isrecim, ed. Cav. A. Dominici, Oneglia Imperia, 1982, Corradi, ottenuto a fine agosto 1944 l’assenso del comandante Libero Briganti Giulio si era spostato con alcuni garibaldini, tra i quali, appunto, Lavagna, verso la Francia per unirsi agli alleati. A settembre 1944 Corradi, Lavagna ed i loro compagni erano stati arruolati nella FSSF, First Special Service Force (chiamata anche The Devil’s Brigade, The Black Devils, The Black Devils’ Brigade, Freddie’s Freighters), reparto d’elite statunitense-canadese di commando, impiegato anche nella Operazione Dragoon nel sud della Francia, tuttavia sciolto nel dicembre 1944; a quella data per non farsi internare, i garibaldini in parola furono costretti ad immatricolarsi nel 21/XV Bataillon Volontaires Etrangérs francese ]
Rocco Fava, La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio – 30 Aprile 1945) – Tomo I – Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia – Anno Accademico 1998 – 1999

Verso la fine del luglio 1944, il gruppo di Palanfrè è troppo numeroso. Nuto [Revelli] dà il compito a Nino Monaco, uno dei primi di Paralup, di creare un nuovo distaccamento in Valle Roya. Ancora completamente italiana, questa è una valle di confine, forse un po’ meno controllata rispetto alla Valle Vermenagna. Anche in questa zona non ci sono formazioni partigiane stabili. A Briga [Marittima] però si registrano la diserzione di una compagnia della polizia ausiliaria, che prende contatto in giugno con una banda di Peveragno e scorribande di un gruppo di resistenti comunisti. Con Nino Monaco partono in venti. L’organizzazione in valle risulta difficile: non si può contare su ripari difficilmente raggiungibili, le vie militari percorrono infatti tutte le montagne, l’unico modo per sfuggire al nemico è quello di rendersi invisibili e inafferrabili, un giorno in alto sulle creste, un altro giù in basso, tra pini e larici. L’autunno e l’inverno sono ancora più difficoltosi: gli unici ripari sono i sotterranei dei forti del colle di Tenda, anch’esso presidiato. La “Brigata Valle Roya” cresce ben presto di numero: affluisce gente in gamba e decisa da Tenda, San Dalmazzo e Limone [Piemonte]. Il suo compito è quello di effettuare azioni di sabotaggio sulla linea ferroviaria Cuneo-Nizza e sulla strada che la fiancheggia. Gli esplosivi si trovano con grande facilità nelle caverne scavate nella roccia durante la Prima Guerra Mondiale. I primi tentativi di utilizzo risultano piuttosto fallimentari. Già verso la metà di agosto però, a valle di San Dalmazzo viene fatto saltare un ponte ferroviario che si unisce a un tratto di strada costruita in muratura lungo il fiume. Due giorni dopo, gli Alleati sbarcano in Provenza, mentre i tedeschi sono ancora intenti a riattare la strada. Questo provoca un violento rastrellamento tedesco: i nemici percorrono la valle in lungo e in largo senza trovare traccia dei partigiani, nascosti a più di duemilacinquecento metri, tra le rocce. Gli abitanti del luogo fraternizzano con i resistenti: durante una visita tedesca, Michele, pastore di Casterino, non dubita a riconoscere come suoi figli due partigiani alloggiati da lui. L’uomo definisce Nino e i suoi “matti”, quando sa benissimo di essere per primo lui “matto”, che passa le giornate in attesa dell’arrivo dei partigiani che gli raccontano le ultime notizie sulla guerra. Nell’autunno, gli uomini della “Brigata Valle Roya” svuotano la diga di Mesce, che alimenta una centrale idroelettrica poco più in basso. Questa azione dà vita a nuovi rastrellamenti, che però si concludono nuovamente senza risultati. La lotta in Valle Roya è infatti una “strana guerra”, come ci racconta Nino Monaco in “Pietà l’è morta”: “C’era qualcosa di affascinante e di suggestivo in quel giocare a rimpiattino con il nemico, in quella guerra fatta di astuzia e di azzardo, nella quale avevamo avuto sempre noi l’iniziativa. Il nemico non era mai riuscito nemmeno a prendere contatto con noi. Quando capitava in un luogo, magari dietro segnalazione di una spia, non trovava altro che le tracce del nostro passaggio e a volte neanche quelle perché avevamo a vuto tempo di distruggere ogni indizio. A volte si viveva tutti uniti in uno stesso luogo, altre volte la brigata si articolava in nuclei minori dislocati a una certa distanza tra loro e in contatto assiduo. Questa dislocazione permetteva una maggiore agilità di movimento. (…)
Il meccanismo da cui dipendevano le nostre possibilità di esistenza era delicatissimo, e dalla sua precisione tutto dipendeva, la vita e la morte.
I collegamenti tra la Valle Roya e le altre valli sono molto difficili. Il colle di Tenda è presidiato giorno e notte. Solo Natale, un uomo di mezza età, vestito da pastore riesce a portare una lettera a Nuto, cucendola nella parte interna della cintura. Egli arriva qualche giorno dopo da Nino con cattive notizie: da Radio Londra è stato richiesto a tutti i partigiani di nascondere le armi e di andarsene a casa, fino alla primavera del 1945 non ci sarebbe stato nulla da fare. A quella notizia un silenzio avvolge gli uomini seduti attorno alla stufa: tutti sanno che è impossibile resistere un intero inverno così numerosi su quelle inospitali montagne. Di lì a pochi giorni, si deciderà per un trasferimento della maggior parte del distaccamento nelle Langhe. Rimarranno sui monti solo gli abili sciatori di Limone

[…] Nei primi di gennaio del 1945, buona parte della “Brigata Valle Roya” segue l’esempio dei partigiani di altre valli e inizia la lunga marcia verso le Langhe. Nelle due valli di confine studiate non rimangono che i partigiani più radicati in zona, soli fino al giugno 1944 e nuovamente soli dalla fine del dicembre 1944. Il distaccamento di Peirafica (Valle Roya) viene lasciato nelle mani dell’ex brigadiere dei carabinieri Comino, che guida un gruppo di esperti sciatori, i quali mantengono i collegamenti con la Provenza oltrepassando il colle di
Tenda vestiti di bianco per mimetizzarsi sulla neve. L’esperienza vissuta a fianco di grandi comandanti ha insegnato ai giovani locali come deve
avvenire l’organizzazione logistica della banda. Essi, in minor numero, continuano a combattere sui monti fino alla liberazione, grazie alle munizioni e ai viveri mandati dai compagni dalle Langhe, che non li hanno certo dimenticati.
Nino si trova in collina con i vecchi amici di Paralup, Ivano e Luciano, seguiti da diversi robilantesi. Essi vengono inseriti in nuove brigate G.L. formatesi nelle Langhe. La vita del partigiano è differente in quest’area: dal gennaio [1945] sono i resistenti ad avere la meglio sui fascisti e sui tedeschi, ormai ufficiosamente sconfitti. I lanci degli alleati, tanto sognati da Don Audisio a Palanfrè, nelle Langhe sono all’ordine del giorno. Non mancano né munizioni, né esplosivi. Alcuni partigiani decidono di portare con loro persino le fidanzate, considerate più al sicuro nelle cascine delle Langhe che a casa propria. Enrico Giorgis infatti racconta della decisione di intraprendere il viaggio per la collina, ormai pressoché liberata, con Ines, staffetta partigiana, suo grande amore.
Personaggio emblematico, ricordato come un eroe in tutte le testimonianze dei
combattenti sulle colline è Lulù, francese di neanche vent’anni, che a diciassette faceva già parte dei maquisards; è stato poi catturato e portato in Italia.
Scappato da una prigione a Fossano, ora nelle Langhe combatte da solo contro
i tedeschi, che hanno sterminato la sua famiglia: il padre è stato deportato in Germania, la madre e la sorella trucidate davanti ai suoi occhi. Nessun tedesco riesce a fermare Lulù, che si burla dei reparti nemici parlando loro in perfetto tedesco.
Egli diventa un’ossessione per i comandi nazisti, disorientati dalla sua audacia che non conosce limiti. Solo la fatalità mette fine alla vita dell’eroe delle Langhe: vestito da hitleriano, viene ucciso con un colpo di fucile da un
membro della banda di Nino Monaco. Sara Giordano, PERCHÉ, PERCHÉ… PERCHÉ ERA LA GUERRA. Storia partigiana della Valle Vermenagna, Tesina di ricerca storica, Liceo Scientifico “G. Peano”, Cuneo, Anno Scolastico 2011-2012, Classe 5 C

Alla fine del 1944 i comandanti GL decisero di sfoltire le bande situate nelle valli: Gesso, Grana, Roia, Varaita e Vermenagna, trasferendone i reparti in pianura. Ritenevano infatti troppo rischioso affrontare un nuovo inverno di guerra in montagna, sia per le sistemazioni precarie delle bande, che per il reperimento dei viveri […] Gli uomini comandati da “Nino” Monaco, della Brigata valle Roia “Sandro Delmastropartirono da Casterino [oggi nel comune di Tenda, dipartimento francese delle Alpi Marittime] il 7 gennaio 1945, lasciando sul posto 15 uomini, abili sciatori affinché si occupassero di mantenere i collegamenti con la Francia. Il viaggio, particolarmente duro e costellato di scontri con le brigate nere, si concluse il 2 febbraio a Santo Stefano di Benevagienna. Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea di Cuneo

Una spedizione dalla zona di Triora e Bregalla verso la Francia per guidare sei anglo-americani

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Un tratto di Alpi Marittime prossimo al confine italo-francese

 

La collaborazione antifascista tra Italiani e Francesi nelle Alpi Liguri e nelle Alpi Marittime, dopo l’8 settembre 1943 trasformatasi in collaborazione armata nella lotta contro i nazifascisti, ha origini lontane […] Infatti nel Sud-Est della Francia i resistenti incaricati raccolsero numerose informazioni valide e dal 3 gennaio 1943 furono autorizzati dai quadri superiori della Resistenza francese ad attaccare e sabotare le organizzazioni civili fasciste, cercando di evitare la frattura con le truppe regolari italiane d’occupazione. Nel luglio del 1943 una buona parte del Comitato di Informazione italiano e dell’O.V.R.A. erano passati sotto il quadro dell’Intelligence Service inglese. (Da una testimonianza scritta del comandante partigiano francese Joseph Manzoni detto “Joseph le Fou”). Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, a cura dell’Amministrazione Provinciale di Imperia e con patrocinio IsrecIm, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977

Joseph Manzone, detto le fou (il pazzo), era una figura di spicco della Resistenza di Nizza. In particolare collaborò attivamente con il capitano Geoffrey M.T. Jones, capo del servizio di informazione americano, nelle missioni facenti capo ai servizi segreti alleati presso il maniero Belgrano di Nizza. Portò a termine importanti missioni in territorio nemico, cioé italiano, per la raccolta di informazioni sul dislocamento delle truppe nemiche. Di rilievo la collaborazione del Manzone con i Partigiani italiani della Divisione del comandante Rocca. Note preparatorie, non pubblicate, di Giuseppe Mac Fiorucci per Gruppo Sbarchi Vallecrosia < Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia – Comune di Vallecrosia (IM) – Provincia di Imperia – Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM)>, 2007

Johnny [Gian Sandro] Menghi, capo della missione Youngstown/Melon era stato catturato dalle SS ma era riuscito, fortunatamente, a scappare e ad attraversare il confine a Ventimiglia, quasi in contemporanea con l’operazione Anvil, ovvero gli sbarchi degli Alleati nel Sud della Francia. Fuggendo, aveva nascosto delle mappe che riportavano le difese dell’Asse lungo la costa ligure. Quando raggiunse Bonfiglio, insieme tornarono indietro e, con grande rischio personale, recuperarono le mappe dal nascondiglio. Max Corvo, La campagna d’Italia dei servizi segreti americani 1942-1945, Libreria Editrice Goriziana, 2006

[…] Caso particolare fu l’attività svolta dall’italiano tenente Rivosecchi * che, inviato in missione nel Piemonte occidentale, si era preso cura di quei partigiani rifugiati in Francia che subivano maltrattamenti dalle autorità indigene, in HS 6/846del 2-6-45, ?-Officer Commanding N 1 Special Force; L. RIVOSECCHI, Missione mista Crosse…cit., p. 145 e ss., «i nostri combattenti venivano accolti duramente in Francia», al punto che «lo scopo della missione era improntato su una collaborazione efficace con le autorità militari francesi, per soccorrere i partigiani ed ottenere un trattamento migliore nei loro confronti». Mireno Berrettini, Le Missioni dello Special Operations Executive e la Resistenza Italiana, Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della provincia di Pistoia, 2007 * [la lapide dedicata alla memoria del tenente Livio Rivosecchi, già insignito della Medaglia di Bronzo al Valor Militare —con D.L. 31 gennaio 1947, sulla caserma della Guardia di Finanza in Contrada Sant’Andrea di Fermo nelle Marche, indica che Rivosecchi fu operativo nella Special Force Service britannica, una volta paracadutato in Piemonte, dall’agosto 1944 all’aprile 1945] 

… Oldoino Maurizio (Mauro) < anche Leo >, che salì in montagna subito dopo l’8 settembre 1943, entrò poi nella banda garibaldina di Tito < Rinaldo Risso, o Tito R., in seguito vice comandante della II^ Divisione d’Assalto Garibaldi “Felice Cascione” > dove rimase dal febbraio al marzo 1944, entrerà quindi – ritornato in Sanremo – nelle formazioni GAP (2 agosto), ed infine da queste inviato in Francia per tentare di mettersi in contatto con gli Alleati, resterà tagliato fuori dai tedeschi, ed entrerà nel Maquis (nome di battaglia “Batté Leo”), dove sarà promosso sergente di un battaglione di volontari stranieri, con i quali per oltre sette mesi combatterà contro i tedeschi sul confine italiano… Giovanni Strato, Storia della Resistenza imperiese (I^ zona Liguria) – Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Sabatelli Editore, Savona, 1976

19/9/1944 – Per motivi di sicurezza ci trasferiamo dalla pensione Mimosa a Villa Lucca, sotto Roquebrune, di fronte a Montecarlo. Davanti allo splendido mare della Costa Azzurra […] Ogni settimana, al comando degli Americani, eravamo destinati ad eseguire missioni sempre più pericolose. Divisi in due gruppi, uno agiva in montagna per individuare le posizioni tedesche, l’altro, via mare, stabiliva collegamenti con i partigiani di Ventimiglia. Giorgio Lavagna (Tigre) <1>, Dall’Arroscia alla Provenza – Fazzoletti Garibaldini nella ResistenzaIsrecim, ed. Cav. A. Dominici, Oneglia Imperia, 1982  <1> [A settembre 1944 Lavagna ed il suo gruppo sono arruolati nella FSSF, First Special Service Force (chiamata anche The Devil’s Brigade, The Black Devils, The Black Devils’ Brigade, Freddie’s Freighters), reparto d’elite statunitense-canadese di commando, impiegato anche nella Operazione Dragoon nel sud della Francia, tuttavia sciolto nel dicembre 1944; a questa data per non farsi internare, questi garibaldini sono costretti ad immatricolarsi nel 21/XV Bataillon Volontaires Etrangérs francese]

[…] Fosse caduto un po’ più a nord, Harris avrebbe potuto sperare di raggiungere la Svizzera: nel Vercellese erano attive da tempo organizzazioni legate alla Resistenza, sorte, in origine, per aiutare gli ex prigionieri fuggiti dopo l’8 settembre, che mantenevano i contatti con i partigiani dell’Ossola [5]. Trovandosi però in prossimità della Zona Libera dell’Alto Monferrato, Harris fu avviato in questa direzione. Mediante marce notturne raggiunse il borgo di Canelli, <<dove una banda di partigiani comandata da un certo Capitano Tino aveva il suo quartier generale>>: si trattava della Brigata Asti, una delle cosiddette <<formazioni autonome>> dipendenti da Enrico Martini Mauri. Martini, ex ufficiale del Regio Esercito, operava in sintonia con la missione britannica del maggiore Temple, paracadutata nella zona sin dall’estate precedente. Tino era il nome di battaglia di Augusto Bobbio, anch’egli un ex ufficiale, comandante della brigata.
[…] Klemme, caduto al confine con il Piemonte, fu dunque indirizzato verso il Monferrato e si ritrovò con Walker Harris. Entrambi, purtroppo, persero il volo del 19 novembre [1944]. Il giorno successivo, i tedeschi attaccarono il campo d’aviazione di Vesime, se ne impadronirono e dissestarono il terreno di volo arandolo ripetutamente. I partigiani sarebbero nuovamente riusciti a rimetterlo in funzione, ma non prima della primavera successiva. Sfumata questa possibilità, Augusto Bobbio decise di trasferire Harris e Klemme a Prea, nella zona di Cuneo.
I due aviatori, marciando sempre di notte, giunsero a Prea tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre del 1944. Furono presi in consegna dai partigiani di un’altra formazione autonoma, la Divisione Alpi di Pietro Cosa, che operava in collegamento con una Missione militare [Flap] anch’essa britannica […]
[5] Massimiliano Tenconi, Prigionia, sopravvivenza e Resistenza. Storie di australiani e neozelandesi in provincia di Vercelli (1943-1945), “L’Impegno”, giugno 2008.
Alberto Magnani, I sentieri della salvezza. Aviatori americani e resistenza italiana tra Piemonte e Liguria, in Gruppo Ricercatori Aerei Caduti Piacenza (Grac)

[ndr: Ross, Michael Ross, nel suo From Liguria with love. Capture, imprisonment and escape in wartime Italy, Minerva Press, London, 1997 (aggiornato di recente dal figlio, Michael Ross, The British Partisan, Pen & Sword, London, 2019), raccontò in modo dettagliato anche la permanenza sua e di Bell tra i partigiani imperiesi. Dei patrioti non fece mai nomi veri o di battaglia, ad eccezione del sopra citato Giuseppe Porcheddu e della sua famiglia, presso i quali idue ufficiali britannici trovarono ospitalità clandestina per circa un anno, di Renato Brunati, martire della Resistenza, e Lina Meiffret, tornata salva dalla deportazione in Germania, ma tormentata, a dir poco, nello spirito, i quali per primi sul finire del 1943 diedero loro rifugio ai due ufficiali in Baiardo, di Vito – Vitò, Ivano, Giuseppe Vittorio Guglielmo, comandante della II^ Divisione d’Assalto Garibaldi “Felice Cascione” – di Achille – identificabile in Achille “AndreaLamberti del Gruppo Sbarchi Vallecrosia – e di Giuseppe Porcheddu, colui che li tenne nascosti per circa un anno e che tentò di aiutarli in varie maniere. Di questo libro qui si vogliono citare solo alcuni fatti immediatamente antecedenti la fuga finale. Che per tre volte,  a seguito delle comunicazioni via radio fatte dal telegrafista dell’ufficiale di collegamento alleato, il capitano del SOE britannico Robert Bentley, un sommergibile inglese si avvicinò alla costa vicino a Taggia – forse alla Curva del Don di Riva Ligure, già altre volte pensata per simili missioni; che che per due volte la scorta dei partigiani ed il gruppetto degli alleati – tra i quali i sopra menzionati Erickson e Klemme – che dovevano imbarcarsi dovettero fuggire perché trovarono i tedeschi che li mitragliarono con l’ausilio di bengala; che all’ultimo appuntamento con il natante i nazisti attesero invano, perché nel frattempo i garibaldini avevano individuato la spia che aveva messo in allarme il nemico, una giovane donna, di probabile origine iugoslava, prontamente giustiziata. Che risultarono dispersi, poco prima della loro partenza, due partigiani e due americani, indicati come Ricky e Reg. E che alla fine si compose la squadra che, come già detto qui all’inizio, marciò verso Vallecrosia]

22 febbraio 1945 – Dal comando della I^ Zona Operativa Liguria al comando della II^ Divisione – Segnalava che: “… occorre che il comandante ‘Ivano’ [anche Vitò, Vittò, Giuseppe Vittorio Guglielmo] organizzi una spedizione dalla zona di Triora e Bregalla verso la Francia per guidare sei anglo-americani. È previsto un premio per le guide di lire 4.000 per ogni persona condotta oltre frontiera verso le forze alleate…”     30 marzo 1945 – Dal comando della I^ Divisione “Gin Bevilacqua [della II^ Zona Operativa Liguria] alla Sezione SIM (Servizio Informazioni Militari) della II^ Divisione “Felice Cascione”  [della I^  Zona Operativa Liguria] – Richiesta urgente per avere informazioni sui movimenti nemici alla frontiera italo-francese, dovendo inviare segnalazioni del proprio SIM alla missione alleata in Piemonte.    22 aprile 1945Da Kimi [Ivar Oddone, commissario politico della II^ Divisione] al comando della II^ Divisione – Segnalava che una fonte attendibile riferiva che la radio francese aveva annunciato la notizia dell’occupazione di Briga Marittima [La Brigue, Val Roia francese, dipartimento delle Alpi Marittime] da parte delle truppe degaulliste e la penetrazione delle stesse in territorio italiano.    22 aprile 1945Dal comando della II^ Divisione al comando della I^ Zona Operativa Liguria – Si chiedevano con urgenza precise disposizioni nei confronti delle truppe liberatrici, che con ogni probabilità saranno Degolliste; le competenze nei confronti del CLN e delle SAP secondo gli accordi intervenuti tra voi e dette organizzazioni… se bisogna portare gradi, in caso positivo quali.    23 aprile 1945 – Dal comando della VI^ Divisione “Silvio Bonfante”, prot. n° 330, al Comando Operativo della I^ Zona Liguria – Comunicava che in pari data era giunto presso quel comando il capitano Bartali [Giovanni Bortoluzzi] della Missione Alleata.    30 maggio 1945 – Da H.Q. Allied Liaison Mission I^ Ligurian Zone a “Ramon” [Raymond Rosso], capo di Stato Maggiore della VI^ Divisione –  Veniva espresso il ringraziamento del Capitano “Bartali[Giovanni Bortoluzzi], vice comandante della missione inglese nella I^ Zona, per la collaborazione accordata nei mesi passati.  da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio – 30 Aprile 1945) – Tomo II – Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia – Anno Accademico 1998 – 1999

Il 6 febbraio 1945 il servizio di controspionaggio tedesco arrestò diversi agenti alleati. L’agente francese Jean Soletti alla Cima del Diavolo [dipartimento francese delle Alpi Marittime] mentre cercava di attraversare la linea del fronte. L’agente Charles Canevas a Tenda [Val Roia francese, dipartimento delle Alpi Marittime]. Il 12 febbraio tre agenti inglesi a Tenda: furono gravemente torturati. Due agenti francesi furono feriti dalle mine durante l’attraversamento del Col de Raus [dipartimento francese delle Alpi Marittime] l’11 febbraio 1945. Il 24 marzo l’agente francese François Raibaut fu ucciso mentre tentava il passaggio delle linee nella Valle del Boréon [dipartimento francese delle Alpi Marittime]: doveva recarsi in Italia con l’agente Barel, che nell’occasione rimase solo leggermente ferito. Anche italiani subirono perdite durante le missioni. Il 4 gennaio 1945 a Ventimiglia [(IM)] fu ucciso Gino Punzi, mentre cercava di effettuare una missione per i servizi di informazione alleati. Il 1 gennaio 1945 mentre stavano per sbarcare nel porto di Mentone un agente fu ucciso ed un altro ferito dai militari di guardia, che, per pessimo coordinamento dei servizi, li avevano scambiati per agenti tedeschi.  Pierre-Emmanuel KlingbeilLe front oublié des Alpes-Maritimes (15 août 1944- 2 mai 1945), Ed. Serre, 2005

Molti dei Ventimigliesi incorporati nelle unità alleate unita­mente a numerosi partigiani  parteciparono a fine marzo 1945 con le truppe alleate alla sanguinosa battaglia dell’Aution, che terminava con la cacciata delle truppe tedesche dal Bacino del Roia…
da MARTIRIO E RESISTENZA della Città di Ventimiglia nel corso della 2^ Guerra Mondiale, Relazione per il conferimento di una Medaglia d’Oro al Valor Militare – Edita dal Comune di Ventimiglia (IM), 10  aprile 1971 – Tipografia Penone di Ventimiglia (IM) 

 

Il bombardamento di mortai si prolungò fin verso mezzogiorno

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Un tratto della strada che unisce Castelvittorio (IM) a Baiardo

Nella primavera del ’44 mio cugino Giacomo Rebaudo, che era venuto in contatto con i partigiani, mi disse che dovevamo entrare nella milizia per spiare i fascisti di Ventimiglia, così andammo ad arruolarci. Un mese più tardi, tuttavia, per non dover partecipare ai rastrellamenti, decidemmo di scappare. Dalla costa, attraverso Seborga e Perinaldo, arrivammo a piedi a Castel Vittorio, poi salimmo a Langan per raggiungere i partigiani di Vittò.
[…] Verso la metà di agosto, insieme ad altri uomini del mio distaccamento, andai al cimitero di Baiardo per recuperare il comandante Luppi [Bruno Erven Luppi] che era uscito dall’ospedale di Sanremo [in effetti Erven era stato portato da Triora; infatti, come scrisse Carlo Rubaudo (in  Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) Vol. II: Da giugno ad agosto 1944, volume edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992) trasportato e medicato a Fontana Vecchia; poi a Castelvittorio, presso Caterina e Giovanni Orengo, è visitato dal prof. Moro che stima urgente un’operazione.  Con un viaggio di nove ore in barella, il ferito raggiunge l’ospedaletto di Triora, dove gli è praticata finalmente l’antitetanica.
[…] Dopo il ricovero e l’antitetanica, il dott. Giuseppe Bottari e il dott. Ferrero praticano al ferito l’ipodermoclisi. Ma siamo al 2 di luglio, l’inizio di uno dei più vasti e feroci rastrellamenti nazifascisti nella nostra provincia. Epicentro: Valle Nervia e Valle Argentina. I pochi feriti gravi dell’ospedaletto di Triora, fra cui «Erven», sono portati in barella nel bosco del monte Trono… «Erven» [anni dopo scriverà] … Nel primo mattino del 2 luglio 1944 i tedeschi in  rastrellamento cominciarono a bombardare “con cannoni l’ospedale di Triora. Fu un fuggi, fuggi: in breve rimanemmo nell’ospedale solo cinque feriti gravi, il dottor Ferrero, il dottor Bottari, la Suora superiora dell’Ospedale e l’infermiere partigiano Battista. Il frastuono sempre più vicino delle armi tedesche, e le voci dei rastrellatori che già si udivano dal fondo valle dove Molini di Triora già era data alle fiamme…”.]. Lo portammo in una campagna lì vicino e lo affidammo ad una famiglia del posto perché lo nascondesse. Dopo quell’azione, Marco [Candido Queirolo] giudicò più opportuno spostare l’accampamento: così, se i tedeschi fossero venuti a cercare il ferito, non ci avrebbero trovato. Mentre attraversavamo Baiardo per dirigerci verso il monte Bignone, Marco disse a me e ad un altro ragazzo di andare al forno e di aspettare che si cuocesse il pane, poi di raggiungere il resto del distaccamento. Mentre stavamo aspettando il pane, arrivò in Baiardo una squadra di tedeschi, così corremmo ad avvisare gli altri. Il comandante decise allora di tornare indietro con alcuni uomini per tendere un’imboscata ai nemici. Rientrati a Baiardo, però, furono i tedeschi a sorprenderci: due dei nostri vennero uccisi e altri due feriti. Io ed un altro prendemmo Marco, che era stato colpito ad una gamba ed alla schiena, e lo portammo in un casone vicino al paese, ma durante la notte morì.
Italo Rebaudo in Marco Cassioli, Ai confini occidentali della Liguria. Castel Vittorio dal medioevo alla Resistenza, Comune di Castel Vittorio, Grafiche Amadeo, Chiusanico (IM), 2006

Nello stesso istante, gli parve udire le voci di Vendetta e Picun, i due partigiani che, nello «stagiu», custodivano il ferito [Bruno Erven Luppi]. Decise allora di uscire. Aveva appena messo piede fuori del casone, che gli comparve davanti, simile a un fantasma, una figura umana.
Prima che la paura lo agghiacciasse, ce la fece a raffigurare nella statura non alta dell’individuo, nei capelli folti e incolti, nella barba a due pizzi, nello sguardo vivo e penetrante sotto le sopracciglia nere e la fronte bassa, la sagoma del Tin. Convinto che il Tin fosse venuto per il «furto del latte», già era per dirgli che «sì il latte glielo aveva rubato… ma per non lasciar morire la cagnetta di fame e di esaurimento dopo un parto di cinque cuccioli; e perché era sicuro che se glielo avesse chiesto, sia lui che la sua vecchia, per tirchieria, avrebbero rifiutato, e…». Non terminò di pensare queste cose che il Tin, spalancando le braccia e col tono smorzato della sua voce di mago, diceva: «Come! voi dormite e non v’accorgete che il teutonico avanza! Sale da Castelvittorio, scende dal Ceppo e già accampa in Valéia e a Baiardo. Ma voi restate a poltrire; e, per giunta, con un ribelle ferito! Incoscienti, siete…».
«Come fate a sapere queste cose» gli chiese Chechin «quando noi, che abbiamo le vedette in giro, nulla sappiamo?».
«Figlio del Zorzu, come sempre non credi al Tin; anche se hai fatto il soldato… ragazzaccio eri e ragazzaccio rimani… che tiravi sassi al mio osservatorio! Chi me lo ha detto? Il Tin non ha bisogno di informatori! Il Tin legge nel firmamento: l’incrocio delle Termali con la Quintana, e la Moretta e la Zoppa, brillando di luce rossa, che è sangue e fuoco, preannunciano morte, incendi e distruzione in queste terre per mano del teutonico. Il Tin è venuto ad avvisare; e non per voi, incoscienti, ma per quel ferito … Del resto poi, fate quel che vi pare: ma ti ricordo che “chi non crede alle stelle e fa di sua testa, paga di sua pelle”». Detto ciò, con un saltello, voltò le spalle a Chechin e prese giù per il ripido vallone.
Era scesa nel fondo delle valli e nei boschi più intensa l’oscurità, dopo che la luna era calata dietro la vetta del Ceppo; ma, già all’estremo orizzonte, molto al di là del lungo promontorio su cui si stendevano le grigie case di Baiardo, il cielo schiariva nei primi albori del giorno. Chechin, scomparso l’astronomo e mago nella boscaglia del vallone, scese allo «stagiu». Chiamò Picun e Vendetta e riferì l’avvertimento del Tin.
«E dài ascolto al matto!» esclamò Picun. In quel mentre un bagliore di fuoco parve incendiare la terra sotto il passo per Castelvittorio e un boato echeggiò, con potente frastuono per tutta la distesa delle valli e dei monti. I tre stavano ancora con gli occhi fissi verso il passo, quando videro, sempre nella stessa direzione, sfrecciare al di sopra dei castagni e dei pini una lingua di fuoco che andò a esplodere verso le stelle producendo una gran pioggia di luci le quali, cadendo, illuminarono a giorno tutta la vallata.
«Ha ragione il Tin» disse Vendetta sogguardando Picun. «Quel razzo conferma che i rastrellatori han già preso posizione; e noi ce li vedremo piombare addosso da ogni parte da un momento all’altro».
Tacque, interrotto dalla Lilla che dal fienile s’era messa ad abbaiare così forte da svegliare Giuà e i due partigiani, i quali, imprecando, s’erano affacciati alla porta del fienile. Vendetta gli ordinò di raggiungere subito il loro distaccamento; poi, con Picun e Chechin, si occupò del ferito.
Rimediarono una specie di barella, vi legarono sopra il ferito, quindi, afferratala ai due capi, lui e Picun, lasciato Giuà u’ Zorzu a far sparire le tracce della loro presenza nel casone e seguiti da Chechin con un carico di coperte, presero verso il fondo del vallone.
Fu difficile scendere per il sentiero stretto, ripido, ostacolato da sterpi, e raggiungere il greto del ritano; ma più arduo fu risalire per oltre una quarantina di metri il ritano per sassi scivolosi, massi da scavalcare, strapiombi, strettoie di rocce e di rovi, erbacce che intricavano le gambe o nascondevano buche e dislivelli. Tuttavia, i tre, pure a costo di strappi ai muscoli, di storte e di graffi, riuscirono ad arrivare al «rifugio». Si trattava di una tana, o spelonca naturale scavata nella roccia, a livello del greto del ritano, con una profondità di circa tre metri, una larghezza informe di due e un’altezza che, da un metro e mezzo all’ingresso, scendeva nel fondo a una ventina di centimetri.
[…] Il bombardamento di mortai si prolungò fin verso mezzogiorno; poi, da sotto il Poggio di Mezzan, scoppiarono raffiche di mitragliatrici. Ogni tanto il vento leggero portava urla di voci rauche, feroci, incomprensibili.
Nella tana nessuno fiatava. Col silenzio ognuno aveva l’impressione di tenere lontano il nemico. Solo durante una pausa del frastuono, Vendetta bisbigliò: «Qui vi possono arrivare solo se li guida una spia». Assentirono Chechin e Picun; il ferito sussurrò un «già>.
Stavano così, raccolti, sempre muti e col batticuore, quando Vendetta, con un gesto allarmante li richiamò all’ascolto. Gli era parso di udire un rumore di passi e di rami secchi calpestati da sotto il ritano. Ascoltarono gli altri tre e impallidirono. Si udiva rumore e tutti e tre pensarono ai tedeschi lì guidati da una spia. Se non fossero però stati sconvolti da questa preoccupazione, avrebbero potuto distinguere nel rumore i passi di una sola persona. E comparve infatti davanti alla spelonca una sola persona: era Marì, la quindicenne sorella di Chechin.
Bruno Luppi, Saltapasti, La Pietra, Milano, 1979, ristampa del 2021 a cura di Francesco Brilla, Sezione ANPI Silvio Bonfante “Cion”, Montegrande, pp. 11-14

Salvatore Marchesi e Beppe Porcheddu nella Resistenza

La zona Arziglia di Bordighera (IM) dove sorge la Villa Llo di Mare (nell’immagine, nascosta dagli alberi), abitata a suo tempo da Giuseppe Porcheddu

[…]
Il fratello e la famiglia di Concetto Marchesi nella Resistenza fra Bordighera e Apricale
Durante l’espatrio in Svizzera, come ricorda Luciano Canfora, Concetto Marchesi scrisse «sarebbe provvidenziale l’invio di missioni con apparecchi radiotrasmittenti. Se il Comando inglese vorrà preannunziare il campo o i campi del Piemonte e della Liguria sui quali intende paracadutare tali missioni, sarà mia cura darne immediato avviso al Comando delle Brigate Garibaldi» 1. Per la Liguria, il collegamento di Concetto era proprio il fratello Salvatore, impegnato nella Resistenza del Ponente ligure.
Salvatore era nato a Catania il 15 ottobre 1876, da Gaetano Marchesi e Strano Concetta. Morì a Roma il 28 gennaio 1965 (Il fratello più giovane, Concetto, era nato sempre a Catania il 1° febbraio 1878, morì il 12 febbraio 1957 a Roma).
Capitano di complemento nella guerra ’15-’18, svolse per decenni l’attività di commercio e di rappresentanza di prodotti chimici e medicinali. Stabilitosi in Liguria, Salvatore Marchesi, sempre in contatto in modo molto riservato e prudente, tramite la rete informativa della Resistenza, con il fratello Concetto eclissatosi in Svizzera, si propose anche di aiutare la moglie Ada e la figlia Lidia. Un dettaglio: Salvatore Marchesi Salvamar utilizzava per i messaggi e le relazioni, per gli atti e le comunicazioni, sempre una macchina da scrivere che gli venne data da Renato Dorgia Plancia nella località di Negi, in piena area delle operazioni della V brigata L. Nuvoloni fino al 25 aprile 2.
Salvatore riuscì, a gennaio ’45, a far ospitare, in incognito, Ada e Lidia dall’amico Beppe Porcheddu, nella villa Llo di via Arziglia di Bordighera.
[…] Porcheddu, con Renato Brunati, Renzo Rossi e Lina Meiffret, si era legato al gruppo torinese di Guido Hess Seborga, Ada Gobetti, Piero Bargis, Giorgio Diena, Vincenzo Ciaffi, Domenico Zuccaro, Raffaele Vallone, Luigi Spazzapan, Umberto Mastroianni, Carlo Musso.
Beppe Porcheddu sparì da Bordighera e non diede più tracce dal 27 dicembre 1947. A Roma si stava realizzando una sua mostra retrospettiva di dipinti e disegni, curata dall’amico Piero Giacometti. Lasciò una lettera indirizzata alla sorella Ambrogia, con una frase enigmatica: «la vita è un continuo tradimento. I più bei sogni…restano sogno. Chissà quando ci rivedremo» 5.
Sulla scomparsa misteriosa di Porcheddu, da alcuni attribuita ad una delusione d’amore e da altri attribuita ad una scelta religiosa e mistica, è intervenuto anche Italo Calvino in una lettera inviata ad Antonio Faeti, scrittore e saggista, accademico di letteratura per l’infanzia:
Parigi, 8 gennaio 1973.
Caro Faeti, Anche avrei da dirti di Beppe Porcheddu che conobbi perché stava a Bordighera e soprattutto conosco molti che l’hanno conosciuto bene e ancora continuano a parlare della sua misteriosa sparizione. Era un uomo molto fine signorile ed elegante e colto, professava un misticismo cristiano e comunista e frequentava ambienti antifascisti prima durante e dopo la Resistenza, fino a quando scomparve senza che i suoi familiari riuscissero a sapere più niente e l’unica spiegazione che si può dare è una crisi religiosa di tipo buddistico che sia arrivata fino ad una totale perdita di sé.
Abbi tutti i miei auguri per il 1973.
tuo Italo Calvino
6.
Il soggiorno di Ada e Lidia Marchesi presso la villa di Porcheddu durò fino al 24 gennaio 1945. Alcune segnalazioni e allarmi giunti dalla rete informativa consigliarono di mutare nascondiglio. La presenza contemporanea e clandestina, nella villa di Porcheddu a Bordighera nel gennaio 1945, dei due ufficiali inglesi Michael Ross e George Bell e della moglie Ada e la figlia Lidia di Concetto Marchesi è pienamente riscontrata anche nel recente libro di Michael Ross, The British Partisan, pubblicato da Pen & Sword, London 2019. Il nuovo libro è la riedizione aggiornata della prima pubblicazione del volume Michael Ross, From Liguria with love. Capture, imprisonment and escape in wartime Italy, Minerva Press, London 1997. Nel volume del 2019, David Ross, nipote di Michael, apporta alcune integrazioni, grafici e foto.
Ancora, David Ross sta curando un saggio biografico su Beppe Porcheddu che verrà editato a breve. Si propongono alcuni passi del volume del 2019 (pagine 172 e 173) nella versione inglese e, a seguire, in una libera traduzione in italiano:
[…] This was wonderful news and a tremendous boost to morale. A landing in the English Channel area had been expected but, perhaps optimistically, we had argued that a beachhead established at the same time on the Riviera would assist any front in western Europe as well as helping to revive the stalemate on the southern Italian front. So we could not help feeling some disappointment that no- thing seemed to be happening in the Mediterranean area. Anyway, things were now on the move, and we all took heart.
Come se i Porcheddu non avessero già abbastanza problemi, altri gravami stavano per abbattersi sulla famiglia. Una mattina, come dal nulla, due donne apparvero sulla soglia di casa alla ricerca di un breve periodo di rifugio. Erano la moglie e la figlia di Concetto Marchesi, Rettore dell’Università di Padova e vecchio amico di famiglia. Per lungo tempo era stato apertamente critico nei confronti del fascismo, e adesso le autorità lo stavano perseguendo. Lui era sparito; sua moglie e la figlia pensavano fosse saggio fare altrettanto. Beppe e Rita le accolsero senza esitazioni. Adesso avevamo un problema serio. Se qualcuno estraneo, non importa chi, lo avesse saputo, la nostra sicurezza sarebbe stata compromessa e saremmo dovuti scappare. D’altro canto, cercare di evitare ogni contatto con i nuovi venuti, che avrebbero vissuto sotto lo stesso tetto e, come noi, non si sarebbero mai avventurati fuori, sarebbe stato molto difficile. Ma Beppe insistette che la situazione era gestibile. Quindi niente fu detto alle due donne circa la nostra presenza, e loro si accomodarono nel salotto al piano di sotto, che fu disposto a loro uso esclusivo anche per dormire.
[…]
Michael Ross (mancato nel 2012 a Bath in Inghilterra) era capitano del Welch Regiment, mentre Cecil George Bell era tenente della Highland Light Infantry. Ross sposerà poi a ottobre 1946 la figlia Giovanna (deceduta nel 2019) di Porcheddu, mentre l’altra figlia gemella Amalia Ninilla (oggi vivente) sposerà, nello stesso giorno, un ufficiale inglese impegnato dopo la Liberazione in Liguria, il cap. Philippe Garigue.
Fu proprio Garigue, di antica e risalente origine francese, a guidare una missione alleata delicatissima, con incarico di comporre il contrasto vivace fra alcune componenti resistenziali propense all’annessione alla Francia e altre invece risolutamente avverse all’operazione. Salvatore Marchesi e molti ex partigiani attorno al rinato CLN di Ventimiglia contrastarono ogni ipotesi di annessione alla Francia o di creazione di una zona franca. Salvatore Marchesi e molti ex resistenti si impegnarono affinché la costa ligure di Ponente, nel tratto prossimo al confine, restasse italiana 7.
Garigue, nato a Manchester nel 1917 e laureato in scienze politiche, sbarcò in Sicilia e partecipò alla Campagna d’Italia come ufficiale; garantì consistenti aiuti alle popolazioni locali, in poche settimane intervenne sulle infrastrutture ed abitazioni distrutte dai bombardamenti, si meritò la stima degli abitanti. L’annessione venne scongiurata. Garigue mancò poi nel 2008.
[…]
Il manoscritto di Beppe Porcheddu, pittore, artista e antifascista
Merita particolare attenzione biografica e storica il manoscritto di Beppe Porcheddu, giacente presso l’ISRECIM di Imperia, costituito da cinque pagine scritte in modo molto fitto, con correzioni ed aggiunte, sottolineature e cancellazioni. Il testo costituisce un’importante ricostruzione di fatti, di ruoli, di avvenimenti vissuti direttamente da Porcheddu. Viene ricostruita l’attività antifascista, menzionati i rischi corsi nell’ospitare partigiani, gli inglesi Ross e Bell, la moglie e la figlia di Concetto Marchesi. La narrazione cita località e date; vi sono alcune inesattezze, ma emerge una capacità di sintesi ed essenzialità senza alcuna retorica. La versione a noi giunta è certamente una bozza di una ipotetica versione più definitiva, non pervenuta. Non si può cogliere quando e dove Porcheddu scrisse il testo. Il manoscritto non è stato mai preso in considerazione prima d’ora da storici e studiosi sul periodo resistenziale ligure. Solo nel 2019 è stato incluso, in parte, nel saggio di Francesco Mocci (con il contributo di Dario Canavese), Il capitano Gino Punzi, alpino e partigiano, Alzani Editore, Pinerolo 2019. Il manoscritto,
confrontato con altri brevi scritti e firme di Porcheddu in possesso del nipote David Ross (figlio di Giovanna Porcheddu), è stato considerato da David come autentico e attribuibile senza alcun dubbio a Beppe Porcheddu 8. Pur non essendovi la sottoscrizione di pugno di Porcheddu, il contenuto e i riferimenti di luoghi e tempo, i dettagli delle vicende sono tutti elementi congruenti rispetto alla sua attribuzione.
Ecco il contenuto del manoscritto, dopo una non agevole interpretazione della scrittura:
La propaganda antifascista e antitedesca fu praticata nella zona di Bordighera da Renato Brunati e da me, in un contempo indipendentemente, senza che nemmeno ci conoscessimo: ma nel 1940 ci incontrammo e d’impulso associammo i nostri ideali e le nostre azioni, legati come ci trovammo subito anche da interessi intellettuali ed artistici.
[…] I 2 ufficiali inglesi si chiamano: Michael Ross e George Bell.
Altro aiuto avemmo nell’occultamento dei 2 inglesi dal compagno Luigi Negro 18, autista della villa Hermann alla Madonna della Ruota. Egli ospitò una notte i 2 alleati nella detta villa, nonostante la permanenza di scolte tedesche nelle adiacenze e la possibilità di sorprese da parte del padrone e dei suoi accoliti.
Il rapporto di Concetto Marchesi con il fratello e la famiglia in Liguria
Concetto Marchesi ebbe sempre un rapporto intenso, preoccupato per la moglie Ada e la figlia Lidia, specie nella fase più impegnata dell’espatrio in Svizzera e poi nella Resistenza. Non solo. Pure con il fratello Salvatore, mantenne sempre una condivisione di pensiero e di sentimenti
[…]
Salvatore Marchesi scrive al comandante Nino Siccardi Curto
Significativa questa lettera custodita nell’archivio dell’ISRECIM di Imperia.
È una lettera scritta da Salvatore Marchesi Salvamar al suo comandante Nino Siccardi Curto, il 10 aprile 1948. Salvatore morirà poi il 28 gennaio 1965 a Roma. È una lettera semplice, essenziale, di vera amicizia, ricca di tensione etica ed ideale. Salvatore ricorda la stagione della Resistenza in montagna, con l’amico e comandante Curto.
[…]
Salvatore Marchesi Salvamar nella Resistenza ligure
Come recita la scheda biografica e di smobilizzazione, giacente presso l’Archivio del Comando della II Divisione d’Assalto Garibaldi Liguria “F. Cascione”, Salvatore iniziò l’attività partigiana dal 15 giugno 1944 e la sviluppò fino alla Liberazione 24.
Salvatore Marchesi prese parte attiva alla creazione del CLN a Sanremo e a Bordighera; partecipò e sostenne da subito l’originale creazione del Gruppo Sbarchi, sorto nell’ambito della SAP di Vallecrosia.
Furono proprio gli antifascisti di Vallecrosia che, dopo aver consolidato, senza qualche difficoltà iniziale, il rapporto con le missioni angloamericane sbarcate in Francia, ritennero essenziale avviare una fattiva sinergia di attacco alle truppe nazifasciste.
Tutti ricordavano bene, ad esempio, l’insuccesso che avvenne il 22 febbraio 1944, fra Riva Santo Stefano ed Arma di Taggia, quando la missione italiana Zucca (missione d’intelligence e di collegamento fra Resistenza ed Alleati), mentre tentava un raccordo con un sottomarino alleato per ricevere e inviare armi e vario materiale
[…] A Vallecrosia, nei pressi di Ventimiglia, nei mesi da settembre 1944 a gennaio 1945, la SAP locale avviò contatti diretti e sostenne la missione del dott. Kanhemann Nuccia, quella del capitano Robert Bentley (Bob)[…] 27.
[…] la missione Flap, un gruppo composto dal capitano Geoffrey Long (sudafricano di Pretoria), dal capitano Paul Morton (canadese di Toronto e corrispondente di guerra), dall’ufficiale scozzese W. Mac Lelland di Lanark e dall’ufficiale americano Maurice R. Larouche di Detroit. Il gruppo di agenti inglesi ed americani proveniva dalla missione Flap, paracadutata ed insediata nel Basso Piemonte, indirizzata dai comandi alleati per infiltrazione in provincia di Imperia.
[…] La SAP di Vallecrosia era operativa ed efficace, dotata di militanti convinti e ramificati fra la popolazione, in gran parte antifascista storica. Qui nacque l’idea di creare una sezione specializzata negli imbarchi e sbarchi via mare. Il gruppo era comandato dal garibaldino Renzo Rossi Stienca di Bordighera e dal commissario Gerolamo Marcenaro Girò di Vallecrosia.
1 L. CANFORA, Il sovversivo. Concetto Marchesi e il comunismo italiano, Laterza, Bari-Roma 2019, p. 678.
2 Si veda FRANCESCO BIGA, nel IV Storia della Resistenza Imperiese (I zona Liguria). La Resistenza in provincia di Imperia dal primo gennaio 1945 alla Liberazione, ISRECIM, Grafiche Amedeo, Imperia 2005, p. 374.
5 Per la scomparsa di Porcheddu, non ancora pienamente ricostruita, si veda l’articolo di LEONARDO BIZZARO, apparso su «Repubblica» del 20 ottobre 2007 con il titolo Porcheddu, la matita che sparì a Natale. Si veda pure il servizio del TG3 Liguria, trasmesso in RAI il 27 febbraio 2013, proprio sulla figura di Beppe Porcheddu, con intervista alle figlie Giovanna e Amalia, al prof. Pompeo Vagliani presidente del MUSLI di Torino, nel servizio di Michaela Bellenzier.
6 Si veda https://antoniofaeti.wordpress.com, curato da Accademia Drosselmeier/Scuola per librai e giocattolai / Centro studi letteratura per ragazzi, Bologna.
7 BIGA, IV Storia della Resistenza Imperiese (I zona Liguria) cit., pp. 374-375.
8 L’attribuzione del manoscritto a Beppe Porcheddu è stata confermata all’autore dal nipote David Ross nel novembre 2020.
18 Si tratta di antifascista di Bordighera
24 Si veda la scheda da Archivio ISRECIM, Sezione II, cartella T234, fascicolo: Marchesi Salvatore. Il partigiano Salvatore Marchesi aveva tre nomi di battaglia: Salvamar, dott. Turi Sabba e dott. Turi Salibra. Si veda inoltre la scheda n. 9603 di Salvatore Marchesi, giacente presso l’Archivio Centrale dello Stato, nel fondo Ricompart, Roma.
27 Sulla figura del capitano inglese paracadutista Robert Bentley e del suo rapporto diretto con Curto e i partigiani liguri si veda D. STAFFORD, La Resistenza segreta. Le missioni del SOE in Italia 1943-1945, Mursia, Milano 2013, pp. 369- 370; M. MASCIA, L’epopea dell’esercito scalzo, Alis, Sanremo 1946, p. 213.

Sergio Favretto, Il fratello e la famiglia di Concetto Marchesi nella Resistenza, Quaderni di storia, Anno XLVII, numero 93 / gennaio-giugno 2021, Edizioni Dedalo, pp. 152-171

Sui partigiani trucidati ad Isolabona

Il cippo commemorativo dei partigiani trucidati dai nazisti il 2 marzo 1945 davanti al cimitero di Isolabona (IM)

Dopo un rastrellamento effettuato dai tedeschi nelle campagne di Buggio [Frazione di Pigna (IM)], probabilmente per iniziare a prepararsi una via di fuga nel caso dello sfondamento della linea del fronte – che passava sul Grammondo e sulle vette dell’Authion – vennero catturati otto giovani. Le modalità del loro arresto sono alquanto controverse. Alcuni abitanti del paese riferirono che i tedeschi si recarono a colpo sicuro in un fienile dove un gruppo di questi si era nascosto in un rifugio ben celato sotto numerose balle di fieno. Questa sicurezza mostrata dai tedeschi fa pensare a una probabile delazione. Gli otto prigionieri furono trasferiti a Isolabona con i polsi legati con il fil di ferro dietro la schiena. Dopo un interrogatorio, che immaginiamo assai cruento, furono fucilati presso il muro esterno del camposanto del paese. Caddero:
Giorgio Caudano

Trascorso il terribile inverno 1944-1945, mentre si rinforzano nuovamente i distaccamenti garibaldini con l’afflusso di reclute e con il ritorno nelle formazioni di coloro che, meno atti, avevano trascorso il crudo periodo invernale nel fondovalle, anche il nemico riprende le operazioni per  salvaguardare le vie di comunicazione, per esso vitali, ripetutamente interrotte dalle formazioni partigiane. E sovente, come una belva ferita che negli ultimi istanti della sua esistenza si scatena con ferocia, è ancora il suo unico modo di combattere. Alcuni garibaldini della V^ Brigata [d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni”della II^ Divisione “Felice Cascione”], catturati in precedenza, più numerosi nelle zone di Pigna (IM) e di Buggio [Frazione di Pigna (IM)], vengono raggruppati dal nemico, 34 I.D. Grenadier-Regiment 253, a Isolabona (IM) e il 2 marzo 1945 fucilati presso il cimitero per rappresaglia in risposta alle sconfitte subite.

Aimo Domenico

Massa Vito

Pallanca Antonio

Pastor Attilio

Sciutto Umberto

Vivaldi Benedetto

Immagini desunte da un lavoro di Giorgio Caudano

Cadono così, coraggiosamente, gettando disprezzo in faccia al nemico: Domenico Aimo, Giulio Grassi, Vito Massa, Antonio Pallanca, Attilio Pastor, Umberto Sciutto, Primolino Verrando e Benedetto Vivaldi. Infine Giovanni Guglielmi, di Torri, Frazione  di Ventimiglia (IM), muore all’ospedale lo stesso giorno. Francesco Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. Da Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Grafiche Amadeo, 2005

ALBERIGO COSTANTINO Giuseppe Casanova Lerrone SV 1/2/13 + Sanremo fucilato 2/3/45
D’ONGHIA FRANCESCO Franz Noci BA 01/2/23 + Sanremo fucilato 2/3/45
AIMO DOMENICO Ventimiglia 13/6/1927 + Isolabona fucilato 2/3/45
GRASSI GIULIO Milano 29/7/1925 + Isolabona fucilato 2/3/45
MASSA VITO Ripacandida (PZ) 24/12/1923 + Isolabona fucilato 2/3/45
PALLANCA ANTONIO Airole (Collabassa) 1/9/1922 + Isolabona fucilato 2/3/45
PASTOR ATTILIO Pigna (Buggio) 2/12/1927 + Isolabona fucilato 2/3/45
SCIUTTO UMBERTO Cairo Mont.tte (SV) 30/6/1924 + Isolabona fucilato 2/3/45
VERRANDO PRIMOLINO Pigna (Buggio) 18/11/1924 + Isolabona fucilato 2/3/45
VIVALDI BENEDETTO Taggia 24/12/1923 + Isolabona fucilato 2/3/45
Giorgio Caudano

 A cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016  

Potrebbe essere ancora vivo l’ex tenente Josef Fellermeier, comandante del plotone di genieri tedeschi del 253° Reggimento granatieri inquadrato nella 34a Divisione, responsabile dell’eccidio di otto ostaggi partigiani fucilati a Isolabona il 4 marzo 1945. È bastata un’ora, al professor Carlo Gentile, originario di Dolcedo e con casa a San Lazzaro Reale, docente di Storia contemporanea all’Università di Colonia, per trovare dati che consolidano le ricerche fatte dallo storico di Isolabona Paolo Veziano. Fellermeier è della classe 1918: in teoria potrebbe essere in vita. È stato Veziano a incaponirsi sull’identità di chi diede l’ordine di uccidere gli ostaggi poi vantandosene con i commilitoni. I soldati tedeschi, gli stessi probabilmente che compirono la strage di Grimaldi e altri assassinii di partigiani a Forte San Paolo a Ventimiglia e a Latte [Frazione di Ventimiglia] nel periodo che precedette la ritirata delle truppe germaniche dall’Italia, erano di stanza proprio a Isolabona. Si parla di circa 1700 uomini nelle cui file c’erano anche appartenenti alla Marina e componenti delle milizie fasciste. Veziano ha desunto il nome di Fellermeier compulsando i resoconti degli interrogatori a cui i partigiani avevano sottoposto i prigionieri tedeschi.
Maurizio Vezzaro, Potrebbe vivere in Baviera l’ex “aguzzino” Fellermeier. Le ricerche del professor Gentile confermano la pista seguita da Veziano. Il responsabile dell’eccidio di Isolabona dopo la guerra tornò in patria, La Stampa, 28 Aprile 2017

È stato scoperto – e comunicato per la prima volta oggi in occasione delle celebrazioni del 25 aprile – l’ufficiale della Gestapo che il 4 marzo del 1945 ordinò la fucilazione di otto “garibaldini”, a Isolabona, piccolo centro storico dell’entroterra di Ventimiglia (Imperia). È stato lo storico Paolo Veziano, membro del direttivo scientifico dell’Istituto storico della Resistenza a effettuare la scoperta, grazie all’analisi dei verbali di interrogatorio dell’epoca a carico dei tedeschi catturati dai partigiani. “Aspetto di raccogliere dell’altra documentazione dall’archivio militare di Friburgo – ha annunciato Veziano – dopodiché trasmetterò tutti gli atti alla Procura militare di La Spezia, competente per questo genere di reati”. Secondo quanto ricostruito da Veziano fu il caporal maggiore del genio tedesco Gerard Kunat, catturato dai partigiani, a indicare in un uomo: “alto, magro e con un occhio di cristallo”, l’ufficiale nazista, poi identificato nel tenente Feller, che ordinò la fucilazione. Nello stesso documento si legge pure la richiesta di trasferire il gerarca a Isolabona, affinché venga fucilato nello stesso punto in cui si trovavano ancora le macchie di sangue dei “garibaldini” ammazzati. Fucilazione che tuttavia non avvenne mai, così come ancora oggi non si sa che fine abbia fatto il tenente Feller.
CRONACA, L’annuncio dello storico Paolo Veziano: fu il tenente Feller. 25 Aprile, scoperto l’ufficiale nazista che ordinò le fucilazioni a Isolabona, Primocanale.it, mercoledì 26 aprile 2017

Dalle nebbie del passato affiorano, come spaventosi spettri, nuovi brandelli di verità sull’identità di Josef Fellermeier, l’ufficiale nazista presunto responsabile delle torture e dell’uccisione inflitte a otto ostaggi partigiani in quel di Isolabona, nel lontano ma mai dimenticato 4 marzo 1945. Dalle ricerche partite dagli spunti storici dello studioso locale Paolo Veziano che è andato scandagliare gli archivi, trovando documenti riportanti l’esito di interrogatori di soldati tedeschi prigionieri, e approfondite dal professor Carlo Gentile, originario di Dolcedo e docente di storia contemporanea dell’Università di Colonia, la figura di Josef Fellermeier comincia a delinearsi in tutti i suoi freddi, brutali contorni […] Stiamo parlando di un sottotenente derivante dai ranghi dei sottufficiali che prima lavorava come funzionario nel Reichsarbeitsdienst (Servizio del lavoro: un’organizzazione interna al partito nazionalsocialista). «Ulteriore conferma dell’identità – scrive il professor Gentile – è il fatto che Fellermeier, nell’estate del 1942, fu ferito e perdette l’occhio sinistro». E in effetti, nel resoconto degli interrogatori condotti dai partigiani, i soldati tedeschi riferiscono tutti il particolare dell’occhio mancante. Difficile poter dire se la Procura militare di Verona oggi competente, a distanza di così tanto tempo e con sì labili elementi (non sono sufficienti quelli già a disposizione), possa decidere di aprire un fascicolo penale. Veziano e Gentile gli spunti li hanno forniti. Si vedrà. Per quanto riguarda l’estremo Ponente, l’unità maggiormente responsabile di eccidi di resistenti e civili fu il «Grenadier-regiment 253 comandato dal maggiore Geiger. Un elenco di persone trucidate dai tedeschi nell’area di Ventimiglia contempla, oltre alle 12 vittime della strage di Grimaldi, i nomi di 41 persone assassinate nel circondario nel periodo in cui la famigerata squadra era di stanza a Ventimiglia. Il 21 marzo 1945, al forte San Paolo a Ventimiglia furono passati per le armi otto ragazzi tra i 16 e i 24 anni, in parte collaboratori delle formazioni partigiane, rastrellati a Bordighera e Dolceacqua. Giudicati da una corte marziale presieduta dallo stesso Geiger, prima di essere giustiziati furono picchiati dal maresciallo Rudolf Przibilla, un altro dei volenterosi carnefici di Hitler.
Maurizio Vezzaro, Eccidio di Isolabona, nuovi particolari sul “volenteroso” carnefice di Hitler. Proseguono le ricerche del professor Carlo Gentile e dello storico locale Paolo Veziano sui fatti accaduti nel marzo del 1945, La Stampa, 19 Maggio 2017

[Paolo Veziano:

La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 – 8 ottobre 1944), a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020
Paolo Veziano, Ombre al confine. L’espatrio clandestino degli Ebrei dalla Riviera dei Fiori alla Costa Azzurra 1938-1940, ed. Fusta, 2014
Paolo Veziano, Ombre di confine: l’emigrazione clandestina degli ebrei stranieri dalla Riviera dei fiori verso la Costa azzurra, 1938-1940, Alzani, 2001
Paolo Veziano, Sanremo. Una nuova comunità ebraica nell’Italia fascista 1937-1945, Diabasis, 2007
Paolo Veziano, San Remo. Una piccola comunità ebraica nella Riviera dei Fiori degli anni Trenta, in “La Rassegna mensile di Israel, volume LXIX n.1, gennaio-aprile 2003”, Saggi sull’ebraismo italiano del Novecento in onore di Luisella Mortara Ottolenghi
Catalogo della Mostra Angelo Donati. Un ebreo modenese tra Italia e Francia, a cura di Paolo Veziano, 2004]

Fucilazione di tre gruppi familiari nell’abitato di Grimaldi superiore, precedentemente evacuato per ordine tedesco. La motivazione della strage è incerta, ma potrebbe essere legata al mancato rispetto dell’ordine di evacuazione del paese. Il Tribunale Militare di Torino in data 15 maggio 2000, dopo un processo che vide alla sbarra il maggiore Hans Geiger (nato a Francoforte il 12 giugno 1906) e il tenente Heinrich Goering (nato a Betzdorf il 17 luglio 1923), rispettivamente comandanti del 253. Grenatier Regiment della 34 Infanterie division e della VI compagnia dello stesso reggimento, emise una sentenza di non luogo a procedere per i due ufficiali tedeschi […]
Giorgio Caudano

Partigiani con la scorta di una vedetta francese

Una mappa d’epoca della zona di frontiera a mare tra Italia e Francia, presumibilmente in dotazione dell’agente francese Joseph Manzone, dit le Fou (1)

(1) […] Joseph Manzone, dalla cui temerarietà il gruppo C.F.L.N. da lui diretto prese il nome di Joseph le Fou, da dicembre 1944 alla fine della guerra svolse 51 missioni dietro le linee tedesche […] Il 16 ottobre 1944 i tedeschi sorpresero sul pianoro della Ceva, vicino a Fontan, Emile Grac, F.F.I. del gruppo C.F.L. Parent, che stava effettuando una ricognizione dietro le linee nemiche, e lo abbatterono […] Pierre-Emmanuel Klingbeil, Le front oublié des Alpes-Maritimes (15 août 1944 – 2 mai 1945), Ed. Serre, 2005

La mia storia nella Resistenza è legata a filo doppio con Renzo Rossi.
Nell’agosto del 1944 mi aggregai al gruppo partigiano di Girò
[o Gireu, Pietro Gerolamo Marcenaro di Vallecrosia (IM), capo di una squadra della V^ Brigata d’Assalto Garibaldi della II^ Divisione “Felice Cascione”], che operava nella zona di Negi [Frazione di Perinaldo, molto più vicina a Seborga (IM) che a Perinaldo, in ogni caso subito alle spalle di Bordighera (IM)]. Dove godevamo anche dell’appoggio di Umberto Gigetto Sequi a Vallebona e di Giuseppe Bisso a Seborga; tutti e due membri del C.L.N. di Bordighera. Negi era il punto di contatto tra le varie formazioni partigiane che operavano nella zona, tra queste, quelle sotto il comando di Cekoff [Mario Alborno di Bordighera] e di Gino [Luigi Napolitano di Sanremo (IM) (1)]    

(1) [ Luigi Gino Napolitano di Sanremo (IM). Dalle formazioni autonome di “Mauri” a marzo 1944 passò definitivamente alle formazioni Garibaldi dell’estremo ponente ligure.
Per le sue doti di coraggio e spirito combattivo veniva subito nominato comandante di un Distaccamento che, per l’aumentato numero di volontari, divenne poi Battaglione.
Come risulta da un rapporto, era considerato dai nazi-fascisti “elemento assai pericoloso”.
Protagonista di un gran numero di battaglie tra le quali: Carpenosa, Giugno 1944; Badalucco, 29 giuno 1944; Ceriana, Agosto 1944; Carmo Langan, 8 ottobre 1944 e febbraio 1945; Baiardo, marzo 1945.
Ferito in combattimento a Baiardo. Commissario politico del I° Battaglione “Mario Bini” della V^ Brigata. Da fine gennaio 1945 vice comandante della V^ Brigata d’Assalto Partigiana Garibaldi “Luigi Nuvoloni”.
Insignito di Medaglia d’argento al V.M. Vittorio Detassis su Isrecim ].

Facevo da staffetta tra Negi e Vallebona. A settembre 1944 insieme a Renzo Rossi partecipai all’incontro con Vittò [Giuseppe Vittorio Guglielmo, detto anche “Ivano” o “Vitò“, in quel momento comandante della V^ Brigata, dal 19 dicembre 1944 comandante della II^ Divisione].
Ci accompagnò Confino, maresciallo dei Carabinieri che aveva aderito alla Resistenza. Vitò investì formalmente Renzo Rossi del compito di organizzare, per la nostra zona, il S.I.M.
[Servizio Informazioni Militari] e la S.A.P. : io fui nominato suo agente e collaboratore. In novembre mi aggregai al battaglione di Gino Napolitano a Vignai, ma dopo alcune operazioni di collegamento tra Vallebona e il comando di Vignai, il comando mi richiamò ad operare nel Gruppo Sbarchi di Vallecrosia.

[Il racconto del testimone Renzo Biancheri prosegue con la narrazione di altri episodi di vita partigiana, soprattutto con la sua partecipazione al trasporto clandestino via mare in Francia del comandante Stefano “Leo” Carabalona, già gravemente ferito in un agguato nemico]

Il nostro ritorno fu programmato subito con il motoscafo di Giulio “Corsaro” Pedretti e di Cesar, con il quale si dovevano recuperare anche alcuni prigionieri alleati; ma il motoscafo in mare aperto andò in panne e non ne volle sapere di riavviarsi. Eravamo in balia delle onde: Renzo Rossi, Pedretti e Cesar sotto un telo, al chiarore di una lampada, rabberciarono alla meglio il motore. Quasi albeggiava e la missione fu annullata perché ormai troppo tardi.
Sulla spiaggia di Vallecrosia il Gruppo Sbarchi attese invano con i 5  piloti.
I piloti vennero trasferiti in Francia nei giorni successivi da
Girò [Pietro Gerolamo Marcenaro] e Achille [Achille “Andrea” Lamberti].
Io, Renzo Rossi, Achille Lamberti e
Girò ritornammo in un’altra occasione dalla Francia con un carico di armi. Per sbarcare dovemmo attendere il segnale dalla riva, ma, come altre volte, non arrivò alcun segnale. Sbarcammo proprio davanti alla postazione dei bersaglieri, vicino al bunker.
Pochi giorni dopo, senza Achille, che rimase a dirigere il Gruppo a Vallecrosia, effettuai con
Girò un’altra traversata, accompagnando “Plancia[Renato Dorgia] a prendere armi e materiale. Il ritorno lo effettuammo con la scorta di una vedetta francese, che accompagnò il motoscafo di Pedretti. Vi furono momenti di apprensione perché da bordo della vedetta si udì distintamente il rombo del motore di un motoscafo tedesco; i nemici non si accorsero della nostra presenza e passarono oltre. Trasbordammo sul motoscafo e sul canotto gli uomini e il materiale delle missioni “Bartali (1) [Giovanni Bortoluzzi, già a capo a settembre 1943 di una prima banda di partigiani in Località Vadino di Albenga (IM), poi dirigente sapista in quella zona, capo missione della VI^ Divisione “Silvio Bonfante” presso gli alleati, vicecapo della Missione Alleata nella I^ Zona nei giorni della Liberazione] e “Serpente”, composte da agenti addestrati al sabotaggio. Nelle operazioni di trasbordo alcuni caddero in mare e recuperarli nel buio non fu cosa facile, dovendosi osservare il silenzio assoluto. Attendemmo i segnali convenuti da riva. Anche quella volta nessun segnale. Gli ordini erano di annullare tutto, ma Girò accompagnò ugualmente a terra tutta la comitiva, mentre io tornai a bordo della vedetta, perché nel buio pesto riuscì ad individuare il tratto di spiaggia dinanzi a casa sua. Le difese di quel tratto di costa erano così composte: un bunker alla foce del torrente Borghetto, uno nei pressi della foce del Verbone, un altro quasi alla foce del Nervia.
Tra il bunker del Borghetto e quello del Verbone, era tutto un campo di mine, eccetto, giusto alla metà tra i due bunker, un passaggio largo meno di un metro, dalla battigia fino al rio Rattaconigli. Sbarcarono a Rattaconigli e superarono il campo minato attraverso quel sentiero. Quella sera dal bunker di Vallecrosia fino alla foce del Nervia era tutto un pullulare di tedeschi e fascisti. Ci aspettavano. La fortuna fu dalla nostra.

Renzo Gianni Biancheri , detto anche “Rensu u Longu“, in Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia  < ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia – Comune di Vallecrosia (IM) – Provincia di Imperia – Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM), 2007 > 

(1) <15 gennaio 1945 – Dal Comando Militare Unificato della Liguria al comandante Curto [Nino Siccardi, comandante della I^ Zona Operativa Liguria] – Si chiedevano chiarimenti circa il fermo effettuato ai danni del capitano Bartali [Giovanni Bortoluzzi, già a capo a settembre 1943 di una prima banda di partigiani in Località Vadino di Albenga (IM), poi dirigente sapista in quella zona, capo missione della VI^ Divisione “Silvio Bonfante” presso gli Alleati, vicecapo della Missione Alleata nella I^ Zona nei giorni della Liberazione], si ricordava che vi era stata l’unificazione di tutti i comandi combattenti della Liguria, si sottolineava che “nella Liguria la parte operativa viene riassunta nelle persone di Miro [Anton Ukmar], Ferrero e Balbi [Tenente Colonnello Giulio Bertonelli ]” e veniva intimato il rilascio del capitano Bartali.<11 aprile 1945 – Dal Comando della I^ Zona Operativa Liguria al comando della VI^ Divisione  – Veniva comunicato l’imminente sbarco di Bartali [Giovanni Bortoluzzi] e veniva ordinato di tenere a disposizione dello scrivente comando eventuale materiale arrivato nel frattempo via mare.

<14 aprile 1945  – Dal Comando della I^ Zona Operativa Liguria al comando della VI^ Divisione – Veniva comunicato che Bartali, sbarcato il giorno 11, stava proseguendo verso la zona della VI^ Divisione “Silvio Bonfante” per incontrare R.C.B. [capitano Bentley]  e che il 20 avrebbe avuto luogo una riunione tra le formazioni garibaldine, R.C.B. [capitano Bentley]  e i CLN interessati.                                                                            

<17 aprile 1945  – Dal Comando della I^ Zona Operativa Liguria al comando della VI^ Divisione – Venivano annunciati l’arrivo di Bartali con una radio trasmittente e di 2 istruttori di sabotaggio, dei quali 1 <l’agente Raina> doveva essere indirizzato verso la VI^ Divisione.  

<24 aprile 1945 – Dal Comando della I^ Zona Operativa Liguria al comando della VI^ Divisione – Scriveva che “il capitanoBartali” [Giovanni Bortoluzzi] raggiungerà il comando divisionale in indirizzo e sarà l’incaricato della missione alleata presso il comando divisionale, funzionando da collegamento tra lo scrivente comando ed il comando divisionale. Bartali dipenderà dal capo missione “capitano Roberta” [capitano Bentley]. Si prega di fornire “Bartali” di tutto ciò di cui ha bisogno, nonché di alcune staffette e della puntuale segnalazione di tutte le azioni svolte dalla II^ Divisione“.

< 30 maggio 1945 – Da H.Q. Allied Liaison Mission I^ Ligurian Zone a “Ramon” [Raymond Rosso, capo di Stato Maggiore della VI^ Divisione] –  Veniva espresso il ringraziamento del Capitano “Bartali” [Giovanni Bortoluzzi], vice comandante della missione inglese nella I^ Zona, per la collaborazione accordata nei mesi passati.

da documenti Isrecim in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio – 30 Aprile 1945) – Tomo II – Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia, Anno Accademico 1998 – 1999

Parallelamente agli aviolanci nel mese di aprile del 1945, ma in modo più assiduo, nella zona del ponente ligure provenienti dalla Francia avvenivano sbarchi di materiale bellico (diversi Bren, Sten e Breda) a Vallecrosia. Sulla costa, nei punti di incontro stabiliti, garibaldini della V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione “Felice Cascione” o della locale SAP effettuavano a piccoli intervalli, a partire dalle ore 23 nelle notti concertate previe comunicazioni segrete, segnalazioni luminose all’indirizzo dei natanti di volta in volta in arrivo.  Rocco Fava, Op. cit., Tomo I

Le truppe francesi, intanto, stavano occupando Breil-sur-Roya

Saorge – Fonte: Wikipedia

Briga Marittima, oggi La Brigue, Val Roia francese, Dipartimento delle Alpi Marittime, nei primi mesi del 1945 era controllata da circa 40 genieri della Repubblica di Salò e da un centinaio di soldati della Wehrmacht, dei quali metà erano tedeschi e metà slavi. Questi ultimi sul finire di gennaio cercarono di contattare i garibaldini della I^ Zona Operativa Liguria. Verso metà febbraio una ventina di loro riuscirono a fuggire dal presidio di Briga.

San Dalmazzo di Tenda e Tenda erano presidiate da militari della Divisione “Muti”, da altri 40 soldati repubblichini e solo da alcuni tedeschi. Libri, Breglio (Breil-sur-Roya), Piena, Olivetta San Michele a metà febbraio apparivano ormai sgombre di presenze nazifasciste. Lo stesso accadde per Saorge nei primi dieci giorni di marzo.

Ai primi di aprile i tedeschi abbandonarono anche Cima Marta e il monte Graj.

Il 10 aprile il comando della V^ Brigata “Luigi Nuvoloni” comunicava al comando della II^ Divisione “Felice Cascione” che “dopo alterni combattimenti importanti posizioni controllate dai nazifascisti sono state conquistate da reparti degaullisti“.

Verso la metà di aprile sulla zona di confine si intensificarono il cannoneggiamento ed il mitragliamento delle forze alleate, in particolare su Saorge, Breglio, Fontan, Cima Arpetta e Passo Muratone.

Il 18 aprile circa 100 soldati della Wehrmacht, provenienti dalla zona di La Brigue, si allontanarono verso Andagna, Frazione di Molini di Triora (IM), Valle Argentina: di questi militari 7 uomini di nazionalità russa fuggirono per raggiungere i partigiani.

Le truppe francesi, intanto, stavano occupando Breil-sur-Roya, fermandosi a soli 3 chilomentri da Fontan. Tra il 19 ed il 20 aprile i tedeschi abbandonarono il presidio di La Brigue, raggiunta la mattina del 20 dalle cannonate sparate dalle forze anglo-francesi.

Il 21 aprile il comando della Divisione Cascione comunicò al proprio informatore della zona l’ordine di costituire immediatamente il CLN a Briga Marittima.

Il 23 aprile 1945 il comando della IV^ Brigata “Elsio Guarrini” della II^ Divisione segnalava ai comandi delle formazioni dipendenti che “l’attacco sferrato dalle forze francesi sulle Alpi Marittime e l’occupazione delle stesse ha portato la necessità da parte nostra di tenerci pronti per un eventuale attacco in collaborazione con gli alleati”.

Il 24 aprile alcune staffette del CLN di Perinaldo presero contatto in Ventimiglia (IM) con un nucleo di gollisti.

I garibaldini nutrivano fiducia nei riguardi degli alleati che stavano avanzando…

Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio – 30 Aprile 1945),  Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia, Anno Accademico 1998 – 1999

I russi erano scappati da Briga dove i tedeschi li tenevano a lavorare nelle fortificazioni, e per un po’ avevano girato nei paraggi, spaventando le donne sole in casa la notte che non li capivano e li credevano tedeschi. Poi erano riusciti a raggiungerci, e, insieme a qualche alsaziano o lorenese che aveva disertato dall’esercito tedesco, costituivano la Squadra Internazionale e avevano in dotazione l’arma più bella del battaglione, il Mayerling sputafuoco. Subito, come succede, si creò intorno alla Squadra Internazionale la leggenda che fosse la squadra più affiatata, più sfegatata, più disciplinata del battaglione. Non che in effetti non fosse così, ma c’era in quella ammirazione per loro, in quel portar loro ad esempio da parte dei comandanti, un qualcosa di leggendario, di dato per irraggiungibile. Noi ci sentivamo gli italiani, gente che non si lava, non si spidocchia, che va stracciata, che litiga tra sé, che urla e spara per nulla, che non sa bene perché è da questa parte e non dall’altra pure si batte a morte, carica di furore; loro i russi, un mondo sereno, che ha già deciso tutto, e ora sa di far la guerra, e continua a farla, con entusiasmo e odio e metodo, ma senz’abbandonarcisi, tenendo le armi pulite come specchi, non barando sui turni di guardia, non litigandosi sull’andare a legna, come continuassero una naja per conto loro, senz’ufficiali né consegne.
Italo Calvino, Romanzi e racconti, Mondadori, 1994, p. 846

L’operazione «Canard»: 11-17 aprile 1945
Sul  massiccio  dell’Authion,  la  linea  di  difesa  era  presidiata  dai  due  battaglioni  del  107°  reggimento  della  34a  divisione,  sostenuti  da  un  potente schieramento di artiglieria. L’azione principale si svolse il 10 e l’11 aprile, e la sera del 12 l’Authion cadde in mani francesi, mentre i forti a sudest e quelli della Baisse de Saint-Véran e della Tête de la Secca resistevano. Il 14 l’attacco progredì tra il passo di Barbacane e la cima di Sespoul; il giorno dopo fu occupato il paese di Bréil, mentre un reparto scese nel vallone del Caïros, minacciando Saorge. Il 16 le batterie tedesche intervennero pesantemente, fermando ogni tentativo di avanzare lungo la Val Roya, mentre sulle vie di comunicazione venivano compiute distruzioni. L’operazione  verso il col  di  Tenda  fu  sospesa  per  attaccare  invece  in  direzione  della  Valle  Stura  di  Demonte,  al  fine  di  coordinare l’azione  della 1a D.F.L. con quella prevista contro il colle della Maddalena, l’operazione «Laure». Le perdite subite dai francesi furono molto alte: 195 caduti e 714 feriti. Gli italo-tedeschi ebbero 272 prigionieri, subendo perdite pesanti in morti e feriti, ma riuscirono a tamponare l’attacco e a mantenere il possesso del col di Tenda. L’operazione «Canard» bloccò comunque una delle vie di ritirata, tagliando la Val Roya […]
A Ventimiglia, il 25 [aprile 1945], un gruppo di civili italiani raggiunse la Francia per avvertire che i tedeschi se n’erano andati e il 26 i primi militari francesi entrarono nella città, subendo perdite a causa delle numerose mine disseminate dappertutto. Nel corso della giornata i francesi risalirono la Val Roya, raggiungendo Tenda e Briga, trovando difficoltà ad avanzare, viste le imponenti distruzioni e l’estensione dei campi minati. Il 29 reparti francesi raggiunsero Borgo San Dalmazzo, congiungendosi con i reparti provenienti dal colle di Tenda e con quelli arrivati dalla Valle Stura.
Alberto Turinetti di Priero, Il «fronte alpino»: 1944-1945, in  Alpi in Guerra

25 aprile, mercoledì
Sono scrosciate cannonate per tutta la notte. Ma allora è proprio noi che vogliono ammazzare? Ada [la figlia di Caterina Gaggero ved. Viale] è partita per andare a casa, ma dicono che i tedeschi, prima allontanarsi, abbiano minato dappertutto.
Di qui dalla Marina San Giuseppe è partito un battello con sopra Bottiero, Rocca e Dardano: vanno a Mentone a chiamare i francesi e a dire loro che ormai tedeschi a Ventimiglia non ve ne sono più.
Ada, nell’andare a casa, ha incontrato Lorenzo Vacca che le ha proposto di andare ad avvisare i francesi. Così sono andati fino a Mentone dove sono arrivati prima della barca. Sono tornati al pomeriggio, sani e salvi dalle mine, conducendo con sé i liberatori. Poco prima, un piccolo aereo militare, a causa di un’avaria al motore, era atterrato qui davanti a noi su un isolotto del letto del Roia e tutta la gente attraversava il fiume per avvicinarvisi il più possibile.
Ci sarebbe stato proprio da girare una pellicola! E dire che stamane sono ancora passati gli aeroplani e, subito dopo aver pranzato, abbiamo dovuto rifugiarci in galleria perché c’è stato un mitragliamento su per la vallata di Camporosso e hanno sganciato diverse bombe dalle parti di Vallecrosia.
I tedeschi che avevano fatto saltare il ponte sono stati uccisi dai patrioti a Vallecrosia. Altri tedeschi in ritirata hanno trovato la morte fra Ospedaletti e San Remo. Del ponte, soltanto due arcate sono andate distrutte e ci si può benissimo passare sopra con un carretto a mano. Il cavalcavia di Nervia è, invece, impraticabile. Nelle vicinanze della proprietà del signor Grazio, a causa delle mine, un soldato francese è morto, tre sono rimasti feriti. Pure ferita una suora e Benedé.
La bandiera bianca sventola sulla Torre Littoria. Le campane suonano a festa, per lo meno quelle poche che vi sono ancora. Quella che si trovava alla Madonna delle Virtù giace abbandonata davanti alla sede dell’U.n.p.a.. La gente, quasi incredula, esce dalla galleria, dai rifugi e dalle cantine dove ha trascorso lunghi mesi in condizioni di vita terribili.
26 aprile
Stamane sono passati Pippo e Adriano che andavano da Bataglia [Caterina Gaggero ved. Viale gestiva, con l’aiuto della figlia Ada, l’osteria-trattoria da Bataglia, sita nel territorio della frazione Ville, ma nelle vicinanze di Latte, Frazione di Ventimiglia]. Ho deciso di andarci anch’io e di dormirci. Ada trasporta a casa la roba che abbiamo qui a Ventimiglia; porta su anche le galline ed io ho intenzione di trasferirmi nella nostra casa. Ora vedrò fin dove arriva il mio coraggio.
Continuano a passare truppe francesi, molti soldati sono negri. Sia i militari che i civili passano per la strada Romana.
Un mulo è stato ucciso da una mina nei pressi del signor Orazio.
Caterina Gaggero Viale, Diario di Guerra della Zona Intemelia 1943-45, Edizioni Alzani, Pinerolo, 1988

Quando le campane di Bordighera suonarono le 23.00

Documento segreto inglese del 13 gennaio 1945 (rintracciato a cura di Giuseppe Mac Fiorucci, Op. cit.) che confermava l’arrivo del capitano Bentley tra i partigiani imperiesi

Neve [Luigi Pozzi] passò in Francia attraverso un viaggio avventuroso con un compagno di cui non è stato possibile decifrare il nome, passando dal col d’Arnas, nelle valli di Lanzo, dove si era incontrato con un capitano dell’esercito alleato, per proseguire successivamente alla volta di Grenoble e, a fine novembre, di Nizza, dove venne in contatto con “Bet” (alias Geoffrey Leach) che gli propose di accompagnare in Italia il capitano Bentley. «Alla presenza di “Tasso” (51), che conosceva Bet, partì con un carico di armi e munizioni, ma con guide inefficienti. Bentley raggiunse, comunque, l’Italia». Neve, dopo altre peripezie, riuscì a raggiungere a Siena la sede della Special Force, il 7 gennaio, per poi tornare alla base (forse Monopoli?) per un’altra missione.

51 Federico Tessiore “Franco”, “Tasso”, nato a Chieri (To) nel 1917; segnalato come membro del Cln di Roma fino al marzo 1944; istruttore sabotatore nella IV divisione “Gl” e poi dal mese di novembre nella I divisione “Gl”; nello stesso periodo è segnalato presso il maggiore Hamilton, capo della missione britannica a Grenoble. Si veda GIULIO BOLAFFI, Partigiani in Val di Susa. I nove diari di Aldo Laghi, a cura di Chiara Colombini, Milano, Franco Angeli, 2014, p. 100, nota 48.

Marilena Vittone, “Neve” e gli altri. Missioni inglesi e Organizzazione Franchi a Crescentino, in “l’impegno”, n. 2, dicembre 2016, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia

Il tenente Antonio Capacchioni del gruppo Kanhemann veniva incaricato di preparare, in collaborazione con la S.A.P. di Vallecrosia, l’arrivo presso la Divisione Felice Cascione del capo della Missione alleata, il capitano inglese [del SOE] Robert BentleyFrancesco Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. IV: Da Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2005

Ad ogni modo presi contatto con Leo [Stefano Carabalona], che era appunto appena sbarcato in Francia in quel tempo, e poi con Kahnemann (Nuccia), il quale era pure passato [partendo con il suo gruppo da una spiaggia di Vallecrosia la notte del 14 dicembre 1944] a Nizza e mi posi immediatamente al lavoro. Tonino [Antonio Capacchioni], Mimmo [Domenico Dònesi] e Nino [Alberto Guglielmi] mi furono di grande ausilio durante la fase preparatoria. Le difficoltà di una traversata erano grandissime… decidemmo di inviare Nino perché preparasse il terreno… Nino venne tagliato fuori… Decidemmo di inviare Tonino…    Robert Bentley in Mario Mascia, L’epopea dell’esercito scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975

Quando le campane di Bordighera [(IM)] suonarono le 23.00, il 6 gennaio del 1945 il gruppo di sbarco composto dal caporale Mac Dougall, Mimmo [Domenico Dònesi], Nino [Alberto Guglielmi] e me, era riunito su di un battello pneumatico.  Avendo ricevuto dalla spiaggia il segnale di via libera […] Il 7 gennaio alle 8,15 iniziammo il nostro viaggio verso l’entroterra. Io e Tonino partimmo per primi, seguiti a 100 iarde dal caporale Mac Dougall e da Mimmo […] Da lì in poi numerosi Gerrys [tedeschi] ci incrociarono facendosi gli affari loro e curandosi poco di noi. A Vallecrosia prendemmo la mulattiera per Negi [Frazione di Perinaldo (IM)] che raggiungemmo alle 03.30. L’8 gennaio alle 4 lasciammo Negi per salire a Monte Bignone […] Robert Bentley, documento autografo pubblicato in Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia – Comune di Vallecrosia (IM) – Provincia di Imperia – Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM),  2007

5 gennaio 1945 Dal comando della Divisione “Silvio Bonfante”, prot. n° 88, al Comando della I^ Zona Operativa LiguriaComunicava che erano state occultate delle armi nei pressi di Nasino [(SV)]. Materiale bellico frutto di un lancio inglese fatto per il capitano ‘Roberta’ [capitano del SOE britannico Robert Bentley, responsabile della missione alleata nella I^ Zona Operativa Liguria]…” // 11 febbraio 1945 – Dal C.L.N. di Sanremo, prot. n° 273, al capitano Roberta (Robert Bentley) – documento scritto in inglese – Il capitano Bentley veniva ringraziato per la sua partecipazione al convegno di Beusi. A Bentley veniva anche annunciata la preparazione di alcune piantine segnaletiche di postazioni nemiche. // 13 febbraio 1945 – Dal CLN di Sanremo, prot. n° 287/SIM, alla Sezione SIM della V^ Brigata “Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione “Felice Cascione” – Chiedeva di comunicare al capitano Roberta [capitano Bentley] il bombardamento alleato di Sanremo, avvenuto il giorno prima. // 15 febbraio  1945 – Dal Comando della I^ Zona Operativa Liguria al comando della VI^ Divisione “Silvio Bonfante” – Trasmetteva i ringraziamenti del capitano Roberta [capitano Robert Bentley] per la prontezza con cui era stato realizzato il collegamento con il colonnello Stevens e assicurava che il medesimo avrebbe preso in considerazione l’ipotesi di fare bombardare Ormea (CN), come suggerito dal comando destinatario. // 1 marzo 1945 – Dal CLN di Sanremo, prot. 350/SIM, al “Capitano Roberta” [Robert Bentley] – Comunicava che nell’occasione venivano inviati i lucidi richiesti in relazione alle operazioni di sbarco materiali progettate dalla Missione Alleata, esprimendo, altresì, rammarico per il ritardo con cui si era proceduto a tale inoltro, ritardo determinato dal rastrellamento nemico del 18 febbraio. // 9 marzo 1945 – Dalla Sezione SIM della V^ Brigata, prot. n° 327/SIM, al CLN di Sanremo, Sez. SIM – Avvisava che il capitano Roberta [capitano Bentley]  per ragioni cospirative aveva cambiato il nome di battaglia in R.C.B. // 28 marzo 1945Dal Rappresentante Alleato [capitano Robert Bentley] al comando della I^ Zona Operativa Liguria – La comunicazione conteneva il preavviso di prossimi ordini del Comando Alleato riguardanti un attacco generale delle due Divisioni [la II^ e la VI^], con tutte le forze a disposizione, per occupare le principali città e mantenere l’ordine pubblico. Aggiungeva la direttiva di seguire nel frattempo le azioni già programmate. // 3 aprile 1945Dal Comando Operativo della I^ Zona Liguria, ispettore Giulio [anche Mario, Raffaello Paoletti], al Comando Militare Unificato Regionale LigureVeniva segnalato che “… 500 partigiani pronti per ricevere i lanci… per diversi motivi, tra cui anche la nebbia, si erano avuti sino ad allora solo 3 lanci…in proposito si erano avute divergenze, poi chiarite, con il responsabile della missione alleata [capitano Robert Bentley], che, in aderenza all’interpretazione corrente della direttiva del generale Clark voleva fare interrompere i lanci, in quanto gli effettivi garibaldini avevano superato le 2000 unità…” // 5 aprile 1945 Dal Comando Operativo della I^ Zona Liguria al Comando Militare Unificato Regionale Ligure Istanza per un intervento di quel Comando presso la Missione Alleata [capitano Robert Bentley, ufficiale alleato di collegamento]  per conseguire un aumento del numero dei lanci. // 7 aprile 1945Dal Comando Operativo della I^ Zona Liguria a Orsini [Agostino Bramè, commissario politico della V^ Brigata] – Venivano chiesti, dietro protesta di R.C.B. [capitano Robert Bentley] chiarimenti circa la distribuzione di armi arrivate in tre differenti sbarchi, circostanze sulle quali non erano state fatte le dovute relazioni. // 13 aprile 1945Dal Quartiere Generale Alleato della I^ Zona Liguria [capitano Bentley] al comandante Curto [comandante della I^ Zona Operativa Liguria] – Chiedeva di avvisare il comando della II^ Divisione di mettere a disposizione di R.C.B. [capitano Bentley] i 23 Sten ed i 2 Breda sbarcati a Bordighera [quasi di sicuro, invece, a Vallecrosia, forse in zona Rattaconigli, cioé sul confine tra le due cittadine], insieme ai 2 istruttori di sabotaggio, il 4 aprile u.s. e di aggiungere i 15 Sten con relative munizioni, portati da Bartali [Giovanni Bortoluzzi, già a capo a settembre 1943 di una prima banda di partigiani in Località Vadino di Albenga (IM), poi dirigente sapista in quella zona, capo missione della VI^ Divisione “Silvio Bonfante” presso gli alleati, vicecapo della Missione Alleata nella I^ Zona nei giorni della Liberazione]. Si fornivano altre indicazioni e si aggiungeva che in allegato vi era una lettera da consegnare in Francia tramite la squadra di Bordighera [Gruppo Sbarchi Vallecrosia, in effetti]. // 14 aprile 194Dal Comando Operativo della I^ Zona Liguria al comando della II^ Divisione – Veniva comunicato che Bartali, sbarcato il giorno 11, stava proseguendo verso la zona della VI^ Divisione “Silvio Bonfante” per incontrare R.C.B. [capitano Bentley] e che il 20 avrebbe avuto luogo una riunione tra le formazioni garibaldine, R.C.B. e i CLN interessati. // 18 aprile 1945Dal Comando Operativo della I^ Zona Liguria al comando della VI^ DivisioneInvito a mandare sollecitamente il materiale del lancio in pari data al capitano Roberta [Robert Bentley] e ordine di mettere a disposizione di R.C.B. [sempre il capitano Bentley]  i paracadute in seta. // 24 aprile 1945 – Dal Comando Operativo della I^ Zona Liguria al comando della II^ Divisione “Felice Cascione” – Comunicava che “il capitano “Bartali” [Giovanni Bortoluzzi] raggiungerà il comando divisionale in indirizzo e sarà l’incaricato della missione alleata presso il comando divisionale, funzionando da collegamento tra lo scrivente comando ed il comando divisionale. Bartali dipenderà dal capo missione “capitano Roberta” [capitano Bentley]. Si prega di fornire “Bartali” di tutto ciò di cui ha bisogno, nonché di alcune staffette e della puntuale segnalazione di tutte le azioni svolte dalla VI^ Divisione“.  da documenti Isrecim in Rocco Fava di Sanremo (IM), “La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio – 30 Aprile 1945)” – Tomo II – Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia – Anno Accademico 1998 – 1999

Da parte alleata gli aiuti furono del tutto inesistenti fino al terminare dell’anno 1944. Ai primi del 1945 vennero inviati presso le nostre formazioni di montagna ufficiali di collegamento, la cui opera fu talvolta preziosa più dal punto di vista morale che materiale… fu soltanto nel marzo del ’45, a poche settimane dalla liberazione che qualche limitato invio di armi automatiche si effettuò da parte alleata, via mare, grazie, peraltro, al coraggio ed alla determinazione dei nostri ragazzi, e solo una prima volta volta in marzo… lanci…    Mario Mascia, Op. cit.

Al pari di tutte le altre attività dello SOE, anche per l’invio di missioni di collegamento era necessaria una notevole preparazione organizzativa, che risentiva della scarsa disponibilità di mezzi della Special Force, trovando ostacoli per la pianificazione e l’esecuzione, e che costringeva a scegliere le priorità. […] Nel novembre del 1944 il maggiore Vincent tracciava un ottimo rapporto sulla situazione delle missioni nell’area in cui operava, ma soprattutto si faceva portavoce di quegli ambienti della Special Force che erano ambienti critici rispetto al decentramento operativo […] In verità una gestione centralizzata era impossibile se anche all’interno delle formazioni gli inviati britannici erano costretti a delegare parte dei loro compiti a figure di cornice come l’Italian Intelligence Liaison Officer […] Nel relazionarsi con le formazioni invece i Liaison Officers erano aiutati dal fatto di condividerne la stessa vita. Ciò permetteva loro di non essere percepiti come burocrati militari estranei alla guerriglia. Alcune volte le difficoltà erano date dalla scarsa disponibilità a collaborare dei partigiani, espressione di un risentimento che non si dirigeva verso l’Inghilterra, ma solo verso gli ufficiali: “[…] il sentimento antibritannico ed antialleato non esisteva, quello del Partito Comunista e del Partito d’Azione era diretto esclusivamente verso la missione”. Un atteggiamento acuito dalla questione dei rifornimenti. Un lancio mancato, o semplicemente in ritardo, aveva delle ripercussioni sul morale delle formazioni screditando gli ufficiali dello SOE […] I BLO non avevano possibilità di comunicare direttamente con la centrale della Special Force e nemmeno con la squadra aerea in missione. Le richieste raggiungevano la propria destinazione solo dopo essere stato ripetute numerose volte, con una conseguente dilazione temporale. Le coordinate indicate per il rifornimento potevano essere soggette ad errori di trascrizioni o di ricezione. Anche nel migliore dei casi però erano sempre vaghe, visto che fotografavano una situazione in costante mutamento, che avrebbe potuto cambiare in breve tempo non corrispondendo più ai dati in possesso dallo squadrone aereo […] Grazie ai Liaison Officers gli italiani non si percepivano abbandonati, anche perché si adoperavano concretamente per migliorarne la situazione […]  Mireno Berrettini, Le Missioni dello Special Operations Executive e la Resistenza Italiana, Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della provincia di Pistoia, QF, 2007, n° 3

La Guardia Nazionale Repubblicana arrestò tre ex ufficiali antifascisti, già collaboratori di Brunati e di Meiffret

   Si pubblica qui sopra la riproduzione di una Notizia relativa a “Operazioni contro banditi e ribelli” a Imperia (Imperia) riguardante “Battaglione Principe di Piemonte”, contenuta nella pagina 27 del Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del giorno 11-06-1944, che  attestava l’arresto e la successiva consegna alle SS tedesche di tre ufficiali dell’ex regio esercito italiano, il maggiore Enrico Rossi, il tenente Angelo Bellabarba, il tenente Alfonso Testaverde. Il documento in oggetto riportava che i tre ufficiali avevano tenuto contatti con i patrioti Brunati [Renato Brunati, arrestato il 6 gennaio 1944, deportato a Genova e fucilato dalle SS il 19 maggio 1944 sul Turchino] e Lina Meiffret (e di queste due personalità  antifasciste si riportava una  data diversa dell’arresto, 1° marzo 1944 – vedere infra -). Il documento sottolineava, inoltre, che il tenente Bellabarba, Meiffret e Brunati avevano fatto parte di un “tribunale di liberazione nazionale”.  La GNR denunciava altre attività antifasciste dei tre ex ufficiali, quali la distribuzione di stampati di licenze illimitate ad ex militari italiani, l’arruolamento di persone per un costituendo battaglione “Principe di Piemonte”, il sovvenzionamento di ex militari, l’appartenenza ad un non meglio specificato comitato direttivo di liberazione nazionale.  Angelo Bellabarba, nato a Montegiorgio (AP) l’11 ottobre 1913, domiciliato in Vallecrosia, deportato per motivi di sicurezza, giunse a Flossenbürg il 07/09/1944, fu trasferito a Hersbruck e Dachau, fu liberato dagli americani, morì a Monaco di Baviera il 26 luglio 1945 per malattia contratta durante la detenzione.  Il padre di Bellabarba, Carlo, in un documento (analizzato di recente presso l’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia da Giorgio Caudano) inviato da Roma in data 28 agosto 1947 all’ANPI  provinciale di Imperia per il riconoscimeto dei meriti patriottici del figlio scomparso, fornì ulteriori importanti informazioni:”… Bellabarba Angelo faceva parte del Movimento Clandestino con le mansioni di rilevare i piani delle fortificazioni costiere nella zona di Ventimiglia-S.Remo. Fu arrestato nei primi giorni di aprile 1944 dalle forze di polizia nazifasciste in Vallecrosia e trasportato nelle carceri di Marassi Genova…“. Tra le persone indicate come possibili testimoni a favore della sua istanza il signor Carlo Bellabarba indicava Emilio Biancheri di Bordighera, Tommaso Frontero, barbiere di Bordighera, arrestato nel corso della grande retata di maggio 1944 nella zona di confine, tornato miracolosamente incolume dalla detenzione in Germania, Pietro Marcenaro di Vallecrosia, uno dei protagonisti del Gruppo Sbarchi, la vedova di Ettore Renacci, fucilato a Fossoli, dopo essere stato catturato nel corso della richiamata operazione repubblichina   ]

[   Per una migliore comprensione del contesto si aggiungono qui di seguito altre informazioni   ]

Il nominato in oggetto [Quinto Garzo], camicia nera scelta della ex G.N.R., si è reso responsabile della fucilazione della fulgida figura dello scrittore Renato Brunati, e dell’arresto e della conseguente deportazione in Germania della Signorina Lina Meiffret, nota idealista, nemica dichiarata in campo aperto del fascismo e del nazismo. Il Garzo… nell’ottobre 1941 venne presentato alla Signorina Meiffret dallo scrittore Guido Hess [Guido Seborga], noto antifascista ed antinazista… Meiffret lo presentò allo scrittore Renato Brunati, il quale si interessò subito e molto del Garzo al punto da considerarlo come un fratello… Nei mesi di marzo ed aprile il Garzo, occupato in quel tempo a Savona nella costruzione della galleria rifugio, sottraeva settimanalmente della dinamite che trasportava a Bordighera e confidandosi con i suoi benefattori diceva loro che sarebbe servita per commettere atti di sabotaggio contro i trasporti tedeschi. … nel mese di settembre 1943, unitamente a suo fratello, coadiuvò la signorina ed il Brunati nel trasporto delle prime armi a Baiardo per armare la nascente banda dei patrioti che lo stesso Brunati stava formando in quelle zone … Il 3 dicembre 1943, sapendosi ricercato perché renitente al richiamo alle armi, [Garzo] dimostrò pusillanimità e grettezza arruolandosi nella G.N.R. Un giorno del mese di gennaio 1944 egli ebbe anche l’ardire di presentarsi in divisa da milite in casa del Brunati, epoca nella quale il detto Brunati teneva nascosti nella sua abitazione due Ufficiali inglesi e precisamente i tenenti Bell e Ross. La signorina Meiffret presente in casa del Brunati lo redarguì acerbamente ed egli allora ebbe a pronunciare la seguente minaccia “Ho una divisa e posso farle del male“. Nei primi del febbraio il Console Bussi invitò la signorina Meiffret dicendole che un milite in servizio a Vallecrosia gli aveva riferito che in casa sua aveva riunito i componenti che dovevano far parte di un Tribunale dell’Indipendenza… Il giorno seguente unitamente al Brunati la Meiffret incontrò casualmente a Bordighera il Garzo e gli fece presente quanto il Console le aveva incolpato. In un primo tempo egli fece finta di cadere dalle nuvole… La stessa sera il Garzo verso le 22 si presentò in casa del Brunati e per circa un’ora insistette per conoscere se a San Remo esisteva un comitato di Liberazione, facendogli comprendere che se lo avesse messo al corrente di tale movimento lo avrebbe aiutato ed assecondato. Di fronte ai recisi dinieghi del Brunati il Garzo allora gli palesò che l’autore della denuncia al console Bussi era lui. Denuncia che secondo lui avrebbe fatto al fine di salvare il Brunati. Il 4 febbraio [1944] però, in conseguenza della denuncia il Brunati e la Meiffret venivano tratti in arresto…  Egidio Ferrero, Maresciallo di Polizia, nella comunicazione dell’Ufficio di Polizia Politica alle dipendenze dell’A.M.G. di Bordighera, prot. 35, Bordighera, lì 8 giugno 1945, al Pubblico Ministero presso la Corte d’Assise Straordinaria di Imperia Ufficio di Sanremo, documento rinvenuto da Giorgio Caudano

[Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016]

La propaganda antifascista e antitedesca fu praticata nella zona di Bordighera da Renato Brunati  e da me in un contempo indipendentemente, senza che nemmeno ci conoscessimo: ma nel 1940 ci incontrammo e d’impulso associammo i nostri ideali e le nostre azioni, legati come ci trovammo subito anche da interessi intellettuali ed artistici. La vera azione partigiana s’iniziò dopo il fatale 8 settembre 1943, allorchè Brunati e la sig. Maiffret subito dopo l’occupazione tedesca organizzarono un primo nucleo di fedeli e racimolarono per le montagne, sulla frontiera franco-italiana e nei depositi, armi e materiali: armi e materiali che essi vennero via via accumulando a Bajardo in una proprietà della Maiffret, che servì poi sempre di quartier generale in altura, mentre alla costa il luogo di ritrovo e smistamento si stabiliva in casa mia ad Arziglia e proprio sulla via Aurelia. Giuseppe Porcheddu, manoscritto (documento IsrecIm)  edito in Francesco Mocci (con il contributo di Dario Canavese di Ventimiglia), Il capitano Gino Punzi, alpino e partigiano, Alzani Editore, Pinerolo (TO), 2019

Nei primi di ottobre 1943 Bruno Erven Luppi * dopo varie peripezie raggiunge la sua abitazione a Taggia … In quel periodo entra a far parte del Comitato di Liberazione di Sanremo, come rappresentante insieme al Farina del PCI, con l’incarico di addetto militare. Organizza pure il CLN di Taggia … Il gruppo prende pure contatto con la banda armata di Brunati, dislocata a Baiardo e con altre formatesi in Valle ArgentinaFrancesco Biga in Atti del Convegno storico LE FORZE ARMATE NELLA RESISTENZA di venerdì 14 maggio 2004, organizzato a Savona, Sala Consiliare della Provincia, dall’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della provincia di Savona (a cura di Mario Lorenzo Paggi e Fiorentina Lertora)  * Bruno “Erven” Luppi. Nato a Novi di Modena l’8 maggio 1916. Figlio di un antifascista, fin da ragazzo prese parte alla lotta clandestina contro il regime fascista e, nel 1935, venne arrestato e incarcerato a Modena.  Trasferitosi a Taggia (IM), si inserì nell’organizzazione comunista clandestina di Sanremo (IM). L’8 settembre 1943 era ufficiale dell’esercito quando venne catturato dai tedeschi. Riuscì però a fuggire a Roma dove partecipò ai combattimenti di Porta San Paolo. Tornato nuovamente in Liguria, fu tra gli organizzatori della lotta armata ed entrò a far parte del C.L.N. di Sanremo. Per incarico della Federazione Comunista di Imperia il 20 giugno 1944 organizzò, con altri dirigenti del partito, la prima formazione regolare partigiana del ponente ligure, la IX^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Felice Cascione”,  con sede nel bosco di Rezzo (IM), la quale diventò a luglio 1944 la II^ Divisione “Felice Cascione”.  Il 27 giugno 1944 da comandante di Distaccamento venne gravemente ferito nella battaglia di Sella Carpe tra Baiardo (IM) e Badalucco (IM). Per mesi riuscì avventurosamente, ancorché costretto alla macchia pur nelle sue tragiche condizioni di salute, a sottrarsi alla cattura da parte del nemico. In seguito, appena guarito, assunse la carica di vice commissario della I^ Zona Operativa Liguria.   Vittorio Detassis su Isrecim

La farina presa in Taggia viene in parte mandata alla banda Brunati (il Brunati era, con la sig.na Meiffret, a Baiardo, dove si trovava la banda da lui formata), e in parte viene mandata a Beusi, dove vi è un gruppo alla macchia, con Simi Domenico e Onorato Anfossi […] Viene arrestato il Brunati, che era specialmente in rapporti di amicizia con Calvini G.B. e con la sig.na Meiffret.
Vi sono degli arresti anche fra i membri del già citato Comitato interpartitico che teneva le sue riunioni nel palazzo della sig.na Meiffret, e di cui faceva parte Erven. Sono arrestati l’avv. Nino Bobba (poi rilasciato) e Calvini G.B.        Giovanni Strato, Storia della Resistenza imperiese (I^ zona Liguria) – Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Sabatelli Editore, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia

[…] l’eroica Meiffret, nella cui villa di Baiardo si costituirono le prime bande armate della zona e che in seguito doveva subire la tortura e gli orrori del campo di concentramento in Germania; il giovanissimo poeta Brunati spentosi nelle prigioni di Genova [in effetti dalle carceri prelevato per essere fucilato dalle SS il 19 maggio 1944 sul Turchino] […] il pittore Porcheddu; il Maggiore Enrico Rossi […] Chi potrà enumerare gli episodi infiniti, talvolta veramente eroici, di cui questi uomini, ai quali era solo compenso la coscienza del dovere adempiuto, furono i protagonisti nei lunghi mesi del terrore nazifascista? Le riunioni segrete sotto l’incubo della delazione […] Mario Mascia, L’epopea dell’esercito scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia

Lina Meiffret – cfr. Sarah Clarke, Lina Meiffret: storia di una partigiana sanremese deportata nei lager nazisti e dei suoi documenti. Il saggio ricostruisce, attraverso lo studio delle carte ora in possesso di Emilia Giacometti Loiacono e un lavoro di scavo condotto su documenti conservati presso l’ISRECIM, le vicende di Lina Meiffret e del suo compagno Renato Brunati, attivi militanti della lotta di liberazione dal nazifascismo. Renato Brunati morirà tragicamente fucilato al Turchino nel maggio del ’44. Lina Meiffret conoscerà invece gli orrori del campo di deportazione, rievocati nell’intervista uscita nel ’45 su “La nostra lotta” col titolo “L’odissea di una internata”. L’importante testimonianza pubblicata sull’organo del PCI sanremese diretto da Italo Calvino e Lodovico Luigi Millo è ristampata qui in “Appendice” in versione integrale. Lina Meiffret, che era stata finora solo un nome tra i tanti rammentati da Italo Calvino in “Ricordo dei partigiani vivi e morti”, viene adesso fatta conoscere per quell’impegno civile che la portò, già dal settembre del ’43, a organizzare un movimento di propaganda antifascista, a offrire la propria villa di Baiardo per la raccolta di armi e munizioni destinate ai partigiani operanti in montagna, a esporsi in azioni di sabotaggio contro l’occupazione tedesca.  Italinemo

Rivedo Lina Meyfrett che pare sempre miracolosamente scampata ad un campo di concentramento e insieme ricordiamo Renato Brunati e Beppe Porchedddu… Guido Seborga, Occhio folle occhio lucido, Graphot/Spoon river, Torino 2012

Ci condusse attraverso il bosco ad una grande villa appena fuori Baiardo. La ragione della sua iniziale apprensione divenne subito chiara. Brunati si era rivelato essere la guida di una banda di sette o otto antifascisti, di età tra i venti ed i trent’anni, che avevano trovato rifugio in quella villa. La proprietaria era Lina Meiffret, la sola donna del gruppo… Brunati… era un generoso, cordiale uomo. Un intellettuale pieno di amore per la letteratura e la poesia… Lina era calma e flemmatica, gentile di natura ma con un forte nucleo di determinazione… Luigi ci portò a Llo di Mare… [Villa in Località Arziglia di Bordighera dove abitava Giuseppe Porcheddu]   Michael Ross, From Liguria with love. Capture, imprisonment and escape in wartime Italy, Minerva Press, London, 1997

Anche la sig.na Meiffret, che validamente si adoperava col dott. Pigati e col Brunati per l’organizzazione anti-nazifascista, venne arrestata; e fu deportata nei campi di concentramento in Germania.
Molti degli uomini, avviati alla montagna dal dott. Pigati, operante soprattutto in Sanremo, erano appunto entrati nelle squadre partigiane organizzate da Renato Brunati, con la coadiuvazione della sig.na Meiffret, squadre le quali, pur essendo dislocate fra Bordighera e Sanremo, avevano il loro centro specialmente in Baiardo.
[…] si era costituito e aveva preso a funzionare, fino dai primi tempi, qualche comitato interpartitico o di unione (ad esempio, quello di Sanremo, di cui facevano parte, fra gli altri Erven [Bruno Luppi], G.b. Calvini, la sig.na Meiffret, e quello di Bordighera, di cui faceva parte Tommaso Frontero); tuttavia, una vera e propria struttura organica e unitaria di tutte le forze della Resistenza non era ancora stata raggiunta, e si trovava soltanto in via di formazione.
Nel maggio del ’44 venne costituito un primo CLN sanremese […]
Giovanni Strato, Op. cit., pp. 302,303

Nel caso di Ross e dei suoi compagni quei partigiani furono salutati come eroi

La dedica, sul frontespizio del proprio libro, fatta da Michael Ross alla famiglia di Achille “Andrea” Lamberti

Le prime voci di antifascismo a Vallecrosia si ebbero nel 1940/41 da parte di Achille [Lamberti “Andrea“], di Francesco Garini, di “Girò(1), di Aldo Lotti e di altri.  Un antifascismo molto riservato, anche perché le ritorsioni erano molto dure, come nel caso di Alipio Amalberti (2), zio materno di “Girò“, che per aver gridato in un bar di Vallecrosia “Viva la Francia” venne dapprima schedato e successivamente costantemente perseguitato, fino a essere fucilato per ritorsione dopo essere stato preso come ostaggio. RenatoPlanciaDorgia in Giuseppe Mac Fiorucci,  Gruppo Sbarchi Vallecrosia, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia – Comune di Vallecrosia (IM) – Provincia di Imperia – Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM), 2007

(1) Gireu/Giraud, Pietro Gerolamo Marcenaro, il quale risultava latitante già nel verbale della Questura (fascista) di Imperia del 15 giugno 1944, riferito alle indagini ed agli arresti effettuati verso la fine di maggio nella zona di Ventimiglia e di Bordighera a danno del costituendo CLN di Ventimiglia, del già esistente CLN di Bordighera, del gruppo antifascista “Giovane Italia” e di altri patrioti collegati, documento edito in don Nino Allaria Olivieri, Ventimiglia partigiana… in città, sui monti, nei lager 1943-1945, a cura del Comune di Ventimiglia, Tipolitografia Stalla, Albenga, 1999, pp. 9, 24

(2) Alipio Amalberti nato a Soldano (IM) l’11 febbraio 1901… Già nelle giornate che seguirono l’8 settembre metteva in piedi un’organizzazione per finanziare ed armare i gruppi che si stavano formando in montagna [a Baiardo, borgo in altura, alle spalle di Sanremo] insieme a Renato Brunati [di Bordighera, fucilato dalle SS il 19 maggio 1944 sul Turchino] e Lina Meiffret [proprietaria di una villa poco fuori Baiardo, punto di riferimento e talora rifugio di quella piccola banda, venne deportata pochi mesi dopo in un campo di concentramento in Germania, da cui tornò fortemente provata, ma salva]. Amalberti fu arrestato il 24 maggio 1944 a Vallecrosia e tenuto come ostaggio, in quanto segnalato più volte come sovversivo. Venne fucilato a Badalucco il 5 giugno 1944 come ritorsione ad un'azione del distaccamento di Artù <Arturo Secondo> compiuta il 31 maggio 1944. Giorgio Caudano [Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea… memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016]

La propaganda antifascista e antitedesca fu praticata nella zona di Bordighera da Renato Brunati [Renato Brunati, arrestato il 6 gennaio 1944, deportato a Genova e fucilato dalle SS il 19 maggio 1944 sul Turchino] e da me in un contempo indipendentemente, senza che nemmeno ci conoscessimo: ma nel 1940 ci incontrammo e d’impulso associammo i nostri ideali e le nostre azioni, legati come ci trovammo subito anche da interessi intellettuali ed artistici. La vera azione partigiana s’iniziò dopo il fatale 8 settembre 1943, allorchè Brunati e la sig. Maiffret [Lina Meiffret] subito dopo l’occupazione tedesca organizzarono un primo nucleo di fedeli […] Verso la metà di novembre due ufficiali inglesi, fuggiaschi del campo di ferma vennero a capitar nella zona di Bajardo, ricoverati e confortati dai nostri, sistemati poi nottetempo in un casolare di vetta. Fu poi progettata la fuga in Corsica: ma il 1° tentativo perì per la defezione del marinaio che s’era assunto l’apparecchiamento della barca: tuttavia i 2 inglesi scesero ad Arziglia in casa mia, guidati dai capi in pieno equipaggiamento partigiano a mezzogiorno per via Aurelia sotto il naso dei tedeschi: da Arziglia si trasferirono alla casa di Brunati, alla Madonna della Ruota ma una sorpresa della polizia che arrestava Brunati e la Maiffret costrinse nuovamente gli inglesi a raggiungere casa nostra ove restarono 15 giorni. I 2 capi vennero rilasciati per insufficienza di prove il 22 dicembre, raggiunsero Bajardo ove già erano tornati gli inglesi. Un nuovo tentativo di fuga in Corsica venne organizzato in casa mia coll’aiuto di patrioti bordigotti […] Un canotto di Donegani, trafugato venne adattato col fuoribordo acquistato con fondi di Giacometti equipaggiato e messo in acqua: vi salirono… i 2 inglesi ed i nominati patrioti, dopo un breve soggiorno in casa mia per gli ultimi preparativi. Ma l’imbarco avvenuto felicemente ad onta della attiva sorveglianza tedesca, non ebbe buon esito, chè la barca si empì d’acqua a 200 metri da riva ed a stento i fuggiaschi raggiunsero la costa rifugiandosi poi da me, fradici ed avendo salvato solo il moto. Da allora i 2 inglesi restarono in casa fino al 25 gennaio ’45, salvo un breve soggiorno a Bajardo nel gennaio ‘44. Gismondi fu arrestato […] Purtroppo il 14 febbraio 1944 Brunati e la Maiffret, venivano definitivamente presi dai repubblicani […]  la presenza in casa mia dei 2 ufficiali inglesi pur consentendomi i collegamenti con ufficiali del S.I.M. e di partigiani, non mi permetteva d’assumere posizioni ufficiali: avevo promesso a Brunati ed alla Maiffret di portare in salvo ad ogni costo i 2 alleati […] Nel gennaio 1945 la Signora Marchesi, moglie del capo comunista Concetto Marchesi, e la figlia sposata Mendelssohn con un ebreo americano venivano ricoverate in casa mia coll’aiuto del dott. Marchesi, fratello di Concetto; esse sottostavano alla taglia di 1 milione, già applicata a Concetto Marchesi; fuggito questo in Svizzera le sue familiari rilevarono il funesto privilegio. Esse restarono in casa mia 25 giorni mentre ivi albergavano pure i 2 ufficiali inglesi; la prudenza e infinite cautele oltre al volere degli ospiti stranieri ci obbligarono ad occultare la presenza di questi alle signore Marchesi: e ci riuscimmo. Il 24 gennaio il dott. Marchesi precipitatosi in casa mia comunicò che i tedeschi dovevan partire entro 2 giorni, prelevando tutti i designati ostaggi di cui io risultai capolista. Si impose una fuga generale; Marchesi collocò altrove cognata e nipote, noi ci rifugiammo nella villa di Kurt Hermann… nazista, naturalmente a sua insaputa: i 2 ufficiali inglesi, guidati da mio figlio pei monti, di notte, raggiunsero rifugi ignoti, mentre mio figlio scendeva la costa in attesa degli avvenimenti. La notizia dataci risultò imprecisa, chè la fuga tedesca tardò ancora 3 mesi. Ma i 2 inglesi dopo romanzesche avventure in montagna e sulla costa di Vallecrosia raggiunsero la Francia e si misero finalmente al sicuro. Oggi scrivono dall’Inghilterra […] I 2 ufficiali inglesi si chiamano: Michael Ross e George Bell. Altro aiuto avemmo nell’occultamento dei 2 inglesi dal compagno Luigi Negro, autista della villa Hermann alla Madonna della Ruota. Egli ospitò una notte i 2 alleati nella detta villa, nonostante la permanenza di scolte tedesche nelle adiacenze e la possibilità di sorprese da parte del padrone e dei suoi accoliti. Giuseppe Porcheddu, manoscritto (documento Isrecim) edito in Francesco Mocci (con il contributo di Dario Canavese di Ventimiglia), Il capitano Gino Punzi, alpino e partigiano, Alzani Editore, Pinerolo (TO), 2019

Aveva 49 anni Giuseppe Porcheddu, per tutti Beppe, quando scompare due giorni dopo il Natale del 1947. […] Antifascista – pur firmando nel 1935 le illustrazioni del Balilla regale di Arnaldo Cipolla – ospita nella villa di Bordighera durante la guerra moglie e figlia di Concetto Marchesi, il grande latinista, partigiano comunista. E poi due ufficiali britannici nascosti in una stanza vicino alla biblioteca, dove spesso un militare della Wehrmacht si presenta per chiedere a prestito uno dei tanti libri in tedesco che Porcheddu acquista per ispirarsi nei suoi disegni. Giovanna, figlia del disegnatore, sposerà a guerra finita uno dei due inglesi [Michael Ross]. L’altra, Amalia, convolerà lo stesso giorno con un altro ufficiale del Regno Unito di stanza in Liguria […]  Leonardo Bizzaro, la Repubblica, 20 ottobre 2007

Nell’imperiese la resistenza era organizzata da gente comune, come Renato Dorgia e Marcenaro [“Girò/Gireu/Giraud“] Pietro, che ho incontrato per farmi raccontare come hanno vissuto il periodo di guerra. Innanzitutto, ho chiesto loro il motivo che li aveva spinti a rifugiarsi in montagna a condurre una vita da partigiani contro l’occupazione nazifascista. Renato Dorgia, il cui soprannome in guerra era “Plancia“, era uno studente, chiamato a radunata dalla Repubblica di Salò […] si rifugiò in montagna dove venne contattato da un gruppo di partigiani di cui faceva parte anche mio nonno [Achille “Andrea” Lamberti] […] molti diventarono partigiani per le loro idee, come nel caso di Marcenaro Pietro, detto “Gerumin“, che come mio nonno era stato animato dalle nuove idee comuniste e che di propria volontà si era unito ai partigiani in montagna. […] disturbare il nemico tramite azioni diversive che vedevano “Girumin” e “Plancia” rubare armi al nemico per poi usarle contro. Al contrario di altri gruppi partigiani, quelli dell’Imperiese non ricevettero alcun aiuto dagli alleati, se non negli ultimi mesi di guerra. […] contattare più ragazzi che fosse possibile per convincerli ad unirsi ai partigiani […] Gli alleati diffidavano dei partigiani dell’estremo ponente ligure, da loro considerati “rossi”. Nonostante ciò, verso gli ultimi mesi di guerra si avviarono contatti tra partigiani ed alleati. Alcuni militari inglesi, tra i quali Michael Ross, furono salvati [con viaggi via mare verso gli alleati in Costa Azzurra] da mio nonno e da altri partigiani. Nel caso di Ross e dei suoi compagni, fallito il primo tentativo, quando la comitiva giunse finalmente oltre confine, quei partigiani furono salutati come eroi […] Michael Ross fu elevato di grado e divenne un uomo importante nella vita militare inglese. Ancora oggi ogni anno porta a Pasqua una colomba per ringraziare di tutto ciò che i partigiani avevano fatto per lui. Ha anche scritto un libro [From Liguria with love. Capture, imprisonment and escape in wartime Italy, Minerva Press, London, 1997, una fatica letteraria, che riferisce delle rocambolesche vicende di guerra dello scrittore, compresa la fuga da un campo di prigionia a quelle, non ultime per importanza, vissute nella zona ligure di frontiera. Ross sposò, del resto, una delle figlie delle persona che lo tenne nascosto a lungo a Bordighera, Giuseppe Porcheddu]. Thomas Lamberti, ricerca scolastica di fine anni ’90

Ci condusse attraverso il bosco ad una grande villa appena fuori Baiardo. La ragione della sua iniziale apprensione divenne subito chiara. Brunati si era rivelato essere la guida di una banda di sette o otto antifascisti, di età tra i venti ed i trent’anni, che avevano trovato rifugio in quella villa. La proprietaria era Lina Meiffret, la sola donna del gruppo… Brunati… era un generoso, cordiale uomo. Un intellettuale pieno di amore per la letteratura e la poesia… Lina era calma e flemmatica, gentile di natura ma con un forte nucleo di determinazione… Luigi ci portò a Llo di Mare… [Villa in Località Arziglia di Bordighera, in affitto a Giuseppe Porcheddu] Michael Ross, From Liguria with love. Capture, imprisonment and escape in wartime Italy, Minerva Press, London, 1997

Ai primi di novembre [1943] i fuggitivi [Michael Ross e George Bell] giungono in Bagnasco […] Erano giunti in terra ligure senza nemmeno saperlo. Puntarono la mattina più a valle, in vista di un casolare. Ma un incontro del tutto fortuito cambierà i loro progetti, studiati per giorni e giorni. L’uomo incontrato era Renato Brunati e il luogo il paese di Baiardo. […] i Porcheddu liberamente andarono incontro per salvare la vita dei due sconosciuti inglesi. Il ringraziamento, Ross, lo estende a Vincenzo Manuel Gismondi, a Federico Assandria e ad Elio Moraglia. “Beppe aveva ordinato di portarci in una casetta nel paesino di Negi ove vivevano sua moglie e i figli dopo l’arresto di Lina e Brunati” [Ross]. Dopo l’impresa fallita [tentativo di andare in barca a motore da Bordighera per la Corsica, causa affondamento per avaria del natante prescelto!] i due fuggiaschi inglesi riuscirono a trovare riposo e calore umano ma dovettero lasciare le terre di Arziglia […] Don Nino Allaria Olivieri in Ventimiglia … sentieri della speranza < ANPI, Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Nante Edizioni, Imperia, 2006>, ripubblicato in Quando fischiava il vento – Episodi di vita civile e partigiana nella Zona Intemelia, Alzani Editore – La Voce Intemelia – A.N.P.I. Sezione di Ventimiglia (IM), 2015

[    Il verbale del 15 giugno 1944 della Questura di Imperia, concernente indagini ed arresti di patrioti della zona di Ventimiglia e di Bordighera, edito da Don Nino Allaria Olivieri, Ventimiglia … sentieri della speranza , op. cit., pp. 9-24, riporta: “Biancheri Emilio di Lorenzo, nato a Bordighera, anno 1911, sarto <con attività in Vallecrosia>, è altro capo dell’organizzazione. Costui tra l’altro rilevò in Neggi <Negi>, frazione del Comune di Perinaldo, due ufficiali inglesi <viene sin troppo facile pensare a Ross e a Bell> che tentò, a mezzo di un fuoribordo, di portarli in Corsica, senza riuscirvi <nel libro di Michael Ross e nel memoriale di Giuseppe Porcheddu ad andare a Genova a comprare il motore per quella barca fu Vincenzo Manuel Gismondi>. Con l’aiuto di un certo Renato Brunati, ora in campo di concentramento in Germania <arrestato, invece, il 6 gennaio 1944, deportato a Genova e fucilato dalle SS il 19 maggio 1944 nella strage del Turchino>, riuscì a farli andare in Francia <se si trattava, come di tutta evidenza risulterebbe, di Ross e di Bell, questi due ufficiali britannici solo a marzo 1945, come qui già visto, raggiunsero le file alleate; del resto, l’ing. Elio Riello, già vittima di quella repressione del 23 maggio 1944 e tornato vivo dall’inferno dei campi nazisti, sottolineava a Don Nino Allaria Olivieri, sempre nel lavoro più volte qui citato, circa altri precedenti rapporti repubblichini, che “i verbalizzanti possono aver ad arte dato delle notizie diverse dalla realtà allo scopo di sviare le indagini“, un’impronta fuorviante che potrebbe essere rimasta nelle conclusioni della Questura di Imperia>  ]

[…] L’operazione più importante alla quale partecipai fu la fuga dei 5 prigionieri alleati che trasportammo in Francia. I 5 soldati erano 2 americani, 2 inglesi e un francese. Gli inglesi erano: Michael Ross, capitano del Welch Regiment; Bell Cecil “George”, tenente della Highland Light Infantry. Il francese era Fernand Guyot, pilota. Gli americani erano i piloti Erickson e Klemme: non ne so né il nome, né il reparto, né altri dettagli, solo che erano piloti. Dopo l’8 settembre 1943 erano fuggiti dai campi di prigionia e avevano vagato per l’Italia settentrionale alla ricerca di un passaggio per la Svizzera o per la Francia liberata. La Resistenza li nascose a Taggia (IM) per qualche tempo, sperando nell’arrivo di un sottomarino per metterli in salvo. Nel febbraio del 1945 il Comando decise di tentare da Vallecrosia. Fui incaricato di prelevare i 5 al solito posto vicino a Negi […] Il tenente inglese Bell continuava a chiedermi quanto tempo mancasse all’arrivo, e io rispondevo sempre “5 minuti. Seppi poi nel dopoguerra che, nelle sue memorie che annotava nel diario che custodiva gelosamente, mi aveva soprannominato proprio “5 minuti”. Arrivammo a Vallecrosia (IM) dopo mezzanotte [diverse fonti indicano che era il 10 marzo 1945; il tragitto da Negi al mare si era svolto nella notte tra il 9 ed il 10]. Doveva giungere dalla Francia o un sommergibile o il motoscafo di “Caronte” [Giulio “CorsaroPedretti] per prelevare gli ex prigionieri. Aspettammo fin quasi all’alba. Non arrivò nessuno. Questo fu un grave imprevisto: un conto è nascondere cinque soldati alleati in montagna, altro è nasconderli in un centro abitato bombardato dagli alleati e sottoposto a continui rastrellamenti. Li nascondemmo a sua insaputa nella casa di Fortunato Lazzati, vicina all’abitazione di Achille […] Fortunato era sfollato a Vallecrosia Alta e aveva sbarrato la porta della sua casa … ma non gli scuri della finestra. Caso volle che Fortunato proprio l’indomani scendesse da Vallecrosia Alta per prendere qualcosa in casa. Sollevato lo sportellino della finestra vide i cinque sconosciuti dormire sul pavimento. Chiuse e scappò non ritornando che a guerra conclusa. Prelevammo un’altra barca dal solito deposito, la predisponemmo alla meglio e la portammo al mare attraverso Via Impero […] Imbarcati i cinque, Enzo Giribaldi e Achille [“Andrea” Lamberti] presero il largo […] … e la barca letteralmente si sfasciò. Udimmo qualche grido di aiuto e ci buttammo a mare per cercare di soccorrerli. Accorsero in acqua anche i bersaglieri, con i quali formammo una catena tenendoci per mano. Non dimenticherò mai quella scena: freddo, mare grosso e in acqua quella catena di bersaglieri con le mantelline che galleggiavano. Sembravano funghi. Soccorremmo i primi, tra i quali uno degli americani che aveva bevuto molto e stava veramente male; Enzo Giribaldi perse anche uno degli stivali che indossava. Mancavano Achille e i due inglesi. Era strano perché Achille era un nuotatore eccezionale. Dopo qualche minuto, apparve con i 2 inglesi che spingeva a turno verso la riva e trascinando il cappotto di uno dei prigionieri. “Tùti in tu belin a mi!“: disse allora Achille. Apprendemmo che l’ufficiale inglese, Bell, non voleva liberarsi del cappotto, malgrado che, quello inzuppandosi, lo trascinasse a fondo, e rendendo ad Achille ancor più faticosa l’opera di salvataggio. Achille glielo tolse quasi con la forza e scagliando tanti accidenti. […] La corrente spinse il relitto della barca fino a Latte [Frazione di Ventimiglia (IM), vicina alla Francia] e la cosa successivamente ci creò non pochi problemi […] I cinque prigionieri furono riportati di nuovo a casa di Fortunato. Si doveva rifocillarli e provvedere loro di vestiti asciutti.  Mentre Achille procurava del pane dal forno del partigiano Francesco Bussi, sua madre pensava bene di stendere a asciugare le divise dei soldati alleati sul terrazzo … in bella vista dalla strada! Fortuna volle che, prima di qualche milite fascista, passassi io, che avvisai subito Achille del pericolo […] Giorni dopo recuperammo altre due barche dal solito deposito […] finalmente portammo i battelli al mare e i 7 passeggeri (i 5 alleati e i 2 “passeur”). Prima di partire uno dei “passeur” volle collaudare le barche per verificare che tenesso il mare. Imbarcati tutti, partirono in 9 guidati da Achille e un altro, non ricordo se “Gireu” o Renzo Rossi o altri. Credo Renzo Rossi, che era il capo di tutta l’organizzazione sbarchi. Arrivarono sani e salvi e questa operazione accrebbe non poco la considerazione degli alleati per la Sezione Sbarchi di Vallecrosia. RenatoPlanciaDorgia in Giuseppe Mac Fiorucci,  Op. cit.