Sui partigiani della brigata S.A.P. di Vallecrosia (IM)

La Villa Le Petit Rocher
Fonte: Wikimedia Commons

Prima di terminare la parte relativa al 1944 si intende fare un ulteriore accenno ai rapporti intercorrenti tra i garibaldini, i “Maquis” francesi e la missione anglo-americana.

Gli scambi di notizie e di combattenti si intensificarono con il dicembre 1944, quando il giorno 10, come riportato in Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), vol. III, pp. 514-515, “il garibaldino Leo [nome di battaglia di Stefano Carabalona], Boia, Corsaro [nome di battaglia di Giulio Pedretti], i compagni A. Longo, G. Licasole, Katiuscia, Luciano Mannini (Rosina), L. Gastaldo ed altri per mezzo di una barca salparono clandestinamente da una località costiera di Vallecrosia (IM) e raggiunsero Villafranca [Villefranche-sur-Mer, dipartimento delle Alpes-Maritimes, oggi nella regione francese Provence-Alpes-Côte d’Azur] all’alba incolumi; quindi si insediarono nella loro base a Ville Petit Rocher [ma la Villa risulta in effetti nel comune di Beaulieu-sur-Mer]”.

Ruolo di primo piano rivestirono i partigiani della brigata S.A.P. di Vallecrosia che ebbero, tra l’altro, l’incarico di accogliere [il 6 gennaio 1945] il capo della missione alleata, il capitano inglese Robert Bentley. Quando questi giunse al comando americano “O.S.S.”, “Leo” e “Corsaro”, che nel frattempo era stato ribattezzato “Caronte”, tennero i contatti tra lui ed i partigiani della costa del ponente ligure.

… “Leo” dopo alcuni giorni di ricovero in ospedale venne fatto fuggire dalle SAP di Vallecrosia, che riuscirono ad organizzare il suo passaggio in Francia con altri quattro compagni: Renzo “il lungo”, Renzo Rossi, “Rosina” e Caronte” (o “Corsaro”, che compì ben ventisette traversate dall’Italia alla Francia).

 

tratto, p.g.c. dell’autore, Rocco Fava di Sanremo (IM), da “La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio – 30 Aprile 1945)” – Tomo I – Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia – Anno Accademico 1998 – 1999

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Il partigiano Carletto

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Uno scorcio di Castelvittorio (IM)

Cattaneo Carlo “Carletto”, nato ad Alessandria 10.4.1921, vivente.

Il padre, macchinista ferroviere, socialista, partecipa attivamente agli scioperi del 1921 e, dopo la presa del potere da parte dei fascisti nel 1922, viene radiato dalle Ferrovie perché rifiuta il giuramento di fedeltà al nuovo regime. In seguito a ciò la famiglia si trasferisce a Ventimiglia.

Il 25 Luglio del 1943 Carlo Cattaneo è militare, giunto da due giorni in Slovenia fra le truppe italiane di occupazione.

L’8 Settembre il presidio di cui fa parte si dilegua, abbandonato da chiunque avesse un grado di comando.

Rientrato avventurosamente in Italia assieme ad alcuni commilitoni, dismessa la divisa, riesce a tornare a casa verso la fine del mese e trova Ventimiglia bombardata.

In Ottobre con i bandi di arruolamento della R.S.I. si presenta ad Imperia per evitare l’arresto ma, rientrato a casa sale subito in montagna a Carmo Langan dove il Comandante “Vitò” sta costituendo le prime formazioni partigiane dell’estremo ponente.

In seguito assumerà il comando del Distaccamento di Pigna-Buggio appartenente alla 5a Brigata.

Il 2 Luglio del 44 partecipa , al comando della formazione, alla battaglia di Castelvittorio; dopo lo sbandamento che ne segui’, il suo distaccamento non fu ricostituito. Entrerà a far parte del Comando di Brigata accanto al comandante “Vitò”.

Fu uno dei protagonisti della Repubblica di Pigna.

Alla liberazione con il suo gruppo entrerà a Ventimiglia.

 

dal vecchio blog dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia

Castelvittorio (IM): dicembre 1944

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Uno dei fatti più orrendi, solo secondo a quello di Torre Paponi, accade il 3 dicembre 1944 nell’alta Val Nervia, quando duecento uomini combattenti Tedeschi, bersaglieri  repubblichini e brigatisti neri, provenienti da Dolceacqua raggiungono il paese di Castelvittorio (IM) per rastrellare la zona.
Dal giorno che un reparto tedesco si era insidiato nell’abitato (8 ottobre 1944) la popolazione, benchè costretta a subire continue violenze, aveva fatto capire da quali sentimenti era animata. Ai lavori di fortificazione e di costruzione di trinceramenti, che i Tedeschi imponevano, spesso non si presentava nessuno o solo pochi comandati.
I Castellesi non avevano timore di tenere occultati nelle proprie case di campagna i partigiani, con pericolo della vita.
La collaborazione con le forze partigiane, invece di affievolirsi, si faceva più solidale, anche se il rischio era maggiore.
Si taceva e si lavorava per la Resistenza. Il nemico lo sapeva e tacciava di “banditi” tutti gli abitanti ed attendeva il giorno della sanguinosa vendetta. Non bastavano più le vessazioni quotidiane, i giorni di terrore trascorsi dagli uomini trattenuti come ostaggi nelle celle della posticcia prigione locale.
Appunto il 3 dicembre si presenta l’occasione per la rappresaglia. All’alba, iniziato il rastrellamento a monte Gordale, dove i tedeschi sapevano esservi partigiani alloggiati e riforniti di viveri dalla popolazione di Castelvittorio, si accende una sparatoria durante la quale un sott’ufficiale nemico rimane ferito.
La reazione è immediata e si abbatte spietata ed inesorabile sui contadini. Le porte vengono sfondate, i barbari entrano con impeto e ferocia nelle case, strappano gli uomini dai loro letti senza dare alcuna spiegazione, urlano solo “alles Kaput” (tutti a morte).
Gli uomini e le donne capiscono che è la fine: stringendo i denti e muti, come sanno essere i contadini delle aspre montagne liguri nei momenti terribili, vanno avanti nella direzione indicata loro dai carnefici. Cinque minuti dopo giunge l’ordine di fucilare i diciannove catturati: dieci in un luogo e nove in un altro.
La sentenza viene impartita, come poi ha riferito un Tedesco, dall’ufficiale Von Katen, aiutante maggiore del battaglione, con queste precise parole: “ la terza compagnia, che ha avuto un ferito, ha l’onore di fucilare dieci civili”. A trecento metri di distanza viene ripetuta la stesa sentenza per gli altri nove condannati.
Prima dell’esecuzione, a tutti viene promessa salva la vita se avessero svelato l’ubicazione del rifugio partigiano, dal quale erano partite le fucilate, ma nessuno parla.
Anche le madri e le mogli rimaste nei casolari vicino odono e capiscono, ma non parlano, non dicono niente che possa danneggiare i partigiani. Lunghe raffiche di mitragliatori “Mayerling” abbattono i diciannove condannati i cui corpi rimangono sparpagliati per le “fasce” ed i cespugli. Tra questi una madre e due ragazze, falciate a bruciapelo, colpevoli di essersi scagliate con veemenza contro coloro che stavano per uccidere marito e padre.
Seguono saccheggi e rapine.
Emilio Allavena e Giovanni Orengo (Tumelin) emergono ancora di più da questo eccidio senza pari in Val Nervia.
La lezione che il nemico vuole impartire al paese non è ancora finita: ai due suddetti, accusati di aver rifornito i garibaldini, viene riservata la fucilazione da eseguirsi sulla pubblica piazza del paese.
Mentre la popolazione è a monte Gordale a raccogliere i propri famigliari trucidati, un tribunale improvvisato pronuncia la sentenza di morte.
Anche questi due contadini dimostrano al nemico ed ai compaesani di quale sangue freddo si può essere capaci. Nessuna disperazione ma calma assoluta, e vanno alla morte.
E’ il 5 di dicembre quando una scarica di mitra nel petto dei due padri di famiglia chiude la settimana più terribile che la storia del paese ricordi.
dal Vol. III di Francesco Biga “Storia della Resistenza imperiese” pagg. 443, 444

Sulla Missione Kanhemann

Vallecrosia (IM) e Bordighera (IM), viste dalla collina di Collasgarba, citata nell'articolo

Vallecrosia (IM) e Bordighera (IM), viste dalla collina di Collasgarba

L’8 settembre 1943 ero sottotenente dei Bersaglieri al Deposito dell’8° Reggimento a Verona…

Ritornai a Piacenza e qui incontrai per caso un mio commilitone con il quale avevo frequentato il corso allievi ufficiali a Siena…

Lo misi al corrente della mia intenzione di arruolarmi nella resistenza. Si informò sui miei dati personali e mi confidò che ero adatto… (con la famiglia nell’Italia già liberata, quindi non ricattabile dai nazifascisti con la minaccia di ritorsioni verso i famigliari, come erano solite fare le polizie italiane e tedesche della RSI)… dovevo arruolarmi nei bersaglieri della Repubblica fascista. Dovevo cercare di andare a Genova per dare notizie sul sistema difensivo tedesco della costa ligure.

Riuscii nell’intento e quasi alla fine del ’43 venni inquadrato col grado di sottotenente nel primo battaglione di difesa costiera tra Nervi e Montesignano.

Collaborai con il C.L.N. di Genova al quale fornii tutte le copie delle mappe di tutte le batterie costiere e dei campi minati. Successivamente fui trasferito al comando di una compagnia nei pressi di Ceva…

Pochi giorni dopo venni catturato dai partigiani in casa della mia fidanzata di Savona, figlia del proprietario dei Magazzini 900, che si trovava in quella zona per sfuggire ai bombardamenti. Li misi al corrente della mia vera situazione.

Passò quasi un mese finchè non arrivò da Genova la conferma del mio racconto. Fui inquadrato in un distaccamento partigiano che si avvicinò alla provincia di Imperia. Qui fui assegnato alla 4^ Brigata “Elio Guarini” della 2^ Divisione Garibaldi “Felice Cascione”…

In questo periodo (una volta occupata dagli Alleati tutta la Francia Meridionale: nd.r.), dalle alture di Vallecrosia (IM) e Bordighera (IM), si poteva notare una nave, proveniente dal sud marittimo della Francia, che cannoneggiava in continuazione ma non si riusciva a capire in quale zona specifica della costa italiana. Da questa situazione nacque l’idea, nel comando della “Felice Cascione”, di una nostra missione, che dovesse portarsi in Francia presso i Comandi Alleati per sollecitare l’invio di divise, viveri, armi e munizioni. E per combinare azioni militari congiunte contro le forze nazifasciste nella nostra zona.

Così nacque la Missione Kanhemann, con la supervisione del comandante “U Curtu” (n.d.r.: Nino Siccardi, da dicembre del 1944 Comandante della “Prima Zona Operativa Liguria”, compresa tra Ventimiglia e l’Albenganese). Fra i componenti furono assunti fra gli altri (non li ricordo tutti) Alberto Guglielmi “Nino” (n.d.r.: sulla importante e tragica vicenda del partigiano “Nino” si veda a questo link) e Luciano Mannini “Rosina”. Io, perché ufficiale dell’esercito, a conoscenza delle lingue francese e inglese, studiate a scuola e poi coltivate privatamente. Nino e Luciano perché conoscevano la zona a menadito, soprattutto i camminamenti tra le mine sulla spiaggia.

Fu incluso nella missione [salpata da Vallecrosia (IM) il 14 dicembre 1944] anche un certo Jean Gérard, francese, che, nell’arrivare nella nostra zona si presentò come ingegnere mobilitato forzosamente dai nazisti in Francia, nella TODT, la società tedesca che costruiva tutte le difese murarie delle fortificazioni militari, da cui però era scappato. Lo accogliemmo secondo la direttiva alleata di far rientrare nelle loro nazioni i soldati che con l’8 settembre 1943 erano scappati dai campi di prigionia. Quindi fu rivestito di tutto punto e gli riservammo tutte le attenzioni possibili. Talvolta spariva e poi dopo qualche tempo si ripresentava dicendo che era stato a sondare le nostre posizioni strategiche nell’insieme della situazione circostante.
Poiché a noi servivano, per lo scopo della nostra missione, le referenze di quel francese, lo portammo con noi. Non l’avessimo mai fatto, come dirò dopo!!!!!.

dal racconto di Domenico Donesi “Mimmo” , in GRUPPO SBARCHI VALLECROSIA  < ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia – Comune di Vallecrosia (IM) – Provincia di Imperia – Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM) > di Giuseppe Mac Fiorucci

Un diario di guerra del ponente ligure

Uno scorcio della zona tra Ventimiglia e Bordighera

Uno scorcio della zona tra Ventimiglia e Bordighera

Sul Diario di Guerra dell’Ing. Giuseppe Biancheri vi é da sottolineare che all’epoca dei fatti egli era giovanissimo: aveva 16 anni, abitava con la famiglia a Latte di Ventimiglia (IM), e studiava privatamente, non potendo, a causa della guerra, frequentare il primo anno di liceo classico al quale si era iscritto.

Nel suo Diario ha annotato puntualmente e scrupolosamente tutto ciò di cui è stato testimone diretto, a cominciare dal bombardamento aereo di Mortola e Latte del 25 agosto 1944, fino all’evacuazione di Ventimiglia da parte delle truppe francesi di occupazione, avvenuta l’11 luglio dell’anno dopo.

Il Diario  – che non ha naturalmente la pretesa di essere una cronaca completa di quanto successe in quei mesi  – segue le vicende della famiglia Biancheri che, dalla frazione del Ponente, sfolla a Ventimiglia, da qui a Bordighera ed, infine, a Ospedaletti. E questo, fra i molti altri, è un ulteriore pregio del documento  perché in esso si rispecchiano le vicissitudini di molte famiglie che, in quel tremendo periodo, forzatamente si trasferiscono verso i centro orientali  della Zona Intemelia  allo scopo di allontanarsi il più possibile dall’inferno dei bombardamenti.

Una speranza, anche questa, come quella della prossima liberazione, in qualche caso tragicamente delusa. Lo dimostra, ad esempio, il fatto che le vittime dell’incursione aerea del 5 marzo 1945 su Ospedaletti furono, in gran parte, cittadini ventimigliesi, colà profughi alla ricerca della salvezza. Ma, ciò che più sorprende, nelle pagine di questo Diario, oltre alla tacitiana laconicità degli appunti, è il pacato distacco dagli avvenimenti che l’Autore si limita a fissare sulle pagine di un quaderno con uno stile puntigliosamente telegrafico, senza mai nulla concedere alle emozioni o alle impressioni personali.

Alla data dell’11 settembre, ad esempio, scrive: Bagno sotto i tiri e il 14 dello stesso mese: Vendemmia, la mattina, con aeroplani. Due brevissimi flash per dirci che la vita, con le sue esigenze, continuava, malgrado l’eccezionalità del momento.

Discendente di una famiglia di radicate tradizioni marinare (nella sua parentela si contano alcuni ammiragli), l’Ing. Biancheri è particolarmente attratto dagli aspetti marittimi di quella monotona guerra che si accanisce contro un paese distrutto.

Armato di binocolo, e con l’aiuto dell’Almanacco Navale  – scovato nella biblioteca di famiglia  – riesce imperturbabilmente ad individuare la nazionalità, il tipo, la classe armamento delle  navi  a che, quasi ogni giorno, scaricano sulle rovine di Ventimiglia loro rituali bordate. Ma lo spirito dì osservazione e di precisione dell’Autore va oltre: sulle pagine del Diario esegue, a matita, gli schizzi di alcune delle navi da guerra che fanno spesso la loro apparizione nelle acque antistanti la nostra zona, una delle quali, l’incrociatore francese Emil Bertin, dimostrava particolare assiduità.

Alla fine di ogni mese, Biancheri, con la precisione contabile, tira le somme dei bombardamenti navali ed aerei.

Trascura quelli terrestri, talmente frequenti e di ordinaria amministrazione che nemmeno la sua rigorosa contabilità sarebbe riuscita a registrare.

1944

Agosto

VENERDÌ 25 – Bombardamento aereo di Latte e Mortola. Prima notte al rifugio (27 persone).

MARTEDÌ 29 – Bombardamento aereo al Forte – Riccardo Bargioni ferito lievemente.

MERCOLEDÌ 30 – Mitragliamento al Ponte del Butassu. Macchina tedesca incendiata.

Settembre

VENERDÌ 1° – Fuga della Milizia e sacco della Casa Rossa (Paraixu Russu]. Si avvista, per la prima volta, il caccia. Gli americani a Olivetta ?

MARTEDÌ 5 – Assistiamo, dalla galleria della Mortola, al cannoneggiamento di Mont Agel da parte dell’I.L. Emile Bertin e di 2 C.C.T.T. (I.L. e C.T. abbreviano rispettivamente Incrociatore Leggero e Cacciatorpediniere; N.d.r.).

MERCOLEDÌ 6 – Lungo mitragliamento da parte dell’aereo catapultabile su Punta Mortola e Punta Beniamin. Giungono i tedeschi nel nostro giardino per impiantare uno scivolo.

GIOVEDÌ 7 – Arrivano gli autocarri tedeschi. Il muro al mare, vicino al terrazzo, alcuni pilastri e il cancello rosa fatti saltare; incomincia la costruzione dello scivolo. Partenza di una parte dei Bargioni.

VENERDÌ 8 – La costruzione dello scivolo rallentata dal mare grosso. Un trattore, per errore, schianta il cancello sulla strada. Posizioni, in Francia, cannoneggiate dall’I.L. Dugay Trouin. Partenza dei rimanenti Bargioni.

SABATO 9 – Primo giorno che andiamo alla casa giù. Un C.T. bombarda Bellenda. Conversazione con un tedesco sulle nuove armi. Undici corvette, protette da 2 C.T. e un I.L. cannoneggiano posizioni sopra Ventimiglia e Bordighera.

DOMENICA 10 – Le stesse navi della sera precedente tirano su Forte San Paolo. I tedeschi non tornano nella mattinata e gli ultimi rimasti partono definitivamente. Marinai tedeschi cercano MAS a Punta Beniamino con feriti. La sera un C.T. bombarda Nervia e Capo Ampelio.

LUNEDI 11 – Posizioni tedesche sui monti bombardate dalla corazzata Lorraine. Bagno sotto i tiri. Un C.T. bombarda per un’ora Punta Mortola e Punta Arma.

MERCOLEDÌ 13 – Proiettili, non si sa da dove, cadono da Gaetano e davanti a casa nostra.

GIOVEDÌ 14 – Vendemmia, la mattina, con aeroplani. Verso le 13 un C.T. lancia proiettili sulla Mortola, vicino alla Vedetta e da Carlo. Verso sera compare un I.L. americano tipo Savannah.

VENERDÌ 15 – La mattina continua la vendemmia. Bagno con aeroplani. Si fa sgomberare la popolazione di Sealza. Un soldato tedesco avvisa che verrà un ordine di sfollamento.

SABATO 16 – Ordine, per Latte, di sfollare entro le h. 20: Fiasco della commissione che cerca di evitare lo sgombero. Partenza degli Orengo e dei Queirolo-Ammirati. Verso le 21 salta la galleria di Acquarone.

DOMENICA 17 – Il Federale ottiene il rinvio dello sgombero fino a martedì sera. La sera, ordine di sgombero a Ciotti e Grimaldi.

LUNEDI 18 – Notizie contraddittorie sullo sfollamento. Partenza delle Guerraio e dei Maccario, verso sera.

MARTEDÌ 19 – Partenza dei bambini Notari in camion, sotto la pioggia. La galleria della Mortola viene evacuata, Giuseppina va nella galleria di Boccanegra.

MERCOLEDÌ 20 – Verso le 9 partono i Notari. Durante il giorno si svina e si cerca di recuperare le tavole dello scivolo. All’imbrunire partenza. Arrivo a Palazzo Galleanì.

GIOVEDÌ 21 – Giornata trascorsa a Ventimiglia. Verso le 19.30 partenza per Bordighera. Arrivo a Villa Elisa.

MARTEDÌ 26 – Diciotto bimotori attaccano obiettivi nella Val Roia.-

GIOVEDÌ 28 – Proiettili vicino al Continentale diretti al cannone di Villa Ortensia (C.T. inglese tipo Greyound).

VENERDÌ 29 – Fra le 13 e le 16 bombardamento navi zona centrale di Bordighera.

SABATO 30 – Ci trasferiamo alla Pensione Bellavista. Un C.T., bombarda Latte.

Ottobre

SABATO 7 – Il Signor Notari si reca a Latte da dove sono partiti anche quelli che avevano il permesso. Dice che la casa era aperta e tutti gli oggetti fuori posto.

GIOVEDÌ 12 – Bombardamento di Bordighera da parte di una Corvetta (h. 17.30).

SABATO 14 – Bombardamento di Bordighera da parte di un C.T. (h. 16).

VENERDÌ 20 – Sanremo bombardata per due ore da un C.T. protetto da corvette.

SABATO 21 – Un deposito di munizioni nel Mercato salta in aria. Sig. Notari e Sig. Romanoni feriti a Ventimiglia.

LUNEDI 23 – Bordighera bombardata per mezz’ora, fra le 12,30 e le 13.

MARTEDÌ 24 – Batteria tedesca a Villa Ortensia bombardata per trequarti d’’ora, alle 9.30 da un I.L. – La sera 2 C.T. bombardano Ventimiglia.

GIOVEDÌ 26 – Compare l’I.L. Jeanne d’Arc. Un C.T. francese danneggiato ?

SABATO 28 – Ventimiglia cannoneggiata per due ore dall’E. Bertin e da 2 C.T. Mitragliamento su Bordighera, Sospello, Castelar, Latte e i monti Grammondo e Longoira, evacuati dai tedeschi.

LUNEDI 30 – Colla Sgarba e la foce del Nervia bombardati dall’E. Bertin, ore 15.30 – 16.30 circa.

Novembre

MERCOLEDÌ 1° – La stazione radiotrasmittente di Bordighera bombardata da un C.T.

SABATO 4 – Un C.T. bombarda Bordighera per l’ottava volta, h. 13 circa.

DOMENICA 5 – Bordighera bombardata per la nona volta (h. 15 circa).

LUNEDI 6 – Bordighera bombardata per la decima volta (h. 15 ca.). MERCOLEDÌ 8 – Un I.L. tipo Galissonière (?) bombarda, dalle 10.30 alle 12.30, la Valle Roia.

GIOVEDÌ 9 – Un I.L. tipo Galissonnière (?) bombarda, dalle 9.30 alle 14.30, la Valle Roia.

VENERDÌ 10 – Breil, Fontan e Saorge evacuati dai tedeschi (?).

MERCOLEDÌ 15 – L’artiglieria terrestre bombarda Bordighera (11a volta), ore 9. Alle 21.30 bombardamento navale su Vallecrosia.

VENERDÌ 17 – La Valle Roia e la Val Nervia bombardate da un I.L. dalle 9 alle 14.

LUNEDI 21 – Sanremo bombardata da un C.T.

LUNEDI 27 – La Val Nervia bombardata dal Jeanne d’Arc.

Dicembre

LUNEDI 4 – Comincia lo sgombero della popolazione di Ventimiglia.

MARTEDÌ 5 Ventimiglia bombardata a 3 riprese da C.C.T.T.

SABATO 9 – Il Jeanne d’Arc bombarda la Val Roia.

MERCOLEDÌ 13 – La strada tra Ospedaletti e Bordighera bombardata da un C.T.

GIOVEDÌ 14 – Il Jeanne d’Arc bombarda Ventimiglia.

1945

Gennaio

LUNEDÌ 1° – Granate terrestri a Bordighera, in via Lagazzi e alla stazione (h. 12 circa).

SABATO 6 – // Nervia bombardato da un I. L. tipo Galissonière.

DOMENICA 7 – Il Nervia bombardato dall’I.L. Emile Bertin. Sanremo bombardata da 8 aerei alle ore 15,30.

MERCOLEDÌ 10 – Sanremo bombardata da 4 aerei alle h. 15.

GIOVEDÌ 11 – Alle 11 circa, via Lagazzi bombardata dall’artiglieria terrestre. Verso le 13.30 il bombardamento viene ripetuto prima da terra e poi da un C.T. (15* volta).

VENERDÌ 12 – Granate di terra cadono sotto al Bellavista, alla casa Regina Margherita (h. 11,30). Altre granate, alle 17,30 circa, alla Banca Commerciale.

SABATO 13 – Ore 22,30, qualche granata su Bordighera Alta.

DOMENICA 14 – Alle 10,30, i forti bombardano la zona di via Lagazzi. Fra le 14 e le 17, Bordighera viene bombardata in due riprese dalle navi (16a e 17a volta).

LUNEDÌ 15 – Due LI. L.L. tipo Galissonière e un C. T. bombardano, verso le 14, Imperia e Sanremo e, fra le 15 e le 17, Bordighera (18a volta).

MARTEDÌ 16 – Partenza per Ospedaletti.

MERCOLEDÌ 17 – Alle 10, otto cacciabombardieri attaccano il porto di Sanremo.

LUNEDÌ 29 – Ore 14, un I.L. tipo Galissonière bombarda Sanremo e Villa Helios.

(in Gennaio: 29 bombardamenti navali)

Febbraio

MARTEDÌ 6 – Ore 11, il centro di Bordighera e la Via dei Colli bombardata da caccia-bombardieri. Ore 12 – 12,30: Sanremo bombardata dal Jeanne d’Arc. Passaggio di bombardieri.

MERCOLEDÌ 7 – Bordighera e Coldirodi bombardate da ciaccia-bombardieri verso le 10,30 .

DOMENICA 11 – Attacco di caccia-bombardieri su Dolceacqua (h. 10,30). Sanremo mitragliata (h. 15,30).

LUNEDÌ 12 – La Valle Nervia bombardata da caccia-bombardieri.

MARTEDÌ 13 – Sanremo bombardata da aerei (h. 10,30).

MERCOLEDÌ 14 – Ospedaletti bombardata da un I.L. (h. 14,30-15,30). Aerei bombardano Sanremo (h. 14).

MERCOLEDÌ 21 – Dolceacqua e Sanremo bombardate da aerei (h. 10,30).

MERCOLEDÌ 28 – Aerei bombardano a quattro riprese, tra le 14 e le 16.

(in febbraio: 43 bombardamenti navali, 16 bombardamenti aerei)

Marzo

GIOVEDÌ 1° – Un incrociatore spara su Vallecrosia e Ventimiglia.

VENERDÌ 2 – Un I,L. (Galissonièrej e due caccia-bombardieri attaccano Bordighera, Arziglia e Madonna della Ruota (h. 13,15 – 15,15). Il Jeanne d’Arc e un altro I.L. tipo Galissonière sparano su Bordighera (16 e 17 rispettivamente). Sanremo bombardata dal primo incrociatore (h. 17) e da aerei (h. 15). Quattro aerei bombardano Ospedaletti.

SABATO 3 – Ospedaletti attaccata verso le 12 da 1 o 2 aerei.

DOMENICA 4 – Bombe sganciate in mare presso Ospedaletti a 3 riprese.

LUNEDÌ 5 – 24 bombardieri medi e 8 caccia-bombardieri attaccano con bombe da 500 Kg la zona orientale dì Ospedaletti (h. 14,30-15). Parte dell’Albergo Svizzero crolla. Si dorme dai Vota.

MARTEDÌ 6 – La giornata passata alla galleria di Sanremo.

GIOVEDÌ 8 – La giornata passata alla galleria di Madonna della Ruota. Ore 15, bombe sganciate in mare presso Ospedaletti.

VENERDÌ 9 – Ore 15 – 18: bombardieri attaccano la zona orientale di Ospedaletti.

SABATO 10 – Due bombe sganciate in mare presso Ospedaletti (h. 10,15).

MARTEDÌ 13 – Ospedaletti bombardata da 8 aerei in picchiata (h. 14.45).

DOMENICA 18 – Rastrellamento nella galleria di Bordighera.

MARTEDÌ 20 – Sanremo e Ventimiglia bombardate da un I. L.

MERCOLEDÌ 28 – Vallecrosia attaccata da caccia-bombardieri (h. 15).

Aprile

DOMENICA 1° – Pasqua.

MERCOLEDÌ 4 – Quattro aerei attaccano Villa Helios (h. 19,30).

GIOVEDÌ 5 – Quattro aerei bombarda­no Vallecrosia (h. 14,40).

VENERDÌ 6 – Vallecrosia attacata ancora.

DOMENICA 8 – Ospedaletti bombardata da quattro aerei. (h. 16,30)

MARTEDÌ 10 – Due I.I.LL: bombardano, a più riprese, Ventimiglia e la Val Nervia. Bombe sganciate in acqua presso Bordighera dagli aerei di scorta (h. 11,35).

GIOVEDÌ 12 – Ventìmiglia e Vallecrosia bombardate da 4 aerei (h. 10,15). Un I.L. tipo Leander (?) cannoneggia Sanremo (h. 17 circa). Anche nella notte (22,15) unità navali sparano sulla città.

DOMENICA 15 – Alle h. 03,15, bombardamento navale su Sanremo. Dalle h. 06,30 in poi unità navali sparano su Ventimiglia e la Val Nervia.

VENERDÌ 20 – La radio annuncia l’occupazione francese di Breil.

DOMENICA 22 – La radio annuncia il forzamento della frontiera franco-italiana.

LUNEDÌ 23 – / tedeschi e i fascisti sgombrano rapidamente la costa fra Ventimiglia e Sanremo. Tre aerei mitragliano carriaggi tedeschi a Ospedaletti (h. 13 circa). Ore 15: compaiono due I.I.L.L. tipo Galissonière uno dei quali bombarda Sanremo.

MARTEDÌ 24 – / patrioti occupano Coldirodi e Sanremo. Ospedaletti sgombrata dai tedeschi. Verso sera, scontri, a Sanremo, fra tedeschi e partigiani.

MERCOLEDÌ 25 – Nella notte alcuni tedeschi, tornati indietro, fanno saltare il ponte presso Ospedaletti che viene occupata dai patrioti dalle h. 6,45. Bombardamento navale su Sanremo e aereo su Bordighera (h. 15 circa). Un aereo da ricognizione, ammarato per errore nel Roia. informa gli alleati sulla situatone. La sera, pattuglie francesi entrano a Ventimiglia.

GIOVEDÌ 26 – Reparti del!’8a divisione francese occupano stabilmente Ventimiglia.

VENERDÌ 27 – Bordighera, Ospedaletti e Sanremo occupate da reparti senegalesi.

SABATO 28 – 34 unità navali appoggiano lo sbarco a Sanremo (h. 12).

da “LA VOCE INTEMELIA” del novembre 1984 < online a questo link >

Da Pigna a Negi durante la Resistenza, passando per Nizza e Vallecrosia

Uno scorcio di case Cristai-Peverei, in Negi, Frazione di Perinaldo (IM), località citata nelle vicende narrate in questo articolo

Uno scorcio di case Cristiai-Peverei, in Negi, Frazione di Perinaldo (IM), località citata nelle vicende narrate in questo articolo

Mio fratello Piero da oltre due mesi era in territorio francese. Con Gianni  (Katiuscia), mio compagno a Pigna e a Testa d’Alpe, decidemmo di  attraversare il fronte con una barca; trovai subito Bric Brac, pescatore; la barca c’era, non era sua, ma la vendette come fosse stata di sua proprietà; pagai con quanto mi rimaneva. A sera nel magazzino, con la barca, trovammo dieci giovani  nascosti che volevano fuggire e chiesero di portarli con noi: ricordo fra questi il caro amico Giacomo Amalberti (Giacurè); non dicemmo di no.

Andammo in casa della famiglia di Pascalin (n.d.r.: Pasquale Corradi), dove incontrai il cap. Gino (n.d.r.: Gino Punzi: vedere qui e qui), tipo di  poche parole, bruno, forse un napoletano; portava con sé una borsa nera ri­gonfia che mai abbandonava; anche i miei genitori giunsero con le loro poche  cose. Improvvisamente, giunse Scipio da Mentone e appresi che viveva alla Villa Citroniers con mio fratello e Pascalin.

Verso le 2 della notte, in dodici, sollevato il pesante gozzo, attraversata la strada assai ampia, usando lo scivolo in cemento, ci calammo sulla spiaggia e quindi in mare; avevamo due coppie di remi. La barca dopo una ventina di metri si riempì d’acqua perché era rimasta troppo in secca. Fu enorme fatica ricuperarla e nasconderla alla meglio contro il muraglione antisbarco: metà dell’equipaggio era fuggito. Con Bric Brac e suo nipote lavorammo tutta la notte per chiudere le fessure con stoppa e stucco.

Verso le due di notte tentammo l’uscita in mare; eravamo in sei, la zona era pericolosa e percorsa da pattuglie di un reparto di bersaglieri repubblichini. Ci imbarcammo e ci allontanammo dalla spiaggia e presto ci rendemmo conto che l’acqua entrava; armati di due recipienti, riuscimmo a travasare l’acqua mentre un remo si ruppe.

Con un mare non calmo ci portammo al largo per non essere intercettati da terra; superata la punta di Mortola, facemmo rotta a mezza costa tra Cap Martin e Mentone; notte calma senza spari, cupa. Verso Carnoles approdammo presso la Place d’Armes; attraversata la piazza saltellando per paura del terreno minato, cercammo di attrarre l’attenzione di una pattuglia di gendarmi; ci condussero al loro comando a fianco del ponte di Val Carei; eravamo fradici ed infreddoliti; ci fecero sedere sopra una panca in un ambiente freddo e ventilato in attesa della venuta del loro capo, che dopo alcune ore si presentò; ci accolse con un retorico sproloquio, condito di minacciose espressioni. Sperai che presto arrivasse alla fine del suo vano argomentare.

A sera apparve Pascalin, che aveva avuto ordini dal suo comandante Richard, e mi condusse con Gianni alla villa Citronières, ove incontrai mio fratello Pierino, Scipio e il marsigliese Neron, tutti addetti al Service Renseignement Operation, Antenne de Menton.

Trascorsero alcuni giorni; una mattina si presentarono i gendarmi di Nizza che ci instradarono in Nizza; destinazione Hotel Trianon, oltre il ponte del Paillon.
Prima tappa il seminterrato, dove rimanemmo in attesa finché un tintinnio di chiavi annunziò l’arrivo di qualcuno: era una guardia che ci fece strada ai piani superiori e ci trovammo in un vasto salone; ad un tavolo ad attenderci c’erano due ufficiali francesi e restammo nelle loro mani. Debbo ammettere che rimasi colpito dal loro aspetto: freddi, staccati, col chepì e col frustino, con le borse in pelle e lucidi stivaloni e pantaloni alla cavallerizza; parve volessero interrogarci, invece entrarono due ufficiali americani: eleganti, sorridenti, i quali dopo un bre­ve interrogatorio sulla nostra provenienza ci accomiatarono. Si presentarono due ufficiali inglesi per un colloquio; ci vergognammo per la nostra barba non rasata e il nostro abbigliamento non proprio in ordine; ci mettevano in soggezione.

Il loro interrogatorio-conversazione fu meticoloso; chiesero delle notizie circa le postazioni nemiche, dei campi minati, delle batterie di cannoni, dei depositi e di quanto potesse essere a nostra conoscenza, delle nostre azioni, quale distanza noi avevamo nei combattimenti contro i tedeschi e se la nostra formazione era di ispirazione comunista. Ci comunicarono che non erano autorizzati a prenderci in consegna per ragioni territoriali e perciò per alcuni giorni avevamo dovuto accettare di essere ospiti in una prigione francese. Seppi che i due ufficiali erano il cap. Lam e il tenente Burton, che parlavano un corretto italiano.

I francesi con sadica soddisfazione ci ammanettarono quali banditi: final­mente potevano usare della loro autorità che, ora, ostentavano con catene e ferri.
Assieme ad altri prigionieri ci ammanettarono e ci scortarono con mitraglietta Mas alla mano alle Nouvelles Prisons, quartiere Paillon. Cerimoniale di acco­glimento: nudi, sull’attenti, nel centro della stella del carcere. Era la vigilia di Natale, alle sette di sera, fuori nevicava e faceva un freddo orrendo. Da uno scopino ricevemmo due pani: gesto indimenticabile. Con Gianni ci buttarono nel braccio dei criminali fascisti; celle costruite per un singolo; ci misero uno per cella dove erano stipati tre disgraziati, tutti italiani della nostra zona e tutti con attività varie nel circondario delle Alpi Marittime. Mi chiedevano del perché fossi dentro e, nonostante le risposte che mi contrapponevano alla loro attuale disgraziata situazione, mi offrirono zollette di zucchero e di quel poco che a loro avevano portato le famiglie.

Gli ufficiali britannici non ci abbandonarono; dopo pochi giorni ci fecero trasferire nel braccio dei prigionieri militari; ci rifornivano di viveri e di sigarette  e continuarono a farlo per tutto il tempo che fummo ospitati presentandosi, a giorni alterni con un sacco di iuta ripieno di viveri; i secondini, in maggioranza corsi, divennero anch’essi gentili. In quei giorni fummo raggiunti da un altro ventimigliese, Pippo; in cella si creò un trio; Pippo parlava di Nettu e dell’in­fausto episodio tragico del Grammondo. Dopo una ventina di giorni ci libera­rono; ci portarono ai loro magazzini in St. Augustin in Nizza. Bagno, barbiere e D.D.T.; divisa completa, zaino, basco nero e il coltello di ordinanza. Da Nizza, attraverso il posto di blocco, controllato dalla F.M., che era poco prima del bivio di Cap Ferrat, ci inoltrammo nella penisoletta, rimanendo sul lato della baia di Villafrance. La villa Petit Rocher divenne il nostro nuovo indirizzo: aveva un porto sotterraneo con saracinesca, con molo privato, con due cabinati ormeggiati e due marinai della Royal Navy, che provvedevano alla manutenzione dei due battelli battenti bandiera britannica; c’era una costruzione di legno, tinteggiata di verde; qui noi ci esercitammo alla scuola di sabotaggio e altre cose concernenti la nostra nuova attività.

Il tenente Burton provvedeva varie volte alla settimana ad impartirci lezioni riguardanti lo svolgimento del nostro impegno. Giunsero da Bordighera Elio, Luciano e Mimmo (n.d.r.: rispettivamente, Ampelio Bregliano, Luciano “Rosina” Mannini e Domenico Dònesi). Elio si fermò con noi e gli altri proseguirono per Nizza.

Finalmente la missione alleata il 6 gennaio 1945, si mise in movimento e, via mare, raggiunta Vallecrosia, proseguì per Negi, dove alla base di Cecov (n.d.r.: Mario Alborno di Bordighera) era in attesa una squadra partigiana che la condusse al Comando generale di Curto (n.d.r.: Nino Siccardi, già comandante della II^ Divisione d’Assalto Partigiana Garibaldi “Felice Cascione”, ma a quella data ormai responsabile della I^ Zona Operativa della Liguria, mentre comandante della Divisione era diventato Vittorio ” Vittò” Guglielmo).
Il cap. Bentley con il caporale Mac erano accompagnati da Mimmo, Nino (n.d.r.: detto anche “Nino Serretta”, si tratta di Alberto Guglielmi) e Tonino (n.d.r.: Antonio Capacchioni, già capitano dell’Aeronautica Militare), che a Negi si fermarono (n.d.r.: quando si dice la memoria; come qui accennato, Fiorucci ritrovò la copia incompleta della relazione sulla vicenda, fatta in data sconosciuta da “Tonino” al Comando Partigiano; una relazione in cui “Tonino” affermava che era sbarcato dalla Francia molti giorni prima della missione Bentley per prendere contatti con “Gino” (Luigi Napolitano, in quel momento vice comandante della V^ Brigata Partigiana Garibaldi”) e “Curto” in funzione della migliore riuscita della medesima… e che da Negi a Ciabaudo aveva accompagnato lui Bentley e Mac – anzi, in questo scritto di suo pugno, sergente Mc Donald -,  e che aveva inizialmente collaborato con Bentley…).

Alle truppe angloamericane si sostituì la I^ Armata Francese, eterogenea, sia per uomini che per armamenti; molti erano gli italiani. Noi continuammo per un certo periodo le esercitazioni notturne con i motoscafi pilotati dai marinai britannici; a terra con i battelli di gomma, ritorno a bordo del cabinato e rientro alla base; sempre bagnati. Ogni tanto ispezione del comandante a Nizza, quale responsabile del settore: si chiamava magg. Bettes, corpulento nella sua uniforme della RAF; con il suo seguito veniva a far visita alla piccola base.

Era con lui il ten. Richard della South African Navy, il cap. Martin Lam, il ten. Burton ed un sergente dai capelli rossi per il quale mai nulla andava bene.
Una mattina con due ufficiali ci imbarcarono sopra di una jeep e superata Nizza e il Var ci condussero in collina a Gattieres. In programma: allenamenti con armi varie, esplosivi, bombe. Trovammo sul posto un cospicuo raggruppamento di uomini equipaggiati di tutto punto che credemmo britannici: era l’ottima for­mazione di Nuto Revelli, che all’epoca dello sbarco alleato in Provenza al Passo della Maddalena valorosamente aveva ostacolato la marcia delle truppe tedesche ed ora rimaneva in attesa di poter rientrare nelle valli piemontesi. Approfittammo della loro cucina per una quindicina di giorni.

Il ten. Burton, che quasi ogni giorno veniva a farci visita, portando sempre nuovi campioni di esplosivo, nuove armi leggere, trappole, micce, un giorno ci mostrò un quotidiano di Roma dal titolo “Il vento del Nord”. Il tenente tenne a precisare che noi partigiani avevamo peggiori nemici sia a Roma sia nel Nord occupato e fascista. Disse “Vi mostrano sorriso amico, ma, nello stesso tempo, suggeriscono a chi li ascolta di non esagerare con gli aiuti di armi alle formazioni rosse, nella eventualità che possa in Italia verificarsi ciò che avvenne in Grecia con Marcos e i suoi ribelli antigovernativi, che spararono sugli Inglesi”.

Nel frattempo un discreto numero di italiani, quasi tutti della nostra zona, erano occupati nei magazzini britannici a preparare e a mettere nei contenitori il materiale in vista di eventuali lanci ai Partigiani. Nel mese di marzo 1945 dall’Italia meridionale giunse nel porto di Nizza una nave britannica di piccolo cabotaggio, armata di un cannoncino; noi fummo chiamati per il lavoro di sca­rico; nelle casse più vistose, in legno robusto, nelle quali ci aspettavamo di trovare fucili mitragliatori, vedemmo solo fucili lunghi e antichi, datati “1912, guerra di Libia”: mi parve alquanto demoralizzante.

Il 3 Aprile ’45 improvvisi movimenti al Petit Rocher fecero supporre che qualcosa stava per accadere; di fatto un paio di jeep cariche di sacchi vennero sca­ricate nel cortile. La sera del 4 due vallecrosini: Renato e Girò (n.d.r.: Pietro Gerolamo Marcenaro, di cui vedere anche qui) si uniscono a noi, indossando (loro!)  uniformi inglesi; arriva anche lo stato maggiore: il Maggiore Betters della RAF ne è il capo; con lui il cap. Lam e il ten. Burton; da Nizza, intanto giungeva il “Chris Craft”, un motoscafo molto veloce: era condotto da Jean di Monaco.
Caricammo il materiale e i battelli di gomma e, venuta la notte, con Pippo mi accomodai sui sedili poppieri; un coro di saluti, strette di mani e in bocca al lupo.
Lasciammo Elio e Gianni a guardia della “proprietà”. Con veloce navigazione, superati il Cap Ferrat e la punta di Mortola, si giunse in quel di Vallecrosia, nei paraggi del Seminario di Bordighera. Nessun segnale da terra.

Motori al minimo, gonfiati i battelli e calati in mare, caricammo tutto il materiale e lentamente remammo verso riva. Approdammo e messi i battelli in secca ci coricammo sulla spiaggia; Renato e un collega vanno alla ricerca di quelli che dovevano aspettarci e raggiuntili ci allontanammo dalla spiaggia; sentimmo il motoscafo che si portava verso il largo. Ci nascondemmo fuori Vallecrosia e il giorno dopo, 6 aprile, si riprese la montagna; Negi, San Faustino in valle Argentina. Nuova vita partigiana!

testimonianza di Paolo Loi, raccolta da Don Nino Allaria Olivieri in “Ventimiglia Partigiana” – ANPI Sezione di Ventimiglia -, ripubblicata in “Quando fischiava il vento – Episodi di vita civile e partigiana nella Zona Intemelia” di Alzani Editore – La Voce Intemelia – A.N.P.I. Sezione di Ventimiglia (IM), 2015

Cenni sulla Resistenza a Pigna (IM)

Uno scorcio di Pigna (IM), Alta Val Nervia

Uno scorcio di Pigna (IM), Alta Val Nervia

Dopo l’8 settembre 1943 la zona di Pigna divenne teatro di un’intensa e sanguinosa guerra tra forze partigiane e reparti nazifascisti, che effettuarono vari rastrellamenti, tra cui quello del 25 settembre ’44 e ingaggiarono una furiosa e violenta battaglia l’8 ottobre successivo, nel corso della quale gli abitanti terrorizzati cercarono rifugio nelle cantine o fuggirono tra i boschi mentre ovunque cadevano resistenti e occupanti.

Il 29 agosto precedente era intanto sorta su iniziativa di componenti di alcuni distaccamenti garibaldini e delle autorità locali la «Libera Repubblica di Pigna», retta da alcuni liberi amministratori con cariche pubbliche assegnate ai più degni rappresentanti del popolo, l’assunzione di deliberazioni democratiche e l’amministrazione di un’equa giustizia sociale. Venne costituita anche una Giunta comunale formata da civili e partigiani, che ogni giorno si riuniva per assumere le decisioni relative ai problemi più urgenti del momento quali l’ordine pubblico, il controspionaggio e la requisizione di viveri o altro materiale illecitamente prelevato dai magazzini del disciolto esercito italiano per essere poi distribuito alle famiglie più indigenti del paese.

La breve esperienza autonomista della «Repubblica» pignese sarebbe tuttavia durata fino all’8 ottobre del ’44, quando le truppe tedesche, dopo la succitata battaglia contro le formazioni garibaldine, ripresero il controllo del borgo ponendo così fine a questa singolare e coraggiosa iniziativa, che conobbe tra l’altro varie istituzioni omologhe nell’Italia occupata dai nazisti.

Nel dicembre 1944 il centro abitato subì inoltre le offese di numerosi bombardamenti aerei da parte delle forze alleate, che distrussero, oltre a parecchie abitazioni, la piazza Vecchia, detta “la loggia”, adiacente la parrocchiale, poi ricostruita nel dopoguerra secondo le linee architettoniche originarie, e parte dell’archivio storico del Comune.

Dopo quasi venti mesi di durissimi scontri vissuti dalla popolazione civile sotto l’incubo incessante di rastrellamenti e bombardamenti, si giunse finalmente alle giornate della Liberazione, che furono però funestate dalla notizia, giunta in paese proprio il 25 aprile del ’45 da Latte di Ventimiglia, che dodici partigiani di Pigna erano stati trovati uccisi nel torrente che da Sealza scende al mare.

di Andrea Gandolfo su SanremoNews