I partigiani responsabili degli sbarchi dovevano segnalare alle ore 23.15

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Vallecrosia (IM): Monumento ai Partigiani del Mare

A settembre 1944 insieme a Renzo Rossi partecipai all’incontro con Vitò [Giuseppe Vittorio Guglielmo]. Ci accompagnò Confino, maresciallo dei Carabinieri che aveva aderito alla Resistenza. Vitò investì formalmente Renzo Rossi del compito di organizzare, per la nostra zona, il S.I.M. [Servizio Informazioni Militari] e la S.A.P.: io fui nominato suo agente e collaboratore….
Renzo “Gianni” Biancheri, “Rensu u Longu“, in Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia < Comune di Vallecrosia (IM) – Provincia di Imperia – Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM) >, 2007

Rosina (Luciano Mannini) racconta: “Il servizio di informazioni militari, esplicato dalla missione «Leo» in Italia con i comandi alleati, ebbe inizio alla fine del settembre 1944, con l’arrivo nella zona della V^ Brigata [d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione “Felice Cascione”] di ufficiali americani ed inglesi giunti attraverso i passi montani dal Piemonte, ove erano stati paracadutati. Il capitano Leo [Stefano Carabalona], attestato allora a Pigna, comandante del distaccamento che li ospitava e che provvide in seguito a farli condurre – parte attraverso i valichi alpini e parte via mare – in Francia, stabilì col capo della missione alleata [Missione Flap] i primi accordi che dovevano condurre alla formazione di un gruppo specializzato che collegasse, per mezzo di una rete segreta, la nostra zona a quella occupata dagli alleati e fungesse da centro di raccoglimento e di smistamento di notizie militari e politiche interessanti la lotta”.
Mario Mascia, L’epopea dell’esercito scalzo, Ed. A.L.I.S., 1946, ristampa del 1975 a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia

A dicembre 1944 alla S.A.P. di Vallecrosia si aggregarono alcuni partigiani scesi dalla montagna…
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) – Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia

La missione Leo [n.d.r.: dal nome di battaglia del responsabile, il comandante Stefano Carabalona] alla quale appartenevano Rosina [Luciano Mannini], Lolli [Giuseppe Longo], Giulio [Corsaro/Caronte] Pedretti, ed alcuni altri giovani che si erano temprati nelle lotte di montagna, si portò a Nizza nel [nella notte tra il 10 e l’11] dicembre 1944, dopo due mesi di utile lavoro preparatorio, per mezzo della leggendaria imbarcazione guidata dall’infaticabile «Caronte» Giulio Pedretti e da Pascalin [Pasquale Pirata Corradi, di Ventimiglia (IM), come Pedretti]. A Nizza, Leo si incontra con i responsabili dei servizi speciali alleati e prepara il piano definitivo di lavoro, che comportava, fra l’altro, l’uso di apparecchi radio trasmittenti, per i quali la missione aveva già predisposto gli operatori. Nel gennaio 1945 la missione rientra in Italia, dove il terreno era già stato preparato in anticipo. Si organizza e comincia a funzionare in pieno…
Mario Mascia, Op. cit.

Con lo sbarco [n.d.r.: notte tra il 6 ed il 7 gennaio 1945] del capitano Bentley si strinsero ancor più i rapporti tra il Gruppo Sbarchi di Vallecrosia e il gruppo di “Leo” Carabalona, del quale faceva parte Giulio Corsaro Pedretti, che per primi avevano preso contatto con le forze alleate. Gli sbarchi si susseguirono con invio di armi e anche di agenti radiotelegrafisti per azioni di spionaggio. […]
Gli sbarchi si susseguirono con invio di armi e anche di agenti radiotelegrafisti per azioni di spionaggio. Tra queste operazioni vi fu la tragica “Operazione Leo”, a seguito della “Operazione Gino”, di cui non conosco i particolari, ma che mise a repentaglio tutta la nostra organizzazione.
RenatoPlanciaDorgia in Giuseppe Mac Fiorucci, Op. cit.

In parallelo agli aviolanci alleati, ma con con maggiore assiduità, avevano luogo sbarchi di materiale bellico nella zona di Vallecrosia-Bordighera. I volontari che si occuparono di tali trasporti appartenevano al gruppo di “Leo”, Stefano Carabalona, che fungeva da tramite tra i garibaldini e la missione alleata in Francia. Giulio Pedretti, “Corsaro”, fu il partigiano che più di ogni altro si impegnò in tali operazioni, al punto che alla fine della guerra aveva effettuato 27 traversate per recapitare armi e uomini attraverso il tratto di mare prospicente la zona di confine italo-francese.     Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio – 30 Aprile 1945), Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998 – 1999

14 febbraio 1945 – Dal comando della I^ Zona Operativa Liguria al comando della Divisione “Silvio Bonfante” – Comunicava che erano imminenti alcuni sbarchi di materiali da parte degli alleati sulle coste controllate dalla II^ Divisione “Felice Cascione” e precisava i criteri di distribuzione dei medesimi. da documento IsrecIm in Rocco Fava, Op. cit., Tomo II

… Rossi [Renzo Stienca Rossi] si accreditò [8 o 9 marzo 1945] presso l’OSS a Nizza. In seguito fece 4 viaggi [recando armi, documenti, uomini di collegamento, materiale vario] via mare dalla Francia [alla costa di Vallecrosia]. Tornò definitivamente in Italia la notte del 27 aprile 1945, sbarcando a Sanremo… Brooks Richards, Secret Flotillas, Vol. II, Paperback, 2013

4 aprile 1945 – Dal Quartiere Generale rappresentante dell’Alto Comando Alleato al commissario Orsini [Agostino Bramè, commissario politico della V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione “Felice Cascione”] – Veniva conferito incarico al commissario in indirizzo di avvisare i responsabili della ricezione degli sbarchi di iniziare le segnalazioni alle ore 23.15 del giorno 4 stesso per i 5 giorni successivi, mentre dal giorno 10 al giorno 12  dovevano iniziare alle ore 24.  L’intervallo tra una segnalazione e l’altra doveva essere di 5 minuti.  Si richiedevano chiarimenti sulla lettera del 29 marzo con la quale era stato comunicato che i tedeschi erano a conoscenza del punto di sbarco.

11 aprile 1945 – Dal Comando della I^ Zona Operativa Liguria al comando della II^ Divisione  – Veniva comunicato l’imminente sbarco di Bartali [Giovanni Bortoluzzi, già a capo a settembre 1943 di una prima banda di partigiani in Località Vadino di Albenga (IM), poi dirigente sapista in quella zona, capo missione della Divisione “Silvio Bonfante” presso gli Alleati, vicecapo della Missione Alleata nella I^ Zona nei giorni della Liberazione] e veniva ordinato di tenere a disposizione dello scrivente comando eventuale materiale arrivato nel frattempo via mare.

13 aprile 1945 – Dal  C.L.N. di Sanremo, prot. n° 581, al S.I.M. della V^ Brigata – Informava anche sul fatto che le armi, arrivate via mare, erano ancora a Bordighera da dove poi si sarebbe provveduto alla distribuzione.

13 aprile 1945 – Dal Comando della I^ Zona Operativa Liguria a Orsini [Agostino Bramè, commissario politico della V^ Brigata “Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione “Felice Cascione”] – Si sollecitava maggiore attenzione nell’individuare per tempo e nell’avvertire di movimenti del nemico rispetto alla tematica sbarchi, in quanto il motoscafo di Renzo [Renzo Stienca Rossi], ricevuta una segnalazione sospetta dalla costa, era appena tornato indietro.

18 aprile 1945 – Dal Comando della I^ Zona Operativa Liguria al comando della II^ Divisione – Veniva criticato il fatto che non era ancora pervenuto l’elenco del materiale arrivato con gli sbarchi.

da documenti IsrecIm in Rocco Fava, Op. cit., Tomo II

Il ritorno lo effettuammo con la scorta di una vedetta francese, che accompagnò il motoscafo di Pedretti. Vi furono momenti di apprensione perché da bordo della vedetta si udì distintamente il rombo del motore di un motoscafo tedesco; i nemici non si accorsero della nostra presenza e passarono oltre. Trasbordammo sul motoscafo e sul canotto gli uomini e il materiale delle missioni “Bartali” [Giovanni Bortoluzzi] e “Serpente”, composte da agenti addestrati al sabotaggio. Nelle operazioni di trasbordo alcuni caddero in mare e recuperarli nel buio non fu cosa facile, dovendosi osservare il silenzio assoluto. Attendemmo i segnali convenuti da riva. Anche quella volta nessun segnale. Gli ordini erano di annullare tutto, ma Girò accompagnò ugualmente a terra tutta la comitiva, mentre io tornai a bordo della vedetta, perché nel buio pesto riuscì ad individuare il tratto di spiaggia dinanzi a casa sua. Le difese di quel tratto di costa erano così composte: un bunker alla foce del torrente Borghetto [n.d.r.: che sfocia in Bordighera, Piani di Borghetto], uno nei pressi della foce del Verbone [Vallecrosia], un altro quasi alla foce del Nervia [tra Ventimiglia e Camporosso].
Tra il bunker del Borghetto e quello del Verbone , era tutto un campo di mine, eccetto, giusto alla metà tra i due bunker, un passaggio largo meno di un metro, dalla battigia fino al rio Rattaconigli. Sbarcarono a Rattaconigli e superarono il campo minato attraverso quel sentiero. Quella sera dal bunker di Vallecrosia fino alla foce del Nervia era tutto un pullulare di tedeschi e fascisti. Ci aspettavano. La fortuna fu dalla nostra.
Renzo Biancheri in Giuseppe Mac Fiorucci, Op. cit.

… aveva riallacciato i collegamenti con la Francia

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Vallecrosia (IM): una spiaggia vicina al luogo di sbarco del capitano Bentley ed all’abitazione (zona Casette di Camporosso Mare) della famiglia di Alberto Nino Guglielmi

Inoltre l’inverno giunse in anticipo sulle montagne e i collegamenti con gli alleati, che avvenivano attraverso i sentieri alpini, erano resi impossibili. Si ipotizzò anche di tentare con i sommergibili, ma non ci fu nessun serio risultato. Si poteva tentare soltanto via mare. Il 20 dicembre 1944 doveva sbarcare il capitano Robert Bentley, ma fu tutto rinviato per il mare in tempesta. Dapprima arrivarono due collaboratori del capitano […]
Renato Dorgia in Giuseppe Mac FiorucciGruppo Sbarchi VallecrosiaIstituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2007

Io sono partito per la Francia il 10 dicembre 1944; giunto colà presi contatto con il Comando Americano di Nizza con il quale già ero in relazione da circa due mesi.
Stefano “Leo” Carabalona in una lettera a Enzo Siccardi (Curto), comandante della I^ Zona Operativa Liguria, acclusa al dispaccio prot. n° 2 del CLN di Bordighera del 26 febbraio 1945, documento IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio – 30 Aprile 1945) – Tomo II -, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

Fui inquadrato in un distaccamento partigiano che si avvicinò alla provincia di Imperia. Qui fui assegnato alla IV^ Brigata “Elsio Guarrini” della II^ Divisione Garibaldi “Felice Cascione” […] Da questa situazione nacque l’idea, nel comando della “Felice Cascione”, di una nostra missione, che dovesse portarsi in Francia presso i Comandi Alleati per sollecitare l’invio di divise, viveri, armi e munizioni. E per combinare azioni militari congiunte contro le forze nazifasciste nella nostra zona. Così nacque la Missione Kahnemann, con la supervisione del comandante “U Curtu” [Nino Curto Siccardi]. Fra i componenti [la missione Kahnemann] furono assunti fra gli altri (non li ricordo tutti) Alberto Guglielmi “Nino” e Luciano Mannini “Rosina”. Io, perché ufficiale dell’esercito, a conoscenza delle lingue francese e inglese, studiate a scuola e poi coltivate privatamente. Nino e Luciano perché conoscevano la zona a menadito, soprattutto i camminamenti tra le mine sulla spiaggia. Fu incluso nella missione anche certo Jean Gérard, francese… Non l’avessimo mai fatto, come dirò dopo!!! […] La gendarmeria di Monaco, informata dello scopo della nostra missione, si mise subito in contatto con quella di Nizza […] nelle prime ore del mattino successivo stavamo già nella sede della gendarmeria di Nizza […] Quasi subito fu prelevato Kanhemann, capo della nostra missione e portatore di tutti i documenti referenziali attestanti la nostra identità politica.  
Domenico Mimmo Donesi in Giuseppe Mac Fiorucci,  Gruppo Sbarchi VallecrosiaIstituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2007

Raggiunti gli alleati, Mimmo (Domenico Dònesi) e Nino (Alberto Guglielmi) furono ingaggiati dai servizi inglesi, sottoposti ad un breve addestramento e preparati alla missione di invio dell’ufficiale di collegamento presso i partigiani della I^ Zona Operativa Liguria, il capitano Robert Bentley, del SOE   britannico. Dopo Natale Nino fu inviato a preparare lo sbarco di Bentley.
appunti inediti di Giuseppe Mac Fiorucci, per Op. cit.

Ripassai in Francia e studiai un piano per entrare in Italia via mare… i vostri uomini di Bordighera e Vallecrosia, Leo [Stefano Carabalona], Renzo Rossi, Rosina [Luciano Mannini], Caronte [detto anche Corsaro, Giulio Pedretti], Renzo Biancheri hanno seguito la stessa via numerose volte. Ad ogni modo presi contatto con Leo, che era appunto appena sbarcato in Francia in quel tempo, e poi con Kahnemann (Nuccia), il quale era pure passato [n.d.r.: partendo con il suo gruppo da una spiaggia di Vallecrosia la notte del 14 dicembre 1944] a Nizza e mi posi immediatamente al lavoro. Tonino [Antonio Capacchioni], Mimmo [Domenico Dònesi] e Nino [Alberto Guglielmi] mi furono di grande ausilio durante la fase preparatoria. Le difficoltà di una traversata erano grandissime… decidemmo di inviare Nino perché preparasse il terreno…
capitano Robert Bentley in Mario Mascia, L’epopea dell’esercito scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia

La notte della Epifania [del 1945] riapparve mio fratello Nino con Mimmo (Domenico Dònesi) e un ufficiale inglese [n.d.r.: il capitano Robert Bentley] bagnato fradicio. Era evidentemente appena sbarcato. Sistemarono delle casse in cantina poi si incamminarono di nuovo […] Emilia Guglielmi, sorella di Alberto “Nino” Guglielmi, in Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi VallecrosiaIstituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2007

La stazione trasmittente sotto il controllo del capitano Robert Bentley aveva riallacciato i collegamenti con la Francia. Venne pertanto stabilito dal comando operativo di zona un primo attacco combinato fra le nostre forze e l’aviazione nemica contro un caposaldo avversario, quale esperimento. Venne fissata la segnalazione da Radio Londra per la coordinazione dell’attacco: “la neve cade sui monti”, stabilito il luogo, Baiardo, il giorno 17 marzo [1945], e l’ora, le 7 del mattino.  […] I nostri partirono dalla base di Ciabaudo: circa 120 uomini al comando di Gino Napolitano (Gino), Lorenzo Musso (Sumi)  [commissario politico del Comando Operativo della I^ Zona Liguria] ed il capitano Robert Bentley (Roberta) che avrebbero presenziato all’azione. Alle 4 del mattino la marcia veloce e silenziosa ebbe inizio. I nostri erano discretamente armati, grazie specialmente ai rifornimenti giunti nelle ultime settimane in montagna via mare.  Mario Mascia, L’epopea dell’esercito scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia

4 gennaio 1945 – Dal comando [comandante “Danko”, Giovanni Gatti] del I° Battaglione “Mario Bini” della V^ Brigata “Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione “Felice Cascione”, prot. n° 32, al comando della V^ Brigata – Relazione militare:”… da Sanremo (IM) erano partiti 2 Mas, con a bordo uomini della X^ Flottiglia disertori dalle file repubblichine, che sembravano diretti alla costa francese…

11 febbraio 1945 – Dal CLN di Sanremo prot. n° 276 S.I.M. alla Sezione S.I.M. della V^ Brigata [“Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione “Felice Cascione”] Z.O. [Zona Operativa]; p.c. all’Ispettorato Militare I^ Zona Operativa Liguria e alla Delegazione di zona militare Imperia – Oggetto: informazioni sui risultati dei bombardamenti alleati. Vi preghiamo di comunicare al cap. Roberto [capitano Robert Bentley del SOE britannico, incaricato della missione alleata presso i partigiani della I^ Zona Operativa Liguria] i risultati degli ultimi bombardamenti aereo-navali alleati nella zona di nostra competenza: … BORDIGHERA: martedì 6 febbraio = bombardamento aereo: le bombe sono cadute nei pressi del municipio uccidendo tre persone. Nessun obiettivo militare colpito. mercoledì 7 febbraio = bombardamento aereo = le bombe sono cadute a circa 8 metri dall’ospedale = 1 persona uccisa = obiettivo militare più vicino: radio goniometro a circa 400 metri di distanza. Con riserva di ulteriori comunicazioni. Fraterni saluti. C.L.N. = SANREMO il responsabile del SIM (Mimosa) [Emilio Mascia]

9 marzo 1945 – Dalla Sezione SIM del II° Battaglione “Marco Dino Rossi” della V^ Brigata “Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione “Felice Cascione”, prot. n° 12, al comando della V^ Brigata – Segnalava che … Dolceacqua (IM) era presidiata da circa 500 tedeschi dotati di 400 cavalli; che a Cima Marta e sul Monte Gray si trovava una compagnia di tedeschi; che … ogni giorno da Briga Marittima salivano pattuglie fino a Sanson, Breil [Breil-sur-Roya] e Saorge; che a San Dalmazzo di Tenda continuava il “martellamento” da parte degli aerei alleati, che in un’occasione avevano centrato la stazione ferroviaria.

13 aprile 1945 – Da “Giglio” [G.B. Vento] alla Sezione SIM della VI^ Divisione “Silvio Bonfante” – Comunicava che il tratto di fronte tra Ventimiglia e Limone Piemonte era stato “oggetto di una vivace attività di artiglieria“…

da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio – 30 Aprile 1945) – Tomo II –, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998 – 1999

I partigiani rubano nelle case!

Massabò, Località di Perinaldo (IM)

[…] Era il 9 luglio 1944. Malgrado avessimo fatto saltare i ponti della strada che porta a Perinaldo, dal campanile della chiesa che usavamo come posto di osservazione, percepimmo la pressione dei nazifascisti. Scorgemmo bruciare Langan [località di Castelvittorio (IM)] e i tedeschi avventurarsi ogni giorno di più sulla strada di Massabò [località di Perinaldo (IM)].

Ci ritirammo dal paese e qui devo ricordare un episodio che mi provocò non pochi dubbi. Ho già detto che eravamo arrivati a più di 40 partigiani, ma quando decidemmo di ritornare nei boschi e abbandonare il “lusso” dell’albergo” … ritornammo a essere 6 o 7. Ci ritirammo dapprima ai Negi [località di Perinaldo (IM)] e poi, spostandoci in continuazione, ritornammo a Vallecrosia (IM) dando vita alla resistenza cittadina.

Un giorno, comuni cittadini ci accusarono di compiere rapine e saccheggi in casa della gente di Vallecrosia Alta e San Biagio della Cima (IM). “I partigiani rubano nelle case!”.

Ci informammo e venimmo a sapere che in realtà un gruppo di uomini di Vallecrosia Alta comandati da un sanremese, certo Tullio, saccheggiava e rapinava, specialmente cibarie. Per evitare di essere mal considerati dalla popolazione per fatti ai quali eravamo completamente estranei, prendemmo contatto con questo Tullio che ci propose una “azione congiunta”. La vittima era il grossista di salumi di Vallecrosia che aveva qualche magazzino lungo la via provinciale. In casa di Tullio, sfollato a Vallecrosia Alta, consumammo una lauta cena, per quei tempi assolutamente inusuale, in compagnia del suo vice, un tale del paese che portava sempre una picozza nella cinta dei pantaloni. Tullio chiese a Francesco Garini di poter comandare l’operazione. acconsentì. Al termine ci recammo a Soldano e trattammo con mulattieri locali una ventina di muli predisposti con i “garosci” [bigonce]. Evitando la strada provinciale, raggiungemmo il pianoro sulla riva sinistra del torrente Verbone, di fronte al cimitero di Vallecrosia. Parcheggiata la carovana dei muli, con una mossa improvvisa Garini disarmò Tullio della rivoltella con un laconico “Se permetti adesso comando di nuovo io!”, mentre io sfilai la picozza dalla cinta dell’altro. Intimammo il “mani in alto!” a tutta la squadra. I nostri disarmarono la banda, che venne rispedita a casa con la minaccia che, se avessero ripetuto simili “azioni”, li avremmo passati per le armi; trattenemmo Tullio e il suo vice e ne disponemmo il trasferimento al comando di Langan per essere giudicati. Senza dubbio sarebbero stati passati per le anni, però i nazifascisti attaccarono la postazione e i garibaldini preferirono liberarsi a calci nel sedere di questi due manigoldi, per non essere intralciati nella difesa delle posizioni.

Renato Dorgia, “Plancia”, in Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia < Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia – Comune di Vallecrosia (IM) – Provincia di Imperia – Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM) >, 2007

Racconta Sergio Marcenaro, all’epoca giovane (classe 1931) staffetta partigiana della SAP di Vallecrosia e fratello di Pietro Girò Gerolamo, che in zona imperversava nel periodo indicato da Dorgia anche un bandito, forse subito non riconosciuto come tale dai comandi partigiani; e che in un’occasione suo fratello si liberò delle pessime intenzioni di quel figuro, nel quale si era imbattuto quando era solo e disarmato, con l’abile stratagemma di simulare con una mano la presenza di una pistola in una tasca dei pantaloni. Adriano Maini

Il 20 maggio 1944 un agricoltore di Camporosso notava la discesa di un paracadute

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Camporosso (IM): uno scorcio delle zone a monte del paese

Verso le ore 18 del 20 andante, in regione collinosa nei pressi di Camporosso, un agricoltore del luogo, notava la discesa di un piccolo pallone di gomma colore marrone, attaccato ad un paracadute di tela bianca.
Individuato il posto della caduta, rinveniva, impigliato su di una pianta di olivo, il pallone predetto, constatando che a questo era attaccato un piccolo apparecchio costituente parte di radio trasmittente, contenuto in una scatola di celluloide trasparente di circa 17 centimetri di lunghezza, dieci di larghezza e cinque di spessore. La scatola porta impresso su una targhetta di alluminio il numero 37955 e la sigla R.S.7.H.
I militi del Distaccamento di Ventimiglia provvedevano per le indagini del caso e per il ritiro del materiale.
Ermanno Durante, Questore di Imperia, Relazione settimanale sulla situazione economica e politica della Provincia di Imperia, Al Capo della Polizia – Maderno, 22 maggio 1945

Ermanno Durante, ex-Questore d’Imperia, torturatore di partigiani nel Campo di Fossoli
Daniel Degli Esposti, Episodio del Poligono del Cibeno, Fossoli, Carpi, 12.07.1944, Atlante delle Stragi Naziste e Fasciste in Italia

La caduta, menzionata, nel territorio di Camporosso di un pezzo di radio trasmittente fu dovuta, forse, ad incuria tecnica o umana a bordo di un aereo in missione per effettuare un lancio ai partigiani autonomi del Basso Piemonte.
Adriano Maini

… La presenza reale dei partigiani alla Goletta [località di Triora (IM)] era una voce che era giunta anche a me, che ero a Camporosso (IM). Io ero stato a Triora come viceparroco negli anni 1936-37, dove ero anche Rettore di Cetta e di Creppo. Conoscevo bene la gente e conoscevo i parenti di Vitò… Mi presentai a Langan [nel comune di Castelvittorio (IM)] a Vitò [Giuseppe Vittorio Guglielmo] il 13 giugno [1944], festa di Sant’Antonio, e gli presentai la mia cartolina precetto. Mi guardò meravigliato. Nella sua mente un fatto del genere non lo aveva previsto… don Ermando Micheletto *La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di Domino nero  Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975

* … Don Micheletto per tutta la guerra si adoperò per i partigiani, generalmente in contatto con i gruppi di Vitò, che accompagnò spesso nei loro spostamenti. Esplicherà la sua attività specialmente nell’assistenza e per captare messaggi radio. Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) – Vol. I: La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Sabatelli Editore, Savona, 1976

A Camporosso (IM) era nato il partigiano Alberto “Nino Guglielmi” e a Camporosso, Camporosso Mare per la precisione, si sviluppa tra la fine del 1944 e gennaio 1945 la parte più significativa delle sue missioni di contatto e di collaborazione con gli alleati. Come raccontato in Missione Bentley… in Gruppo Sbarchi Vallecrosia, Ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Comune di Vallecrosia (IM), Provincia di Imperia, Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM), 2007, di Giuseppe Mac Fiorucci.  Adriano Maini

La mia famiglia abitava ai piani di Camporosso, a poca distanza dal mare, nel piccolo gruppo di case che noi chiamavamo “Tribù”. Mio padre era pescatore e, come tutti i pescatori abitanti in riva al mare, era anche contrabbandiere.  Prima dello scoppio della guerra eravamo arrivati alla casa dei nonni alla “Tribù” da Beausoleil, dove i miei vivevano da emigrati negli anni ’30. Del  1935 mio padre si arruolò volontario per la guerra di Etiopia. Nella sua attività di contrabbandiere credo che diverse volte trasportò oltre frontiera anche degli ebrei allora perseguitati e in fuga verso altri paesi. Una volta lo sentii parlare con la mamma di “brava gente che scappava”. Forse nacque così il suo antifascismo. […] Mio fratello Nino accompagnava già nostro padre nei viaggi in Francia per contrabbando, quando venne arruolato, ironia della sorte, nella Guardia Confinaria e inviato proprio a Beausoleil.  Spesse volte, anche senza permesso, ritornava a casa in bicicletta per brevi visite.
L’8 settembre 1943 lo colse a Beausoleil.  […]  mio fratello dovette fuggire di nuovo. […]  Credo a settembre del 1944, Nino una notte portò a casa, a Vallecrosia Alta, una radio e la nascose nell’armadio a muro nell’ultima stanza.  […]
Aumentarono le nostre visite alla casa sulla costa. Accompagnavo mio padre con in braccio mio fratellino Bruno per rendere più facile il passaggio al posto di blocco all’altezza della caserma Bevilacqua [di Vallecrosia]. Sorpassavamo di lato la sbarra e i tedeschi e i fascisti di guardia ci salutavano dalla guardiola. A volte trascinavamo il carretto con sopra le ceste dei fiori. A Vallecrosia Alta coltivavamo un piccola piantagione di garofani. Spesse volte tra i garofani mio padre nascondeva casse che nottetempo erano sbarcate sulla costa. […] Sono certa che sbarcarono o si imbarcarono anche altri soldati alleati. In particolare ricordo che prima di Natale del 1944 una notte riapparve Nino accompagnato da un uomo alto, biondo come uno svedese e con due baffoni. Erano appena sbarcati dalla barca, perché i pantaloni erano bagnati, e avevano anche diverse casse che nascosero in cantina e che vennero recuperate nei giorni successivi dagli amici di Nino: Achille [Achille “Andrea” Lamberti], Lotti e altri. Ancora a notte partirono per Negi. La notte della Epifania riapparve mio fratello Nino con “Mimmo(Domenico Dònesi) e un ufficiale inglese [n.d.r.: il capitano Robert Bentley, ufficiale britannico di collegamento degli alleati con i partigiani della I^ Zona Operativa Liguria] bagnato fradicio. Era evidentemente appena sbarcato. Sistemarono delle casse in cantina poi si incamminarono di nuovo. Emilia Guglielmi, sorella di “Nino”,  in Giuseppe Mac Fiorucci, Op. cit.

Persone nate a Camporosso, trucidate nella strage nazifascista del Turchino del 19 maggio 1944: Gio Battista Ferrero (Camporosso, 3/9/1924), appartenenza: non accertata; Pietro Gibelli (Camporosso, 4/5/1924), appartenenza: non accertata; Rinaldo Sozo (Camporosso, 15/10/1922), appartenenza: non accertata. Il medico Giacomo Gibelli fu addetto di sanità  della V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione “Felice Cascione”. Partigiani nati a Camporosso: Alborno, Libero, nato il 15/07/1906; Fullone, Eraldo, nato il 24/11/1924; Garini, Francesco, nato il 01/04/1922; Ghirri, Benvenuto, nato il 18/12/1917; Giansoldati, Alfonso, nato il 14/01/1926; Gibelli, Giacomo, nato il 17/07/1908; Giordano, Nello, nato il 23/12/1922; Guglielmi, Alberto, nato il 06/12/1922; Licasale, Giulio, nato il 09/05/1925; Marenco, Domenico, nato il 10/06/1907; Pelli, Giuseppe, nato il 18/10/1921; Raimondo, Pietro, nato il 08/01/1902; Richieri, Pio, nato il 24/05/1924; Rolando, Bertino Celeste, nato il 12/06/1922; Rondelli, Brigida, nata il 16/01/1905; Rondelli, Clelia, nata il 27/08/1907; Rondelli, Romano, nato il 24/10/1897; Salamito, Francesco, nato il 03/10/1926. Sergio Marcenaro, giovane staffetta (classe 1931) del Gruppo Sbarchi Vallecrosia, attesta, poi, che Romano Rondelli era uno dei suo contatti operativi: lo incontrava in una casa di compagna di Rondelli, sita lungo la strada militare (oggi Via degli Olandesi) che porta in Località San Giacomo e che prosegue verso la Frazione Ciaixe. Marcenaro aveva rapporti clandestini anche con Angelo Calcagno: lo raggiungeva nella sua abitazione poco lontana dalla Via Aurelia, in sponda sinistra del torrente Nervia. Secondo Giovanni Strato, Op. cit., anche Pietro Trucchi, di Sebastiano, era nato a Camporosso, precisamente il 14 ottobre 1912 . Trucchi era un conduttore, del nucleo dei ferrovieri antifascisti della stazione di Ventimiglia aderente al gruppo Giovine Italia, in contatto con il capitano Silvio Tomasi, martire della furia nazista, ed in collegamento con altri patrioti della zona. Trucchi fu arrestato al pari di un’altra ventina di antifascisti tra il 22 ed il 23 maggio 1944 e morì a Mauthausen il 2 marzo 1945.  Adriano Maini

2 aprile 1945 – Dalla V^ Brigata, Sezione SIM (Servizio Informazioni Militari), prot. n° 370, al Comando della I^ Zona Operativa Liguria ed al comando della II^ Divisione – Venivano comunicate notizie riferite da un non meglio specificato interprete di Bordighera. Truppe tedesche e fasciste in allarme di 2° grado. Circa 1000 tedeschi avevano lasciato il fronte di Ventimiglia, dove tuttavia permaneva una divisione. Tutti i comandi tedeschi erano in procinto di essere trasferiti a Vallebona e a Borghetto [San Nicolò, Frazione di Bordighera]. Il nemico aveva minato le strade di San Biagio della Cima, di Soldano, di Camporosso, di Dolceacqua… 12 marzo 1945 – Dal CLN di Sanremo, prot. n° 424, a “R.C.B.” [Robert Bentley] – Comunicava che… sul Monte Fortuna, sopra Camporosso, risultavano collocati 9 pezzi di artiglieria; che nella zona tra Ventimiglia e Bordighera i tedeschi continuavano nell’opera di mobilitazione della popolazione civile per la costruzione di trinceramenti. da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio – 30 Aprile 1945) – Tomo II – Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998 – 1999

I figli di Loi sono ora al Comando Militare Americano di Mentone

Mentone

9 gennaio 1945 – XIII
Efisio Loi: Via Ferruccio, 8 S.Remo è un ex-maresciallo capo di Finanza, il quale dopo l’8 settembre non ha fatto giuramento al DUCE. Ha due figli: Pietro (1924) e Paolo (1926) che sono ora al Comando Militare Americano di Mentone.
Efisio Loi, maresciallo, ha detto giorni or sono a Otto Antellini: “Salutami mio cugino che è Commissario alla Dogana Internazionale in Isvizzera, a Chiasso. Digli che i miei due figli sono a Mentone, al Comando Americano. Per il momento sono disoccupato, ma attendo gli avvenimenti (intendendo dire… ‘gli inglesi’)”.
Informazione Otto Ant.
Diario (brogliaccio) del Distaccamento di Sanremo (IM) della XXXII^ Brigata Nera Padoan – Documento in Archivio di Stato di Genova, copia di Paolo Bianchi di Sanremo

Mio fratello Piero [nome di battaglia Pierino] da oltre due mesi era in territorio francese. Con Gianni (Katiuscia) [n.d.r.: Giovanni Leuzzi, commissario di un Distaccamento garibaldino], mio compagno a Pigna e a Testa d’Alpe, decidemmo di attraversare il fronte con una barca; trovai subito Bric e Brac [Amilcare Allegretti], pescatore; la barca c’era, non era sua, ma la vendette come fosse stata di sua proprietà; pagai con quanto mi rimaneva. A sera nel magazzino, con la barca, trovammo dieci giovani nascosti che volevano fuggire e chiesero di portarli con noi: ricordo fra questi il caro amico Giacomo Amalberti (Giacurè); non dicemmo di no. Andammo in casa della famiglia di Pascalin [Pasquale Corradi, Pirata]. Incontrai il cap. Gino [Punzi], tipo di poche parole, forse un napoletano; portava con sé una borsa nera rigonfia che mai abbandonava. Anche i miei genitori giunsero con le loro poche cose. Improvvisamente giunse Scipio da Mentone e appresi che viveva alla Villa Citroniers con mio fratello e Pascalin […]
Paolo Pollastro Loi, testimonianza raccolta da Don Nino Allaria Olivieri in Ventimiglia partigiana… in città, sui monti, nei lager 1943-1945, a cura del Comune di Ventimiglia, Tipolitografia Stalla, Albenga, 1999, ripubblicata in Quando fischiava il vento. Episodi di vita civile e partigiana nella Zona Intemelia, Alzani Editore – La Voce Intemelia – A.N.P.I. Sezione di Ventimiglia (IM), 2015

Al Petit Rocher predisponemmo tutto sulla banchina per stivare il carico sul motoscafo che ci avrebbe riportato a Vallecrosia. Dovemmo anche imbarcare due agenti di Ventimiglia (Paolo Loi ed un altro che non ricordo), che avevano seguito un corso per sabotatori imparando a maneggiare l’esplosivo al plastico. Per fare posto ai due sabotatori, lasciammo a terra i viveri e il vestiario, imbarcando solo le armi e i medicinali, contro la volontà degli ufficiali inglesi. […] Arrivati al largo di Vallecrosia nessun segnale ma Girò [n.d.r.: Gireu/Giraud, Pietro Gerolamo Marcenaro] mise ugualmente in acqua i due canotti e disse che per maggior sicurezza saremmo approdati nel tratto di spiaggia davanti alla sua abitazione [nd.r.: la zona della foce del piccolo rio Rattaconigli al confine con Bordighera]. Era meno sorvegliato dai fascisti perché… minato. Come maggior sicurezza non era male! Ma Girò conosceva il posizionamento delle mine.
Renato “Plancia” Dorgia in Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Comune di Vallecrosia (IM), Provincia di Imperia, Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM), 2007

Alle 6 di sera partimmo per ROCCHETTA [Rocchetta Nervina (IM)] dove giungemmo dopo quattro ore di marcia. Ripartimmo di nuovo a mezzanotte con la guida PIERINO LOI che ci diresse attraverso la parte principale delle postazioni armate tedesche raggiungendo la periferia di VENTIMIGLIA dopo sei ore di marcia. Qui rimanemmo in un piccolo riparo dietro alla casa dei genitori della guida… Noi avevamo viaggiato da PIGNA in vestiti civili e siccome stava piovendo dalle 6 di sera quando dovemmo attraversare la città, potemmo indossare dei sacchi sulla testa nel modo in cui lo facevano i contadini, il che si aggiunse al nostro travestimento. Camminammo 2-3 chilometri lungo la strada principale che costeggia il fiume ROIA ed attraversammo il ponte nella città vecchia passando oltre le sentinelle tedesche senza sollevare il minimo sospetto ed andando alla casa del pescatore sulla spiaggia. Qui rimanemmo dalle 7 di sera fino a mezzanotte… A mezzanotte portammo la barca (lunga approssimativamente 14 piedi con quattro remi) per una strada e giù attraverso la spiaggia di ciottoli – l’unica area non minata – fino al mare. I pescatori ci portarono vogando, senza ulteriori incidenti, in 3 ore e mezza a Monte Carlo (MONACO) dove sbarcammo [n.d.r.: alle prime ore del mattino del 9 ottobre 1944, nella versione lasciata da Brooks Richards, Secret Flotillas, Vol. II: Clandestine Sea Operations in the Western Mediterranean, North Africa and the Adriatic, 1940-1944, Paperback, 2013] e ci arrendemmo alla guarnigione F.F.I. La mattina seguente guidammo fino a Nizza e facemmo rapporto al Maggiore H. GUNN delle Forze Speciali … A Nizza informammo il Colonnello BLYTHE del quartier generale della task force della settima armata americana circa la squadra dei quattro prigionieri di guerra che ci avevano lasciato per TENDA. Fino a quel momento non era arrivata nessuna loro notizia attraverso le pattuglie americane in quell’area… I pescatori erano in grado di fornire informazioni preziose alla Sezione di Interpretazione Fotografica del quartier generale americano sulla Forza Tedesca, posizioni delle armi, campi minati, ecc. a VENTIMIGLIA. (Mr. Paul Morton ha i nomi e i documenti di questi due uomini che darà senza dubbio alla Rappresentativa delle Forze Speciali n. 1 con P.W.B. a Roma). Questi uomini furono poi consegnati dal Maggiore GUNN al Capitano Jones, Esercito Americano a Nizza… PIERINO LOI, la guida procurata da LEO, mise su un’operazione straordinaria e non perse nemmeno una volta la pista durante le sei difficili ore di marcia da ROCCHETTA a VENTIMIGLIA… I pescatori sono sicuri che questo percorso (Ventimiglia – Monaco o Mentone) potrebbe essere usato con successo in entrambi i sensi. Essi affermano che si potrebbero evacuare da VENTIMIGLIA fino a venti persone alla volta se fosse disponibile un’imbarcazione più grande. Ciò vedemmo ed annotammo, e si può attestare che i pescatori condussero a termine il loro piano di evacuazione senza alcuna deviazione…
capitano G. K. Long (membro della Missione Flap), Relazione generale sul Piemonte e la Liguria, 1944 (senza indicazione di giorno e mese), documento britannico desegretato, copia di Giuseppe Mac Fiorucci

Loi [Pierino Loi] resta in territorio francese, opererà tra Carnoles e Mentone in qualità di addetto a radio libera; ritornerà [a Ventimiglia] saltuariamente via Grammondo, Grimaldi e la Mortola; la sua missione è di trasmettere notizie militari, di portare in salvo altri perseguitati e, poiché i suoi genitori erano in pericolo, attendeva di portarli oltre confine. … sarà ancora il Loi che potrà, tramite conoscenze in Nizza iscrivere in forza al comando americano dell’OSS il gruppo [Pedretti, Corradi ed altri] operante alla Marina di San Giuseppe [di Ventimiglia]… fece il suo inizio la Missione Corsaro…
don Nino Allaria Olivieri, Ventimiglia partigiana… op. cit.

Nell’ambito dell’O.S.S. veniva così costituita la Missione Corsaro, che assumeva il compito del collegamento tra il Comando alleato e i Comandi partigiani operanti nella zona Ventimiglia… Accettando l’incarico di capo dell’Ufficio Operazioni della Missione in zona nemica, tramite Corsaro [Giulio Pedretti], Leo [Stefano Carabalona] poteva inviare da Pigna al comando alleato le informazioni necessarie…
Francesco Biga (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. IV. Da Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Grafiche Amadeo, 2005

[…] avevano luogo sbarchi di materiale bellico nella zona di Vallecrosia-Bordighera. I volontari che si occuparono di tali trasporti appartenevano al gruppo di Leo (Stefano Carabalona), che fungeva da tramite tra i garibaldini e la missione alleata in Francia. Giulio Pedretti fu il partigiano che più di ogni altro si impegnò in tali operazioni, al punto che alla fine della guerra aveva effettuato 27 traversate per recapitare armi e uomini attraverso il tratto di mare prospicente la zona di confine italo-francese.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio – 30 Aprile 1945), Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998/1999

Due fanti prigionieri fuggirono dal loro vagone

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Tra gli uomini che dovettero subire i drammi della storia dopo l’8 settembre 1943 molti furono coloro che provenivano dall’estremo ponente ligure. E tra questi alcune storie personali degne di essere ricordate.

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Airole (IM): uno scorcio di Val Roia

BIANCHERI GIOVANNI (20/1/1918) di Airole. G. a. F. 1^ Settore di Copertura. Catturato il 13 settembre 1943 a Fusine (UD) venne internato in Germania. Rientrato in Italia nel luglio 1945 fu ricoverato in Ospedale a Verona. Morì a Airole il 3 settembre 1945 per una malattia contratta in prigionia.
Il suo compaesano VIALE ANDREA (4/11/1919), aviere della Regia Aeronautica, catturato a Rodi (GRE) il 9 settembre 1943, non ebbe la possibilità di tornare a case e morì il 12 agosto 1944 in prigionia in Germania.

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Apricale (IM): la strada provinciale

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Apricale (IM): la strada provinciale

Non tornò più ad Apricale PISANO ENRICO (24/8/1923) marò presso il Comando Marina Egeo disperso a Rodi 11 settembre 1943. Di Bordighera erano BERSIA TERESIO (29/11/21), CALDO VITTORIO LUIGI (23/6/1922), il sottotenente SOLERI GIOVANNI 8/9/12 che morirono nei lager tedeschi, mentre ELLENA MATTEO, (Bordighera 25/1/1915) legionario della XXXIII Btg. Camicie Nere (alcuni legionari dei battaglioni camicie nere subirono la stessa sorte degli altri militari perché rifiutarono anch’essi di combattere a fianco dei tedeschi) disperso a Cattaro (Montenegro) il 30 settembre 1943, LORENZI VITTORIO (Bordighera 15/2/1920) marinaio della Regia Marina disperso a Sebenico (Jug) il 9 settembre 1943.
PASTORE GIOVANNI (12/2/12) di Camporosso disperso il 23 settembre, l’alpino di Castel Vittorio ALBERTI LUIGI (9/1/1920), catturato il 9 settembre a Chiusa all’Isarco (BZ), deceduto il 19 marzo 1944 in Germania come ALLAVENA GIUSEPPE, Castel Vittorio 11/10/1916, aviere scelto Spec. Montatore. Zithain Stalag IV B (Germania), catturato ad Atene il 10 settembre 1943 e deceduto per malattia in Germania il 21 ottobre 1944.
E poi:
TORNATORE ALFREDO, nato a Dolceacqua 14 marzo 1917. del 341^ Rgt. fanteria. deceduto in prigionia il 1 settembre 1944, catturato a Creta nel settembre 1943.
FERRARI FEDERICO LINO (Isolabona 28 aprile 1923), catturato dopo il 9 settembre 1943 in Alto Adige deceduto per malattia a Mauthausen (Sottocampo di Ebensee) il 16 aprile 1944. Una tragica coincidenza dettata dal destino. Federico Ferrari morì a Ebensee il 16 aprile 1944, lo stesso giorno del decesso di Federico Ferrari, ad alcune migliaia di chilometri di distanza, nel suo paese natio, veniva arrestato e deportato, anche lui a Ebensee, il suo compaesano GAVINO ALFREDO (Isolabona 5 maggio 1920) che si spense meno di un anno dopo, A Mauthausen fu internato anche CANE LINDO morto a a Isolabona 1947 per una malattia contratta in prigionia.
PIANETA GILDO (Isolabona 28 novembre 1913) deceduto a Villafranca il 13 settembre 1943, caduto mentre tentava la fuga dal treno durante il trasporto verso la prigionia in Germania. Il fatto venne ricordato dal quotidiano L’Arena del 13 settembre 2013. «Alla stazione di Villafranca, su un binario morto, era fermo un treno bestiame carico di militari italiani che, oltrepassato il Brennero, erano destinati ai campi di prigionia in Germania. Approfittando del treno fermo ed eludendo la sorveglianza, due fanti prigionieri fuggirono dal loro vagone, percorrendo pochi metri lungo la linea e nascondendosi in un cespuglio sotto la massicciata della ferrovia. Uno era Gildo Pianeta, fante di Isolabona, era sposato e a casa l’attendeva il piccolo Adriano. L’altro era Alberto Pomponi, di Bracciano. Ce l’avevano quasi fatta. Sarebbe bastato che tutto calasse nella quiete e al momento opportuno sarebbero schizzati fuori dal cespuglio, perdendosi nelle campagne dei dintorni. Ma non andò così. Da un altro vagone uscì un militare, anch’egli tentò la fuga e riuscì a eclissarsi in un campo di mais. I tedeschi lo avevano però visto. Si lanciarono al suo inseguimento invano. Fu così che, tornando al treno, notarono nascosti nel cespuglio Pomponi e Pianeta, che non ebbero scampo, uccisi da una raffica.».
LIMON CELESTINO di Olivetta San Michele (29/4/1909) del 43^ Rgt. fanteria, catturato da forze tedesche nel settembre 1943 in Albania, detenuto nel Lager di Bor, al sopraggiungere dell’Armata rossa, nell’inverno ’44, venne trasferito nel campo sovietico di Reni dove morì l’1 febbraio 1945, Il Campo di Reni n° 38 si trovava in Ucraina sul mar Nero ai confini con la Romania. Qui furono rinchiusi i militari italiani trovati dai sovietici nel campo di prigionia tedesco di Bor in Serbia. In questo campo sono accertati almeno 673 decessi di detenuti italiani.

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Olivetta San Michele (IM): colline

COTTA ATTILIO, nato a  Olivetta San Michele 24 settembre 1909. Carabiniere Reale 25^ Btg. Catturato a Cettigne (Montenegro) il 2 ottobre 1943. Internato Stalag IX B. Rientrato il 7 luglio 1945.
CASSINI GIUSEPPE, nato a Perinaldo 16 settembre 1916. Serg.te 23^ Sezione Sanità. Stalag tedesco 2 giugno 1944, catturato dopo l’8 settembre 1943.

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Pigna (IM): Chiesa Parrocchiale di San Michele Arcangelo

SICARDI Giovanni, nato a Pigna 2 giugno 1917. Fante 341^ Rgt. fanteria. Baia di Suda, 8 febbraio 1944, disperso in mare nall’affondamento del piroscafo Petrella “adibito per il trasporto di prigionieri italiani dall’Egeo verso la Germania, fu affondato nelle acque di Creta, colpito da siluri del sommergibile HMS Sportsman. Dei 3.173 soldati italiani imbarcati, fatti prigionieri nelle isole dell’Egeo dopo l’8 settembre 1943, solamente 424 si salvarono”.
BOERO RODOLFO, nato a Rocchetta Nervina 21 maggio 1909. Rep. sconosciuto. Jugoslavia 21 settembre 1943
CROESI ENNIO, nato a San Biagio della Cima 14 ottobre 1922. Geniere. Stalag di Altengrabow (Germania) 29 aprile 1944, deceduto in prigionia, catturato dopo l’8 settembre 1943 in località sconosciuta.
MOLINARI ANTONIO, nato a San Biagio della Cima 14 gennaio 1923. + 8 settembre 1943 disperso in località sconosciuta.
MACCARIO ELIO, nato a Soldano 14 maggio 1923. Brigadiere Carabinieri. Germania 31 gennaio 1945, deceduto in prigionia, catturato dopo l’8 settembre 1943 in località sconosciuta.
ANFOSSO GIUSEPPE (Ninò), nato a Soldano 25 settembre 1923. Reparto sconosciuto. Grecia 17 gennaio 1944.
ANFOSSO SILVANO di Giuseppe e Anfosso Silvia, nato a  Ventimiglia 26 maggio 1918. Tenente Rgt. Genio artieri. Grecia 18 ottobre 1943.
GIRALDI ALBERTO, nato a Ventimiglia 3 marzo 1923 divisione Acqui, disperso in mare in prossimità di Patrasso il 13 ottobre 1943, per il naufragio della motonave Marguerite impegnata nell’evacuazione di prigionieri italiani da Cefalonia.

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Seborga (IM): uno scorcio sulle colline di ponente di Vallebona

GUGLIELMI LORENZO ALDO di Giovanni Battista e Guglielmi Lorenzina, nato a Vallebona 26 marzo 1918. Aviere. Catturato a Pola il 9 settembre 1943, internato in Germania. Rimpatriato dalla prigionia il 5 aprile 1945. Deceduto a Vallebona il 16 aprile 1945 per malatia contrata in prigionia.
LEONE FRANCESCO, nato a Vallecrosia 4 ottobre 1919. Artiglieria. Grecia 20 settembre 1943
ALBERTINI BRUNO, nato a Ventimiglia 20 settembre 1924. G. a F. 27^ Settore. Catturato a Fiume il 19 settembre 1943. Ospedale da Campo di Magdeburgo (Germania) 8 gennaio 1944, deceduto per malattia. Precedentemente internato nei Stalag X B e XI B.
BORRI FEDERICO, nato a Ventimiglia 8 luglio 1922. Cannoniere Marina Mil.. Rodi 11 settembre 1943, disperso.
COLTELLI GIOVANNI di Giulio e Lanteri Petronilla, nato a Ventimiglia 3 aprile 1923. 8^ Rgt. Bersaglieri. Germania 15 maggio 1944, deceduto in prigionia.
LORENZI GIOBATTA, nato a Ventimiglia 1 ottobre 1923. Cannoniere Marina Mil.. Rodi 11 settembre 1943, disperso.
Questa è una lista, che, come tutte le liste, può risulta asettica e non permette di valutare appieno la tragedia di tutti questi ragazzi che morirono resistendo consapevolmente o meno alla violenza imposta da una ideologia deteriore, moltissimi altri, i cosidetti IMI, riuscirono a tornare alle proprie case dopo mesi e mesi di fame, sofferenze, fatiche dalla schiavitù imposta loro dal nazismo.
Tra i tanti volti sconosciuti vorrei ricordare in modo particolare quattro figure, quattro ufficiali che attraverso il loro sacrificio, in modo diverso e con conclusioni diverse, diedero lustro al territorio che li vide nascere.
Il primo è il capitano di Vallecrosia ANTONIO VALGOI (19 agosto 1907) del 3° raggruppamento artiglieria di C.A. (Corpo d’Armata) caduto a Cefalonia il 22 settembre 1943, fucilato come quasi tutti gli ufficiali e sottuficiali della Divisione Acqui e MEDAGLIA D’ORO AL VALOR MILITARE alla memoria. Questa è la motivazione della decorazione: «Comandante di reparto munizioni e viveri di un gruppo d’artiglieria, nei giorni immediatamente successivi all’armistizio partecipava attivamente e valorosamente ad aspra lotta. Al profilarsi dell’insuccesso delle nostre armi, informato dai suoi artiglieri che gli Ufficiali venivano passati per le armi e sollecitato a rifugiarsi all’ospedale militare, dove avrebbe potuto facilmente confondersi col personale sanitario perché laureato in medicina e chirurgia, rifiutava con orgogliosa fierezza il suggerimento per rimanere, fino all’ultimo, accanto ai soldati che la Patria gli aveva affidato. Subito dopo la cattura accortosi che il Comandante dell’unità avversaria faceva schierare armi automatiche intorno al Reparto, con l’intento di sterminare indiscriminatamente i suoi dipendenti, si portava decisamente avanti a tutti e dichiarava: “Sono io il Comandante di questi uomini. Sparate su di me”. Aveva appena finito di pronunciare queste parole che una raffica lo abbatteva esanime al suolo unitamente ai suoi valorosi artiglieri – Argostoli-Cefalonia (Grecia) 22 settembre 1943 MOVM.»
CASELLA ALDO, nato a Ventimiglia 12 marzo 1915, tenente dell’84° Rgt fanteria, che dopo l’8 settembre continuò a combattere ma contro i tedeschi nella Divisione Garibaldi sorta raccogliendo i superstiti delle divisioni del R.E.I. Veneza, Taurinense ed Emilia di stanza in Montenegro e Serbia. Combattè a fianco delle brigate partigiane jugoslave, contro i tedeschi. Tra l’8 settembre ’43 e la conclusione del conflitto si contano più di 20.000 caduti tra le file italiane. Al suo comando il generale CARLO RAVNIC che si spense a Bordighera il 2 marzo 1996. Casella cadde in combattimento il 18 ottobre 1944 a Brodarevo in Montenegro. Gli venne conferita una Medaglia di Bronzo al Valor Militare con la seguente motivazione: «Comandante di compagnia, già distintosi in precedenti azioni di guerra, si prodigava costantemente per il sempre maggiore rendimento bellico del reparto. Durante un furioso attacco di preponderanti forze nemiche guidava più volte all’assalto i propri uomini, sempre primo ove era maggiore il pericolo, più necessaria la presenza del comandante. Nella conseguente azione di sganciamento metteva in luce tutta la sua perizia. Il suo alto amor patrio, il suo sentito attaccamento al dovere. – Brodarevo, 16 novembre 1943. MBVM.»
il maggiore dei Carabinieri LIVIO DUCE, nato a Ventimiglia il 5 dicembre 1897. Studente al terzo anno di ingegneria all’Università di Genova, si arruolò volontario per partecipare alla Grande Guerra.
Al momento della mobilitazione nel 1940 fu trasferito all’XI Btg. mobilitato dell’Arma, al cui comando venne inviato in Dalmazia. Nel 1942 promosso maggiore, assumeva il comando del III C. A. dei Carabinieri impiegato per il controllo dell’Attica. Catturato nel settembre 1943 dai tedeschi, venne fucilato il 24 settembre 1943. «Comandante di battaglione carabinieri in territorio di occupazione, caduto in una imboscata con una piccola colonna e circondato da sovverchianti forza nemiche opponeva, benché ferito, accanita ed eroica resistenza imponendosi all’ammirazione degli stessi avversari, finché ferito un aseconda volta, sopraffatti e caduti quasi tutti i componenti della colonna, veniva catturato. Sottoposto ad indicibili sevizie materiali e morali, rifiutava sdegnosamente l’offerta di aver salva la vita a patto di sottoscrivere falsa dichiarazione atta a trarre in inganno altri reparti italiani. Appreso che un compagno di prigionia era stato fucilato dichiarava che, se gli fosse toccata la stessa sorte, avrebbe saputo morire da «italiano e da Carabiniere». Condotto al luogo del suplizio manteneva col suo contegno fede alla promessa, finché cadeva fulminato dal piombo del nemico che ne aveva soppresso il corpo ma non piegato lo spirito. Ammirevole esempio di virile coraggio e di elette virtù militari. – Montagne dell’Attica (Grecia), agosto 1943 – gennaio 1944. MOVM alla memoria.»
ADOLFO RIVOIR, nato a Vallecrosia nel 1895, figlio di genitori di fede valdese. Combattente nella prima guerra mondiale come sottufficiale di complemento, venne ferito gravemente, prima sul Monte Fior, poi sull’Ortigara. All’entrata in guerra dell’Italia nel 1940 Adolfo Rivoir è già un uomo maturo, sposato e con due figli piccoli. Combatte sul fronte greco-albanese; il 15 dicembre 1940 viene ferito gravemente sul Var i Lamit e nel luglio 1941 riceve la medaglia d’oro. Quando riprende in pieno le forze viene assegnato al Comando del 5° Reggimento alpini, quale comandante della caserma di Fortezza, presso Merano. L’8 settembre viene catturato dai tedeschi e inizia per lui l’internamento. Prima a Tschenstochau in Polonia, sede dello Oflag 367, poi a Norimberga, Oflag D, fino al 19 febbraio quando arriva a Altengrabow, Oflag A. Il 4 maggio del ’45 viene liberato dei sovietici e l’8 maggio comincia l’odissea che si conclude con il ritorno a Torre Pellice il 5 settembre 1945. Per tutta la durata della prigionia Adolfo Rivoir celò su di se la bandiera del V Alpini, che al momento dell’arresto riuscì a portare con sé, conservandola e nascondendola, sfuggendo sempre ai controlli dei tedeschi, fino a portarla in salvo in Italia. La sua odissea di prigioniero nei campi tedeschi è raccontata nel libro di Ivetta Fuhrmann, L’ufficiale che salvò la bandiera – Diario di prigionia in Polonia e in Germania, Claudiana, 2013.
Per ultima, un’esperienza diversa. Un ventimigliese che dopo l’8 settembre non fu costretto a salire sui monti, oppure entrare in clandestinità. Non conobbe neanche le sofferenze della prigionia ma partecipò alla Resistenza contro il nazifascismo combattendo nel CORPO ITALIANO DI LIBERAZIONE.
CROVESI IVO, nato a Saorge nel 1920 e residente a Ventimiglia. Frequenta il corso AUC e al termine viene nominato sottotenente e destinato al 5º alpini, battaglione Morbegno; dovrebbe partire per la Russia ma una domanda, presentata tempo addietro, per un corso paracadutisti, lo fa partire per Tarquinia dove, alla fine del periodo di addestramento, viene destinato alla divisione Nembo di rincalzo alla Folgore, impegnata nei deserti della Libia. Il suo reparto, in attesa d’impiego, è accantonato in Sardegna. Arriva l’8 settembre e una mattina la sua caserma è circondata dai Tedeschi che, con una sydecar e pochi camion di soldati, chiedono al comandante di arrendersi. Questi risponde che se loro sono accerchiati, i suoi soldati hanno cinquemila paracadutisti attorno, pronti ad aprire il fuoco. Si arriva ad un gentleman agreement e il reparto germanico viene scortato fino alle Bocche di Bonifacio e lasciato andare in Corsica. La divisione Nembo, nel frattempo rinforzata dei resti delle battaglie in Libia, viene trasferita a Napoli. Gli Americani li vogliono al loro fianco, gli Inglesi li considerano prigionieri di guerra e così per due volte salgono e scendono dalle navi, senza sapere se destinati al fronte o a un campo di concentramento. A Ortona, la sua divisione partecipa per la prima volta ad operazioni di guerra e, benché male armati e con soli due cannoni, escono spesso in avanguardia in micidiali campi minati e sostengono aspri combattimenti sull’Appennino a Filtrano, Castellone di Suada e Grinzano, nel Bolognese. Negli ultimi giorni di guerra, a Casalecchio dei Conti, nel Bolognese, nel corso di cruenti combattimenti con le truppe tedesche, viene decorato con una medaglia di Bronzo. Nel dopoguerra si trasferisce in Venezuela dove, per anni, presiede la locale Associazione Nazionale Alpini. Ritornava spesso a Ventimiglia e mantenne sempre vivi i contatti con gli amici ventimigliesi.
«Motivazione Medaglia d’Argento al Valor Militare
Crovesi Ivo, Sottotenente Rgt. Paracad. “Nembo”, II Btg.
– Comandante di un plotone fucilieri di provato valore, durante una giornata di aspri combattimenti, organizzava il fuuoco delle sue armi in modo da infligere al nemico notevoli perdite e dare valido appoggio ad altri plotoni della sua compagnia. Assicurava il rifornimento munizioni del reparto fortemente impegnato, trascinando con l’esempio i suoi uomini, attraverso un terreno aspro, intensamente battuto dal fuoco nemico. Nobile esempio di attaccamento al dovere.  – Casalecchio dei Conti, 19 aprile 1945. MBVM».
Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I Caduti della Lotta di Liberazione nella I^ Zona Operativa Liguria, ed. in pr., 2020

[ n.d.r.: altri lavori di Giorgio Caudano: Marco Cassini e Giorgio Caudano, Bordighera al tempo di Bicknell e Monet, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2021; Giorgio Caudano, L’immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell’Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 – 8 ottobre 1944), (a cura di) Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea… memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, ed. in pr., 2016 ]

Calvino ricordava che alla battaglia di Baiardo era incaricato di fare il portamunizioni

Baiardo (IM)

Italo Calvino ha atteso tanto tempo prima di descrivere l’unica battaglia alla quale ha partecipato di persona. Cosa rimane di un battaglia 30 anni dopo? I ricordi di quei lontani avvenimenti sono confusi. Sto cercando di riportare alla superficie una giornata, una mattina, un’ora tra il buio e la luce all’aprirsi di quella giornata. Da anni “non ho più smosso questi ricordi, rintanati come” anguille nelle pozze della memoria. Adesso che, passati trent’anni, ho finalmente deciso di tirare a riva le reti dei ricordi e “vedere cosa c’è dentro […]” <62 Di quel giorno in cui, assieme ai suoi compagni, il giovane Calvino si avvia verso il paese di Baiardo <63, che deve essere strappato ai fascisti, rimangono pochi ricordi. Non si può dimenticare né il dolore ai piedi chiusi nei pesanti scarponi né il sollievo provato quando, per non farsi sentire dai nemici, viene dato l’ordine di procedere scalzi. Non si può dimenticare il sollievo provato quella notte senza luna e senza stelle, quando, dal buio sono spuntati i partigiani degli altri distaccamenti per partecipare alla liberazione di quella cittadina che, magari, nel contesto della guerra mondiale non aveva una gran importanza, ma che rimaneva così importante per loro.
[NOTE]
62 Italo Calvino, La strada di San Giovanni, p. 49.
63 Un comune italiano appartenente alla provincia di Imperia in Liguria.
Marie Šimková, La rappresentazione della guerra nelle opere di Italo Calvino, Tesi di laurea, Università della Boemia meridionale di České Budějovice, 2015

Calvino aveva partecipato personalmente alla lotta armata durante la guerra civile e pur avendo scritto molto sulla guerra partigiana non si era mai raffigurato apertamente nei panni del combattente come accade invece in questo racconto. Il fatto che Calvino scegliesse di pubblicare questo testo autobiografico, in un forma incompiuta di cui non era pienamente soddisfatto, sul più diffuso quotidiano italiano, in occasione della celebrazione della festa civile che ha fondato la Repubblica italiana, sta ad indicare che egli gli attribuiva un grande valore civile ed etico. Il “Ricordo di una battaglia” evoca la battaglia di Baiardo (un paese a nord di San Remo) che si svolse il 17 marzo 1945 [n.d.r.: la maggior parte delle fonti indicano, invece, nel 10 marzo 1945 la data di questa battaglia partigiana di Baiardo]. Calvino militava allora col nome di battaglia di “Santiago” in una divisione garibaldina. In questo racconto Calvino si rende conto di non poter più possedere la pienezza del passato: esso appare come un granello depositato nella “sabbia mentale” e seppellito da miliardi di altri granelli. L’immagine puntiforme e pulviscolare, impalpabile e leggera della sabbia costituisce per Calvino l’emblema del mondo visto nella scrittura, una rete fittissima dei segni alfabetici che si susseguono sulla pagina come granelli di sabbia. Calvino vuole ricordare quella battaglia, da tanto tempo la sua memoria non si spingeva a quegli eventi, ma in tutto questo tempo egli pensava che quei ricordi in qualsiasi momento sarebbero stati a sua disposizione. Ora che è giunto il momento di fare emergere il passato nel momento presente Calvino si rende conto di non poter più possedere la pienezza del passato: esso appare come un granello depositato nella «sabbia mentale» e seppellito da miliardi di altri granelli.
[…] Nel “Ricordo di una battaglia” ritorna, dunque, la riflessione etica sulla scrittura, cioè sulla rete fittissima deì segni alfabetici che si susseguono sulla pagina come granelli di sabbia. La memoria si indirizza ad un mattino particolare e al risveglio di un distaccamento partigiano che si mette in marcia per un bosco al comando di Olmo, per andare a combattere. Il ruolo di Calvino è quello del «portamunizioni». La colonna di partigiani è diretta verso un paese delle Prealpi marittime tenuto dai bersaglieri repubblichini. Calvino non vuole raccontare la «storia» di quella giornata secondo la logica ricostruttiva del dopo. Ecco allora che questo racconto si presenta come un vero e proprio esercizio di memoria in cui l’accento cade sul presente della scrittura, considerata come il luogo effettivo di formazione della soggettività che, come accade anche negli altri scritti autobiografici di Calvino, rimane una presenza precaria, esposta alla crisi nel momento stesso in cui intende cogliere nel vivo l’esperienza del suo farsi: “Molte cose dovrei ancora aggiungere per spiegare com’era questa guerra in quel luogo e in quei mesi, ma anziché risvegliare i ricordi tornerei a ricoprirli con la crosta sedimentata dei discorsi di dopo, che mettono in ordine e spiegano tutto secondo la logica della storia passata, mentre adesso ciò che voglio riportare alla luce è il momento in cui abbiamo piegato per un sentiero…” […]
Massimo Lollini, Italo Calvino e l’esperienza della guerra civile in (a cura di) Herman van der Heiden e Tina Montone, Sessant’anni dopo. L’ombra della seconda guerra mondiale sulla letteratura del dopoguerra, Atti della Giornata di Studi tenuta il 5-4-2005 alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Bologna, CLUEB

Molte cose dovrei ancora aggiungere per spiegare com’era quella guerra in quel luogo e in quei mesi, ma anziché risvegliare i ricordi tornerei a ricoprirli con la crosta sedimentata dei discorsi di dopo, che mettono in ordine e spiegano tutto secondo la logica della storia passata, mentre adesso ciò che voglio riportare alla luce è il momento in cui abbiamo piegato per un sentiero che gira giù in basso intorno al paese, in fila indiana per un bosco rado e rossiccio, ed è venuto l’ordine: “Toglietevi le scarpe dai piedi e legatevele al collo, guai se sentono il rumore dei passi, guai se in paese cominciano i cani a abbaiare; passata la voce e avanti in silenzio”. […]
Quello che vorrei sapere è perché la rete bucata della memoria trattiene certe cose e non altre: questi ordini che non sono mai stati eseguiti li ricordo punto per punto, ma ora vorrei ricordarmi le facce e i nomi dei miei compagni di squadra, le voci, le frasi in dialetto, e come abbiamo fatto coi fili, a tagliarli senza tenaglie. […]
Continuo a scrutare nel fondovalle della memoria. E la mia paura di adesso è che appena si profila un ricordo subito prenda una luce sbagliata, di maniera, sentimentale come sempre la guerra e la giovinezza, diventi un pezzo di racconto con lo stile di allora, che non può dirci come erano davvero le cose ma solo come credevamo di vederle e di dirle. Non so se sto distruggendo il passato o salvandolo, il passato nascosto in quel paese assediato. […]
Ecco che se provo a descrivere la battaglia come io non l’ho vista, la memoria che si è attardata finora dietro le ombre incerte prende la rincorsa e si slancia: vedo la colonna di quelli che s’aprono la strada verso la piazza, mentre dai vicoli a scale salgono quelli che hanno aggirato il paese. […]
Tutto quello che ho scritto fin qui mi serve a capire che di quella mattina non ricordo più quasi niente, e ancora più pagine mi resterebbero da scrivere per dire la sera, la notte. […]».
Italo Calvino, Ricordo di una battaglia, Corriere della Sera, 25 aprile 1974

Con la prima luce del giorno i partigiani, nel confrontarsi con i loro compagni, si rendono conto di costituire tutti quanti un’armata di straccioni, malvestiti, male armati, affamati e sporchi, eppure l’esser stati capaci di sopravvivere per tutto l’inverno sotto quelle condizioni così estreme per loro è già una vittoria importante. Se si è stati in grado di arrivare fin lì ancora con la voglia di battersi, si potrà anche essere in grado di cacciare da Baiardo i bersaglieri di Graziani, ben vestiti, bene armati, ben nutriti.
La battaglia per Baiardo serve a risolvere la questione tra i due gruppi di giovani: quelli che hanno scelto la strada della montagna, per non continuare la guerra al fianco di chi l’ha scatenata, portando morte e distruzione in tutta Europa, ma anche per non finire nei campi di lavoro tedeschi o ammazzati, e quelli che hanno fatto la scelta opposta, per rispettare il giuramento di fedeltà al Duce e sfuggire alla fame e ai disagi, visto che l’esercito garantiva una vita molto più comoda.
La battaglia comincia, ma lo scrittore, che ha avuto l’ordine di appostarsi con la sua squadra fuori dal paese per tagliare i fili del telefono e per sbarrare una possibile via di fuga al nemico, non vedrà niente per colpa degli alberi. Quando la vista non serve a nulla è l’udito che fornisce una chiave di lettura degli avvenimenti: il silenzio profondo che precede l’attacco viene rotto all’improvviso da spari, esplosioni, raffiche di mitra, che cessano piano piano per essere poi sostituiti da un canto di gioia: i vincitori cantano. I partigiani si avvicinano a Baiardo certi che i loro compagni abbiano liberato il paese, ma si sta cantando Giovinezza: hanno vinto i fascisti e non si può fare altro che scappare precipitosamente.
“In quella giornata, che avrebbe potuto essere gioiosa, tutto è andato storto ai partigiani. Nessuno di loro ha visto abbastanza per racconatare cosa è successo”. In mancanza di testimoni tocca allo scrittore ricostruire gli avvenimenti, non solo attraverso la fantasia ma anche basandosi sulla conoscenza di quegli amici accanto ai quali ha vissuto per mesi e dei quali ha imparato ad apprezzare il coraggio, “la decisione e la capacità di mettersi in gioco anche quando il gioco può costare la vita. Hanno provato a battersi i suoi amici: Gino è entrato in paese sparando, Tritolo ha gettato le sue bombe contro i bersaglieri e Cardù [n.d.r.: Riccardo Vitali], di fronte all’assoluta disparità di forze in campo, ha protetto con il suo corpo la ritirata dei suoi amici, restando colpito a morte. Cardù col segreto della sua forza nel sorriso spavaldo e tranquillo.” Cardù è morto. Bisognava far passare, o almeno elaborare, il lutto per l’amico ucciso, e ci voleva tempo. Tanto tempo, e forse i trent’anni sono bastati appena a recuperare la memoria di quella giornata particolare e mettersi a scrivere.
Marie Šimková, op. cit.

Dalla mia posizione sento raffiche di mitra nella zona di “Albarea”

La cerimonia di commemorazione dei partigiani martiri dell’Albarea a Sospel nell’agosto del 2011
La zona a sud del Grammondo
Il Grammondo visto da Ventimiglia (IM)

Negli anni precedenti la seconda guerra mondiale e ancora fino al 1943, nel periodo primavera-estate era facile per chi percorreva la val Bevera notare sulle pendici del Grammondo, verso sera numerosi fuochi accesi. Erano i bivacchi di gruppi di contadini che si recavano ad accudire i loro campi e rimanevano lassù a pernottare anche per alcune settimane.
Nella primavera del 1944 avevo 14 anni e per sbarcare il lunario facevo la stagione sulle pendici del Grammondo in località “Brunei”. Dormivo al primo piano di una vecchia abitazione in pietra e tornavo a casa per rifornirmi di viveri una volta alla settimana.
Una mattina presto vengo svegliato da quattro uomini armati fino ai denti che mi invitano a seguirli. Mi conducono al loro Quartier Generale nelle caserme abbandonate del Grammondo dove il loro comandante [n.d.r. Ernesto “Nettu” Corradi, sulla cui figura vedere infra], dopo avermi interrogato a lungo mi fa capire che, siccome ormai conosco il loro rifugio o mi considerano prigioniero o devo arruolarmi con loro. È così che quasi senza volerlo, divento partigiano. I primi tempi mi utilizzano per i lavori più umili poi dopo alcuni giorni mi mandano una notte di guardia alla postazione di mitragliatrice sul monte Cimone. Durante il giorno rimaneva un solo partigiano di guardia, alla notte sei. Il mio incarico diventa quello del rifornimemo d’acqua. Ogni mattina mi recavo con una mula alla sorgente in “Gerri” e riempivo alcuni bidoni di acqua.
Nelle caserme erano ospitati una cinquantina di partigiani. Ogni tanto un gruppo partiva in missione. Ero con loro da una ventina di giorni e stavo meritandomi la loro fiducia tanto che mi avevano dotato di un fucile mitragliatore. Una sera il comandante, con un gruppo di fidati, esce in missione e durante la notte parecchie granate cadono sul Grammondo. I partigiani si dividono in gruppi e si sparpagliano sul territorio. Stava albeggiando e mi reco come al solito a fare rifornimento d’acqua quando sento dei rumori. Mi allontano dalla fonte e mi nascondo tra i cespugli in vigile attesa. E’ un gruppo numeroso di tedeschi che avanza verso il rifugio dei partigiani. Dalla mia posizione sento raffiche di mitra nella zona di “Albarea” dove evidentemente i partigiani oppongono resistenza. Poco dopo ne vedo passare uno trascinato prigioniero. Decido di fuggire verso Castellar. Lungo il percorso incontro un partigiano di nome “Pineta”, un ex ufficiale degli alpini e continuo con lui la fuga. Da Castellar salgono altri tedeschi accompagnati da cani. Non sappiamo cosa fare, poi decidiamo di calarci tra le rocce e raggiungere poco sotto un anfratto sulla parete. Utilizzando le cinghie dei fucili come corde prima scendo io e poi aiuto “Pineta” trattenendolo per i piedi. Rimaniamo nel buco, nascosti per quarantotto ore, poi proseguiamo sempre per boschi verso le alture di Nizza dove incontriamo un gruppo di partigiani francesi e rimaniamo con loro fino all’arrivo degli americani.
Non posso rientrare in Italia né tantomeno avvisare mia madre per cui decido di seguire le truppe alleate e con loro alla fine della guerra entro in Torino. Qui incontro il sig. Beltrame un mio compaesano sfollato e padre di quella che diventerà mia moglie.
Finita la guerra dicono a mia madre che un Lorenzi è stato ucciso, fucilato, a Sospel con altri partigiani. Desolata ordina così una messa di suffragio. Fortunatamente in quei giorni il sig. Beltrame torna in paese e racconta a mia madre di avermi incontrato qualche giorno prima a Torino.
Il partigiano “Pineta”, con il quale ho passato gli ultimi mesi di guerra, morirà su una mina pochi giorni dopo il rientro a casa…
Francesco Lorenzi, Avventura partigiana sul Monte Grammondo in Renzo Villa e Danilo Gnech (a cura di), Ventimiglia 1940-1945: ricordi di guerra (con la collaborazione di Danilo Mariani e Franco Miseria), Comune, Studio fotografico Mariani, Dopolavoro ferroviario, Ventimiglia, 1995

La zona sottostante, ad oriente, a Monte Cimone

Verso metà giugno Ernesto Corradi (Nettù) <1 si porta con la sua banda in località Cimone sui pendii del monte Grammondo (m. 1378 s.l.m.). e più precisamente, presso la frazione di Villatella. Il luogo è molto vicino alla frontiera francese ed il raggio d’azione è costituito dalle valli Roja e Bevera, fra Olivetta San Michele, Airole e Ponte San Luigi.
A «Nettù» si aggrega il gruppo di patrioti ventimigliesi organizzato da Rino Poli che nella primavera si era stabilito in frazione Ville; sul finire del giugno 1944 la formazione conta circa sessanta elementi ed inizia ad effettuare numerose azioni di guerriglia che si protraggono anche nel successivo mese di luglio. A seguito di tali episodi la sede garibaldina è individuata ed il Comando tedesco progetta di eliminarla.
Il Comando partigiano, venuto a conoscenza della minaccia nemica, decide il trasferimento del 7° distaccamento. La zona prescelta è costituita dalla foresta dell’Albarea, sottostante a Fontana Fredda (Fuon Freia) ed ubicata sul Grammondo. Nel sito vi sono casoni e varie grotte, tra le quali una vastissima denominata «Pertus du Gorilla». Il luogo non dista molto da Sospel e Castillon sul versante francese e da Olivetta San Michele su quello italiano.
All’inizio del mese di agosto la Resistenza è particolarmente viva e provoca gravi danni alla macchina bellica tedesca. Gli atti di sabotaggio sono numerosi: la ferrovia Ventimiglia-Cuneo è gravemente danneggiata; saltano in aria le linee telefoniche e molti ponti; le colonne ed i presidi militari nazisti sono continuamente attaccati. I partigiani hanno ricevuto l’ordine di prendere ovunque l’iniziativa, soprattutto nelle località sulla frontiera italo-francese sottostante alle Alpi Marittime. Sicché l’impegno è grande anche se, probabilmente, non tutti i combattenti comprendono l’enorme importanza della loro lotta, inquadrata in un vasto piano bellico: infatti, la zona riveste grande importanza perché l’efficienza o meno delle poche vie di comunicazione può rappresentare la salvezza o la perdita delle truppe tedesche ivi operanti, nell’eventualità di uno sbarco alleato sulla Costa Azzurra <2.
Anche i maquis sferrano attacchi al nemico in continuità. Per dimostrare la loro efficienza avevano occupato il villaggio di Peillon e vi si erano trattenuti per ventiquattro ore; quindi, si erano ritirati per risparmiare alla popolazione la furia devastatrice dei cannoni tedeschi piazzati nell’ex forte francese del monte Agel <3.
I rapporti di collaborazione tra patrioti francesi e italiani diventano sempre più stretti, tanto che i maquisards promettono armi ai garibaldini se i lanci aerei saranno effettuati prima a loro che alla V Brigata «L. Nuvoloni» <4.
Il giorno 8 agosto, esponenti della Resistenza nizzarda raggiungono i partigiani del 7° distaccamento e chiedono la loro partecipazione ad un’azione all’Hotel du Golf, presso Maurand. Nella notte parte degli uomini del gruppo «Nettù» attraversa a guado il torrente Bevera. L’azione è felicemente effettuata.
Come si vede lo spirito di collaborazione è sempre più stretto. Italiani e Francesi insieme per la comune lotta della libertà e, quando i Tedeschi sferreranno il loro attacco all’Albarea, li troveranno accomunati nella difesa ed anche nella morte.
Subito dopo il trasferimento di sede della formazione «Nettù» erano stati catturati tre doganieri tedeschi, uno dei quali berlinese, nazista convinto ed arrogante nei confronti degli Italiani. Gli altri due, di nazionalità polacca, avevano chiesto di essere incorporati nel distaccamento, professandosi antinazisti ed intonando l’Internazionale per provare la loro fede. Il nazista era stato condannato a morte; ma i giovani incaricati dell’esecuzione, mossi a compassione ed ignari della inesorabile legge della guerriglia e delle sue esigenze, avevano liberato segretamente il prigioniero, il quale, raggiunto il suo Comando di Sospel, aveva fornito tutte le informazioni sui garibaldini e sull’ubicazione delle loro posizioni. Sarà quindi di guida nel rastrellamento progettato e già preparato che provocherà tristi e dolorose giornate per la nostra Resistenza.
L’operazione è definita in tutti i particolari dal Comando tedesco. Il 9 agosto 1944 le colonne naziste partono da varie località della Francia e dell’Italia: da Olivetta San Michele, Torri, Villatella, Castellar, Plateau Saint Germain, Sealza, Sospel, Breil, Menton, Cabbé, Roquebrune. Sono affiancate da forti contingenti della milizia confinaria ed appoggiate dal fuoco dei mortai e deicannoni. Si calcola che le forze nazifasciste partecipanti all’azione ammontino a circa 1600 uomini.
Al momento dell’attacco una pattuglia di partigiani si trova sulla strada militare Mortola-Grammondo; un’altra è di vedetta nelle campagne di Villatella ed elementi di banda locale sono nei pressi di Olivetta San Michele e Sospel.
Questi ultimi vengono catturati mentre tentano di avvisare i partigiani del distaccamento; gli altri riescono a mettersi in salvo, allontanandosi quando nella zona ritorna la calma.
Precedentemente, per stornare l’attenzione circa il progettato rastrellamento, i Tedeschi avevano provveduto ad affiggere dei manifesti per invitare la popolazione a tenersi lontana dalle campagne a causa delle esercitazioni di tiro dell’artiglieria someggiata.
Le sopracitate colonne tedesche verso le 17 riescono ad accerchiare il 7° distaccamento già disorientato per la momentanea assenza del comandante «Nettù» e di quindici uomini, precedentemente allontanatisi per le ragioni che diremo.
Con i garibaldini combattono alcuni Francesi delle formazioni denominate «Chasseurs des Alpes». Il violento attacco è contenuto per oltre un’ora ed i partigiani, asserragliatisi nel casone presso Fontana Fredda, si difendono con accanimento e coraggio.
Degna di elogio è una meravigliosa figura di combattente: il caposquadra Sauro Dardano (Bob) <5. Egli, incurante delle intense raffiche delle armi nemiche, tenta varie volle di uscire dal casone per porsi in salvo con i compagni. Vista vana ogni resistenza, i partigiani decidono il da farsi. Pensano che per i principi della Convenzione di Ginevra i prigionieri debbano essere rispettati e Dardano, allo scopo di guadagnare tempo, strappa una camicia facendone una bandiera bianca; l’innalza attraverso un buco del soffitto in segno di resa, mentre i Tedeschi continuano a sparare. Approfittando di un momento di tregua, Dardano esce per parlamentare con la bandiera bianca alzata, ma appena fuori è stroncato da una raffica di mitragliatrice. Mentre cade, grida ancora: «Salvatevi ragazzi, viva l’Italia!».
Più avanti, ancor meglio, vedremo come i Tedeschi rispetteranno la Convenzione di Ginevra!
Dopo la morte commovente ed eroica del giovane Dardano, Domenico Ferraro si fa nascondere dal suo compagno Osvaldo Lorenzi sotto al fieno anunucchiato in un angolo. I Tedeschi entrano, catturano i partigiani, li legano e li conducono fuori. Quindi incendiano il casone.
Ferraro si tira fuori dal fieno e da una finestra ha tempo di vedere i nazisti che si allontanano portandosi appresso i prigioneri. In un partigiano ferito, che procede appoggiandosi ad un Tedesco, gli pare di riconoscere Dardano. Evidentemente si sbaglia, poiché il valoroso caposquadra giace steso al suolo <6.
Poco prima della morte di Dardano era caduto Giovanni Vesco (Tobruk) <7, in un tentativo di fuga dal retro del casone.
Le salme di Dardano e Vesco saranno in seguito recuperate da Aldo Dardano in collaborazione con l’abate Aprosio, e quindi portate a Ventimiglia <8.
Il garibaldino Bruno Pizzol, gravemente ferito, viene ricoverato presso l’Ospedale Santo Spirito di Ventimiglia dove cesserà di vivere dopo due giorni <9.
Giuseppe Orengo, ferito nel corso del combattimento, e Nandino Gandolfi riescono a fuggire. Il 2 di settembre partiranno in barca da Latte per tentare di raggiungere la costa oltre Ponte San Luigi, ma di entrambi non si avranno più notizie <10.
Nell’infausto giorno sono fatti prigionieri diciassette patrioti. Di essi parleremo più avanti <11 dopo aver narrato altri avvenimenti connessi alla battaglia descritta. Tre Tedeschi uccisi ed una quarantina di feriti rappresentano le perdite naziste.
Le vicende del Comandante Ernesto Corradi (Nettù)
Poco prima dell’attacco nemico «Nettù», con alcuni uomini, si era recato al colle di Castillon per comprare due quintali di sale, cartine per sigarette e per prendere in consegna quattro muli, provenienti da Sospel, sottratti alla requisizione dei Tedeschi.
Secondo quanto riferito dalla staffetta «Rovi» sia gli animali che la merce sarebbero stati destinati al Comando della V Brigata poiché nella zona Triora-Carmo Langan, come del resto in tutte le nostre zone, il sale era scarso.
«Nettù» aveva chiesto dei volontari disposti ad effettuare il viaggio perché nei garibaldini pesava ancora la fatica sostenuta la notte precedente per la missione presso l’Hotel du Golf.
Era partito per il versante francese un gruppo composto da una quindicina di uomini. Si contava di impiegare due o tre ore per il viaggio di andata e ritorno. Caricato il sale sui muli, i partigiani si preparano al ritorno quando una staffetta francese li informa che da Sospel sono partiti due camion tedeschi diretti al Grammondo.
Si sentono, infatti, i primi colpi delle armi automatiche ed i garibaldini si affrettano verso l’accampamento dell’Albarea; ben presto devono abbandonare la via più breve, costituita dalla mulattiera, poiché passa allo scoperto ed è esposta all’incombente pericolo dei tiri nemici. Sono costretti a camminare in terreni coltivati a vigneto ed a frutteto; poi, malgrado i contadini li esortino a fermarsi per il grave rischio cui vanno incontro, si avventurano in una zona scogliosa e scoperta e pervengono alla «Graia» <12 dell’Albarea. La sparatoria è intensa ma «Nettù» riesce a raggiungere la cresta del monte, procede oltre la «Graia», e si mette a chiamare. Non ode alcuna risposta, perciò pensa che i garibaldini, avvertiti, abbiano abbandonato l’accampamento e si siano messi in salvo prima dell’arrivo dei nazifascisti, per cui dà l’ordine di ritirarsi. Poiché è fatto segno da una raffica si ferma ed ordina agli uomini, rimasti
indietro a breve distanza, di buttarsi a terra.
Una colonna tedesca scende da passo Carei mentre altre avanzano da varie direzioni. Sparano con mitragliatrici piazzate nei forti francesi e con machinen-pistole, provocando uno scenario infernale.
I partigiani cercano di raggiungere il «Pertus du Gorilla» ma un fuoco nutrito li investe nuovamente, impedendo loro di proseguire. Poi sentono altre raffiche, ma non sono rivolte contro di loro e non ne comprendono la ragione. (In seguito si saprà che erano quelle dei mitragliatori azionati dai due polacchi che, come precedentemente ricordato, avevano aderito al movimento partigiano).
«Allora con i miei uomini – scrive «Nettù» – mi ritirai (in una situazione difficile) verso i valloni di Esu e di Cordillon; riuscii ad attraversarli ed a salire verso il Plateau de Segrand da dove guadagnai l’accampamento dei maquis…» Da fonte francese si verrà poi a conoscenza che i Tedeschi, per effettuare il rastrellamento e trasportare munizioni e viveri al Grammondo, avevano requisito i muli a Sospel, Morlì, Castellar e Saint Agnès .
Le colonne naziste erano guidate dai doganieri tedeschi di stanza presso Castellar, buoni conoscitori dei luoghi circostanti al Grammondo, oltre che da quel nazista berlinese che, come detto, era stato fatto prigioniero e successivamente rilasciato da quei giovani partigiani, i quali pagano ora di persona la loro imprevidente generosità. La storia di Cascione tragicamente si ripete.
«Nettù» e compagni sono impossibilitati a riprendere subito il viaggio di ritorno. Tentano varie volte, ma sono costretti a rimanere presso i compagni francesi per la stretta vigilanza nemica lungo la strada Sospel­ Castellar-Menton.
Finalmente, per vie traverse, riescono a passare dietro l’Escuvion ed a sbucare presso le sorgenti del Carei. Sopra la sorgente vi è una distesa erbosa che sale alla frontiera sino al passo Cuori. Sotto c’è un folto bosco di pini. Il silenzio che regna nel luogo, ed alcuni muli che fuggono al loro arrivo, rendono tutti fiduciosi. Ma ad un tratto, dai cespugli di lentischio, spuntano i Tedeschi che intimano la resa. «Nettù» urla agli uomini di guadagnare il bosco vicino. Poi si inginocchia ed apre il fuoco con lo sten mentre un partigiano spara un caricatore di moschetto: tre o quattro nemici sono colpiti. Mentre gli altri rimangono sorpresi «Nettù» introduce nello sten un secondo caricatore e grida al partigiano rimasto con lui di mettersi al sicuro: ma l’arma s’inceppa ed anche Corradi deve scappare, inseguito da due Tedeschi che gli sparano contro. Anche stavolta egli è salvo poiché, come è scritto nella sua relazione: «… il diavolo scartava le pallottole da me; sempre facevano più baccano che danno…».
Constatata l’impossibilità di transitare da Passo Cuori, «Nettù» si dirige con i suoi uomini verso Passo Vacca. Fra i due passi vi è una zona di alte rocce, luogo pochissimo conosciuto e sulle carte topografiche dichiarato intransitabile (o “infrancisabile” come riferisce Corradi).
Poco dopo incontrano uomini della Resistenza francese che si prendono cura di un garibaldino rimasto ferito ad unacoscia ed avvertono che tutti i passi sono presidiati dal nemico.
In quel momento «Nettù» si ricorda di un segreto confidatogli da un contadino della zona in riconoscenza di servizi resigli: nella roccia vi è un canalone appena praticabile. Rintracciato detto percorso, il gruppo può raggiungere la vetta e tentare il ritorno a Villatella. Gli uomini sono nuovamente avvistati, di conseguenza «Nettù» ordina ai suoi di seguirlo; quindi si butta giù per una «Graia». Tutti cominciano a scendere lentamente, poi la velocità aumenta per forza di inerzia e giungono in fondo di corsa.
I Tedeschi sparano ancora, ma stavolta i partigiani si mettono definitivamente in salvo fuggendo nel bosco. Nella notte raggiungono una casa amica. Ci sono soltanto due donne che offrono pane e pomodori. Poi, ripartono. Prosegue ancora la relazione citata: «… Finalmente riuscii a passare ed arrivare all’accampamento che trovai devastato […]. Ripiegai quindi con i miei uomini nel vallone di Castellar, attraversando la frontiera tra i passi Vacca e Corna…».
Nel corso del vasto rastrellamento è stata fatta prigioniera anche la figlia del Corradi, mentre si recava a trovare il padre in montagna.
Precedentemente sono stati ricordati quei due polacchi che sparavano contro i Tedeschi nel momento in cui «Nettù», con i suoi compagni, era non distante dal «Pertus du Gorilla».
In quel momento i partigiani non si erano resi conto della provenienza di quelle raffiche non dirette su di loro. Soltanto a calma ritornata, alcuni giorni dopo l’impari scontro, si scopre la dolorosa realtà: il fuoco dei mitragliatori era quello dei polacchi.
Ora li rivedono là, su quel praticello presso quel fienile, morti al sole senza sepoltura, con i bossoli delle pallottole sparpagliati intorno. Il loro fuoco non è certamente stato inefficace perché lungo buon tratto della mulattiera numerose sono le tracce del sangue tedesco. I due generosi non si erano arresi, ma rabbiosamente avevano lottato.
Combattendo con i partigiani italiani hanno combattuto anche per il loro popolo e per tutti gli altri popoli minacciati ed oppressi dal nazismo. Il prezzo da loro pagato è stato altissimo, e la loro morte passa, purtroppo, inosservata. Non sono ricordati. Sono sconosciuti, morti lontano, molto lontano dalla loro terra e dai loro cari; hanno riposato in un angolo, sull’orlo di un bosco; ora, forse, di essi non resteranno più neppure le ossa.
È altresì doveroso segnalare che l’esito doloroso del rastrellamento, la gravissima perdita di venti garibaldini, le sofferenze patite, lo sbandamento avvenuto nelle fila partigiane è stato principalmente originato, per citare un giudizio di «Nettù» espresso nella sua relazione: «… dall’inesperienza di pochi giovani che avevano lasciato libero il nazista…».
Probabilmente, malgrado le informazioni assunte, il nemico non avrebbe potuto rintracciare i rifugi dei partigiani nelle grotte sparpagliate nel bosco dell’Albarea.
Ma non si sa se tale affermazione sia da condividere pienamente o se vi siano state altre cause a generare la più grande perdita di vite umane subita in un solo episodio della nostra Resistenza nel mese di agosto del 1944.
Il distaccamento è smembrato e molti superstiti passeranno in territorio francese dove saranno assistiti dalle popolazioni locali.
[NOTE]
1 Ernesto Corradi (Nettù) di Bartolomeo e di Angela Pastorelli, nato a Torrazza (ora Imperia) il 20 ottobre 1894, in montagna dal 10 maggio 1944, dichiarazione integrativa n. 4748. Abbraccia giovanissimo la causa dell’antifascismo e viene varie volte ammonito dal federale perché sospettato. Svolge vita cospirativa a Torino presso la Fiat Mirafiori. Verso la fine del 1943 torna a Torrazza, mantenendo però contatti con Torino. Durante il terzo viaggio nella capitale subalpina, Corradi viene arrestato nottetempo e, dopo 48 giorni di carcere, è deferito al Tribunale Speciale dal quale è condannato alla libertà vigilata, avendo simulato nel periodo di detenzione atteggiamenti di alienato mentale.
Iniziata la lotta armata raduna ventidue giovani tra Piani di Imperia e Torrazza. Dal Comando garibaldino riceve l’ordine di spostarsi sul confine francese e «Nettù» si avvia con una parte di uomini, poiché gli altri preferiscono combattere presso il proprio paese. Il gruppo raggiunge il monte Faudo, dove esisteva un nascondiglio di armi e munizioni. Poi, per Villatalla e Carpasio, attraverso varie vallate, giunge nella zona di frontiera. Prende contatto con i partigiani francesi e in cambio dell’aiuto dato ai maquisards in occasione di un lancio aereo alleato, viene in possesso di esplosivo per sabotaggi.
2 Lo sbarco avverrà poi in Provenza il 15 agosto.
3 Vedasi il giornale Corriere della Riviera del 12 agosto 1964.
4 Dalla relazione del Comando della V Brigata datata 11 agosto 1944, inviata al Comando della II Divisione «F. Cascione»
5 Sauro Dardano (Bob) l’8 settembre 1943 è presso la base militare di La Spezia in qualità di puntatore cannoniere. All’annuncio dell’armistizio si incammina verso Ventimiglia per rientrare in famiglia, ma a pochi chilometri dalla meta è catturato dai nazisti; essendo privo dei documenti di riconoscimento è incolonnato per essere deportato in Germania. Dardano tenta la fuga, ma è ripreso, ridotto all’impotenza e percosso con il calcio del fucile. Alla stazione di Recco, mentre i Tedeschi si apprestano ad internare i prigionieri nei vagoni piombati diretti ai «lager» germanici, suona l’allarme per un’improvvisa incursione aerea degli Alleati. Nella confusione che si crea Sauro riesce a dileguarsi ed a raggiungere la sua famiglia dopo una marcia di quindici giorni, attraverso strade e sentieri di campagna e di montagna. Poi, si avvia alle formazioni partigiane che si stanno creando nell’entroterra ventimigliese ed organizza una banda in frazione Torri di Ventimiglia: successivamente si trasferisce sul monte Grammondo. Per circa un anno «Bob» offre il suo contributo alla causa della libertà, dimostrando grande generosità e lealtà verso i compagni, per i quali prepara anche degli scritti da leggere periodicamente nel distaccamento. Grazie al suo coraggio ed alla buona conoscenza dei luoghi in cui opera riesce sempre a respingere i numerosi attacchi nemici. Giovane di grande entusiasmo, è di esempio ai compagni anche in quelle iniziative che, apparentemente estranee alla lotta armata, tendono a cementare la fraternità fra i partigiani (da documentazione di archivio presso l’ANPI di Imperia e da una testimonianza scritta dello zio Aldo Dardano).
6 Testimonianza di Aldo Dardano.
7 Relazione di Ernesto Corradi (Nettù) del 22 agosto 1944 – prot. N° 47/0, inviata al Comando della V Brigata.
8 Testimonianza di Rino Poli e di Aldo Dardano.
9 Vedasi fascicolo personale presso ANPI di Imperia.
10 G. Strato nel 1° volume della presente opera a pag. 244 scrive che Orengo Giuseppe fuggì e non diede più notizie. Aldo Dardano, in una testimonianza successiva, riferisce che Orengo è stato catturato, trasportato a Nizza ed ucciso in località Scarena.
11 I partigiani catturati saranno fucilati a Sospel (vedasi il capitolo seguente).
12 «Graia» significa frana pietrosa. Queste pietraie sono assai numerose nelle Alpi Marittime.
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) – Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992

Villatella, Frazione di Ventimiglia (IM) ed uno scorcio del Grammondo

25/8/44 […] Siamo di fronte uno all’altro, ci guardiamo meravigliati, poi scoppiamo dal ridere; mi racconta [Ernesto “Nettu” Corradi] che è reduce da un imponente rastrellamento subìto sulle pendici del monte Grammondo. Ora cerca il Comando di divisione per fare il suo rapporto. Mi propone di seguirlo, dicendomi che sarebbe sceso a Torrazza [Frazione di Imperia] e ritornato, poi, in Francia. Il desiderio di rivedere i miei genitori era immenso e l’idea di avvicinarmi agli alleati mi allettava molto. Illuso di poter entrare a Porto Maurizio sopra un carro armato americano, accetto la proposta e decido di seguirlo. Convinto dall’entusiasmo del mio compagno, abbandonavo la vita partigiana nelle montagne imperiesi, mentre una nuova spericolata avventura mi avrebbe condotto oltre confine, dove pensavo di arruolarmi in un esercito regolare per combattere, con maggiori probabilità di riuscita, quel nemico da cui non volevo più fuggire e che volevo vincere. Saluto i compagni, dispiaciuti per la mia decisione, che rimangono là in attesa di quelle armi che non arriveranno mai, e mi avvio con “Nettu” verso il Comando di divisione. Terminato il suo rapporto sulla sconfitta subìta sul monte Grammondo, “Nettu” ottiene da “Giulio”, commissario di divisione [Libero Remo Briganti], il permesso di partire per la Francia, ed io con lui.
29/8/44 – Con una lunga camminata, prima di sera raggiungiamo Triora […]
Giorgio Lavagna (Tigre), Dall’Arroscia alla Provenza. Fazzoletti Garibaldini nella Resistenza, Isrecim, ed. Cav. A. Dominici, Oneglia Imperia, 1982

[ n.d.r. sulla controversa figura di Ernesto Corradi si possono leggere alcuni significativi passi in “La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 – 8 ottobre 1944)” (a cura di) Paolo Veziano (con il contributo di) Giorgio Caudano e di Graziano Mamone, Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020 ]

Con un nuovo documento al quale allegava le testimonianze di alcuni garibaldini “Nettu” era determinato a smontare pietra per pietra il castello accusatorio costruito da “Dritto”.
“Fu provato che non abbandonai i miei garibaldini, che presi parte al combattimento di Albarea nel quale fui solo a sparare contro i tedeschi, uccidendo fra l’altro un ufficiale a Passo Cuori. Che non riparai in Francia perché tutta la compagnia vi era, Albarea trovandosi in Francia. Che venni con scorta a fare rapporto ai comandi di brigata e di divisione. Che ricevetti da Vittò Ivano [n.d.r.: Giuseppe Vittorio Guglielmo, all’epoca comandante della V^ Brigata “Luigi Nuvoloni”, poco tempo dopo della II^ Divisione “Felice Cascione”] ordine scritto di ritornare sul Grammondo e Albarea ed eseguii quell’ordine, fui tagliato fuori dalla spinta tedesca e rimasi colà per forza come tanti altri. Che non avevo ingenti somme, e che il poco che avevo mi fu sequestrato, poi rubato dall’avventuriero Giacomo Alberti [n.d.r.: il partigiano “Dritto” che aveva mosso accuse molto pesanti a Corradi]”.
L’Associazione Nazionale Partigiani (ANPI) affidò ad Arnolfo Ravetti, “Paga”, il delicato incarico di dirimere l’incandescente controversia. Dopo aver letto gli atti, l’arbitro si convinse che le accuse reciproche fossero esagerate e che queste nascessero dall’inimicizia derivata dalle loro datate e burrascose relazioni.
Inappuntabile pare invece il suo giudizio sulle gravi responsabilità del comandante del distaccamento del Grammondo
“Si comportò in modo leggero con soprusi ed arbitri sia contro la popolazione che contro i Garibaldini, che a me personalmente dissero di vivere sotto il suo terrore: senonché a tale epoca non potei prendere provvedimenti. La sua incompetenza di avventuriero risultò chiara nella strage del suo distaccamento che sorpreso verso il 9 di agosto dai tedeschi perdette 18 uomini su 24”.
“Paga”, repetita iuvant, inseparabile compagno di “Fragola”, conferma che “Nettu” fu chiamato a Carmo Langan da “Ivano” e che questi lo inviò a “Curto” [n.d.r.: Nino Siccardi, comandante all’epoca della II^ Divisione “Felice Cascione”, in seguito della I^ Zona Operativa Liguria] al quale spettava la decisione finale sui provvedimenti da adottare.
Tornò dopo alcuni giorni affermando trionfante di aver avuto un lungo colloquio in seguito al quale “Curto” lo aveva assolto e gli aveva ordinato di tornare sul Grammondo.
Solo a partenza avvenuta si seppe che “Nettu” non si era mai presentato all’incontro.
Giunto a destinazione, reclutò altri uomini e il 20 settembre passava alle dipendenze delle Forze armate francesi come gruppo autonomo della V brigata “L. Nuvoloni”. Il suo comportamento, e una nuova serie di arbitri, furono oggetto di feroci critiche da parte degli alleati d’oltralpe.
Meno intransigente, ma non completamente assolutorio, il giudizio che “Paga” espresse su “Dritto”: «Inviato in Francia in missione, non ne fece più ritorno che alla Liberazione sebbene più volte richiesto per mezzo di staffette, ma saltuariamente giunsero notizie su di lui che fecero comprendere come male si fosse apposto il Comando della brigata inviandolo in Francia».
In sostanza – concludeva Ravetti – l’aiuto prezioso offerto dalla permanenza di Alberti e Corradi in Francia alle formazioni partigiane non sarebbe mancato se con il loro comportamento si fossero guadagnati la fiducia della Missione alleata che considerava, invece, tutti i garibaldini italiani alla stregua «del campione che aveva sottomano».
Paolo Veziano, Giustizia partigiana in La libera Repubblica di Pigna op. cit.

[ n.d.r.: in effetti a settembre 1944, come lasciò scritto Lavagna (vedasi op. cit. supra) Corradi ed il suo gruppo erano stati arruolati nella FSSF, First Special Service Force (chiamata anche The Devil’s Brigade, The Black Devils, The Black Devils’ Brigade, Freddie’s Freighters), reparto d’elite statunitense-canadese di commando, impiegato anche nella Operazione Dragoon nel sud della Francia, tuttavia sciolto nel dicembre 1944; a questa data, per non farsi internare, questi partigiani italiani furono costretti ad immatricolarsi nel 21/XV Bataillon Volontaires Etrangérs francese, nel quale prestarono servizio sino alla fine della guerra ]

Aiutati dai maquis francesi

Una vista sul Principato di Monaco

Le prime voci di antifascismo a Vallecrosia si ebbero nel 1940/41 da parte di Achille [Achille Lamberti, “Andrea”], di Francesco “Cè” Garini, di “Girò” [n.d.r.: o “Gireu”, Pietro Gerolamo Marcenaro, il quale ultimo risultava latitante già nel verbale della Questura (fascista) di Imperia del 15 giugno 1944, riferito alle indagini ed agli arresti effettuati verso la fine di maggio nella zona di Ventimiglia e di Bordighera a danno del costituendo CLN di Ventimiglia, del già esistente CLN di Bordighera, del gruppo antifascista “Giovane Italia” e di altri patrioti collegati < da un documento edito in don Nino Allaria Olivieri, Ventimiglia partigiana… in città, sui monti, nei lager 1943-1945, a cura del Comune di Ventimiglia, Tipolitografia Stalla, Albenga, 1999, pp. 9, 24>], di Aldo Lotti e di altri.
Un antifascismo molto riservato, anche perché le ritorsioni erano molto dure, come nel caso di Alipio Amalberti, zio materno di Girò, che per aver gridato in un bar di Vallecrosia “Viva la Francia” venne dapprima schedato e successivamente costantemente perseguitato, fino a essere fucilato per ritorsione dopo essere stato preso come ostaggio.
Sono nato nel 1925 e nel 1943 ero uno studente, che frequentava con profitto il liceo classico di Sanremo, sempre promosso e anche un po’ imbevuto di fanatismo fascista, specialmente dopo la guerra di Spagna. A causa della propaganda di allora parteggiavo per i franchisti.
Ero renitente alla leva, ma non c’era ancora una resistenza organizzata.
[…] Approfittando del bando che sospendeva la fucilazione per i disertori che si fossero presentati spontaneamente all’arruolamento, mio padre mi venne a prendere e col treno ritornai con lui fino ad Arma di Taggia [Taggia (IM)], poi da Arma a Vallecrosia in bicicletta, fortunatamente senza essere mai fermati. Nel frattempo Girò, Achille Lamberti ed altri avevano organizzato un principio di Resistenza.
Attraverso mio padre, presi contatto con loro e assieme ci demmo alla macchia.
[…] Restammo a Langan un paio di giorni e depositammo le armi che ci eravamo procurati a Vallecrosia, tanto avevamo possibilità di averne altre, recuperandole tra quelle nelle caserme abbandonate o gettate dai soldati dell’armata italiana in rotta dal fronte francese dopo l’8 settembre.
[…] L’organizzazione dell’Operazione Sbarchi non fu cosa semplice. Bisognò innanzitutto trovare natanti idonei a raggiungere la costa francese per le necessità di trasporto dall’Italia alla Francia; in senso inverso provvedevano gli alleati con potenti motoscafi pilotati da Pedretti.
Renato “Plancia” Dorgia in Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia – Comune di Vallecrosia (IM) – Provincia di Imperia – Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM), 2017

Pierre Velsch, veterano del gruppo francese di sbarco (da Natalini denominato Commandos d’Afrique) in Provenza, gruppo che andò in avanscoperta rispetto all’Operazione alleata Dragoon con Philippe Natalini, fonte, su Facebook, di questa fotografia, scattata davanti al monumento ricordo dell’evento

L’Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia, presieduta da Giuseppe “Mac” Fiorucci, ha portato alle stampe una interessante ed inedita pubblicazione sui Gruppi da Sbarco di Vallecrosia.
Si tratta di una serie di testimonianze di partigiani protagonisti di una singolare vicenda resistenziale e la descrizione di fatti la cui originalità è rimasta alquanto sconosciuta.
Dopo lo sbarco nel giugno 1944 delle truppe alleate in Normandia, il territorio francese, soprattutto il centro-sud, fu abbandonato dalle truppe tedesche e conseguentemente occupato dagli alleati.
Nel mese di settembre l’esercito di liberazione francese e gli alleati raggiunsero Mentone. Il vecchio confine delle Alpi Marittime tra Italia e Francia assumeva così la caratteristica di una linea di guerra, avendo i tedeschi e i repubblichini occupato tale confine con una armata militare molto agguerrita nel timore che le truppe alleate, coadiuvate da uno sbarco di truppe e mezzi annunciato sulla Costa Azzurra, invadessero l’Italia del nord, circondando quindi le truppe tedesche che combattevano gli alleati nel centro Italia.
Nella realtà dei fatti i tedeschi non ebbero mai occasione di subire attacchi da parte degli alleati, mentre alle spalle dovevano fare i conti con le organizzazioni partigiane che, nella primavera del ’44, avevano creato la prima zona operativa nel ponente della Liguria e con coraggio e determinazione combattevano alle spalle i tedeschi con apprezzabili risultati.
Avvenuto lo sbarco in Normandia e liberata la Francia, il comando partigiano del ponente ligure insieme al CLN locale, ritenne necessario aprire una via di comunicazione con la Francia liberata, al fine di creare un coordinamento strategico che consentisse di isolare i tedeschi.
Era chiaro che l’unica via di comunicazione possibile era il mare.
Nasce da questa scelta l’impegno organizzativo dei Gruppi da Sbarco. Furono circa una ventina i partigiani che in varie circostanze si collegarono via mare con il comando alleato.
[…] La riuscita, anche se qualche volta molto rischiosa, dei primi collegamenti portò il Comando partigiano a chiedere agli alleati un contatto permanente ed una strategia operativa che consentisse ai partigiani di contare su aiuti soprattutto di armi e di munizioni, indispensabili per gli attacchi ai nazifascisti e per la difesa dai rastrellamenti che gli stessi nazifascisti organizzavano periodicamente. I francesi soprattutto e gli alleati stessi, non accolsero subito con simpatia e disponibilità tali iniziative. Ma la costanza dei comandi partigiani e dei responsabili del CLN ebbe la meglio, ed i viaggi iniziarono con frequenza riadattando barche di pescatori nascoste, ma soprattutto creando una rete segreta di contatti con alcuni responsabili repubblichini del servizio di vigilanza della costa che, decisi a lasciare i loro reparti per collegarsi con i partigiani, rimasero con grande rischio al loro posto, consentendo quindi la copertura, nelle ore notturne concordate, della partenza e dell’arrivo dei natanti.
Di tutte le vicende narrate ho scelto due episodi che dimostrano l’importanza di questa rischiosa attività e i risultati ottenuti.
Gli alleati avevano trasmesso una direttiva al sistema resistenziale italiano al fine di far rientrare nelle loro nazioni i soldati prigionieri che, con l’8 settembre ’43, erano scappati dai campi di prigionia. Molti prigionieri aiutati dai civili e dai partigiani scelsero i passaggi via terra ma, quando nell’estate del 1944 i tedeschi occuparono la frontiera, il transito clandestino fu bloccato, rimase soltanto la via del mare ed in molte circostanze i Gruppi da Sbarco portarono in Francia militari ex prigionieri restituendoli alla libertà.
Un altro episodio descritto da Domenico Donesi “Mimmo”, racconta la disavventura vissuta da un Gruppo da Sbarco. Dopo le prime esperienze portate positivamente a termine, nel comando della “Felice Cascione” maturò l’idea di costituire una Commissione che doveva portarsi in Francia presso i Comandi alleati, per sollecitare l’invio di attrezzatura bellica e per combinare azioni militari congiunte contro i nazifascisti.
Nacque così la Missione Kanhemann (partigiano “Nuccia”) con la supervisione del comandante Nino Siccardi “U Curtu”. Di questa missione [n.d.r.: partita da Vallecrosia (IM) nella notte tra il 14 ed il 15 dicembre 1944] faceva parte certo Jean Gérard, dichiaratosi ingegnere venuto in Italia a seguito della TODT, la
società tedesca che costruiva le difese militari. La missione dopo vari tentativi andati male per le condizioni del mare, riuscì una notte a partire. Dopo vari sforzi la barca approdò a Monaco dove i gendarmi ignari degli obiettivi della missione, condussero il gruppo alla gendarmeria di Nizza. Subito fu prelevato Kanhemann, capo della missione e portatore di tutti i documenti attestanti la loro identità politica e con lui anche il francese Gérard. Gli altri furono presi e portati nelle Nouvelles Prisons di Nizza in attesa di eventi. Gérard risultò essere un collaborazionista tedesco con la conseguenza che tutti i partecipanti alla missione furono sottoposti a severi interrogatori e trattati con metodi
anche violenti. Tutto ciò perché Gérard, per salvare se stesso, aveva affermato che gli italiani erano fascisti venuti in Francia per fare atti di sabotaggio. I partigiani italiani seppero resistere alle accuse e dimostrare la loro vera identità. Aiutati dai maquis francesi furono consegnati al Comando alleato il quale, accogliendo le proposte avanzate dal Comando della “Felice Cascione”, organizzò una sede di appoggio per rifornimenti in una villa di Cap-Ferrat provvista anche di un alloggiamento coperto per un motoscafo, col quale numerosi furono i viaggi in mare per portare rifornimenti, armi e piani strategici. Gli alleati compresero l’importanza di questa iniziativa e concordarono l’invio in Italia di un ufficiale inglese con un collaboratore dotato di una potente radio trasmittente. La notte del 6 gennaio 1945 tutto il gruppo Kanhemann ed il capitano Bentley partirono via mare per Vallecrosia.
Due giorni dopo Bentley era al comando della “Felice Cascione” dove, in permanente contatto col Comando alleato, nell’ultima parte del periodo resistenziale, si realizzò una piena collaborazione strategica degli alleati e delle formazioni partigiane […]
Manfredo Manfredi (Presidente dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia), E ci furono persino i “gruppi da sbarco” partigiani, Patria Indipendente, 8 aprile 2007

Il distaccamento SAP di Vallecrosia era nato negli ultimi giorni di luglio ’44 […] I collegamenti con la montagna venivano mantenuti dai sapisti stessi; e quelli con Sanremo da Renzo [Rossi] e negli ultimi tempi dal giovanissimo studente Enrico Cauvin [di Vallecrosia]. All’inizio l’attività della SAP aveva carattere informativo, costituendo essa il SIM della zona e funzionando spesso di collegamento con le formazioni di montagna, stanziate nell’immediato retroterra […] In parallelo agli aviolanci alleati, ma con con maggiore assiduità, avevano luogo sbarchi di materiale bellico nella zona di Vallecrosia-Bordighera. I volontari che si occuparono di tali trasporti appartenevano al gruppo di “Leo”, che fungeva da tramite tra i garibaldini e la missione alleata in Francia. Giulio Pedretti fu il partigiano che più di ogni altro si impegnò in tali operazioni, al punto che alla fine della guerra aveva effettuato 27 traversate per recapitare armi e uomini attraverso il tratto di mare prospicente la zona di confine italo-francese.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio/30 Aprile 1945), Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia, Anno Accademico 1998/1999

Decidemmo di inviare Nino perché preparasse il terreno

Documento della No. 1 Special Force britannica relativo alla missione Bentley

Nell’estate del 1944 tra il CNL Liguria e il comando alleato, venne concordato di inviare un ufficiale di collegamento inglese presso i partigiani dell’estremo ponente ligure.
Con le disposizioni operative del comandante Holdsworth del 6 dicembre 1944, venne incaricato della missione il capitano Bentley con il radiotelegrafista caporale Millington, ai quali furono assegnate 500.000 lire di allora, per il compimento della missione e per aiutare i Partigiani.
Dapprima tentarono di passare le linee ed entrare in Liguria attraverso i passi alpini, ma il maltempo e l’accresciuta sorveglianza tedesca ne impedirono il risultato.
Visto l’esito positivo di alcuni passaggi effettuati via mare, fu deciso di tentare la medesima strada.
La missione fu rinominata “Chimpanzee”, composta oltre che dal cap. Bentley, dal radiotelegrafista caporale MacDougal e dal ten. Domenico Donesi; dopo un ulteriore rinvio per la preparazione e l’addestramento, sbarcò sulla spiaggia di Vallecrosia il 6 gennaio 1945.
Il ten. Donesi aveva fatto parte della missione Kahneman salpata sempre da Vallecrosia (IM) il 14 dicembre 1944, dopo tre giorni di attesa per un via libera dato dal comandante del distaccamento di bersaglieri di guardia sul litorale, sergente Bertelli, che avvisò per tempo che in quel giorno il suo reparto sarebbe stato impegnato a Ceriana (IM) con commilitoni tedeschi.
Dei risultati della missione, il comando del 20° distaccamento del N°1 Special Force teneva costantemente informato il comando del servizio informazioni americano (cap. Geoffrey “Jeff” M. T. Jones) anche esso operante a Nizza.
La missione del cap. Bentley è citata nel dettagliato rapporto del 26 maggio ‘45 redatto dal col. McMullen sui risultati delle missioni degli ufficiali di collegamento britannici inviati presso i Partigiani.
Giuseppe Mac Fiorucci, Bentley, Gruppo Sbarchi Vallecrosia < ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Comune di Vallecrosia (IM), Provincia di Imperia, Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM) >, 2007

Uno stato recente della spiaggia di Camporosso Mare all’altezza della casa di Alberto Nino Guglielmi e della sua famiglia

Credo a settembre del 1944, “Nino” una notte portò a casa, a Vallecrosia Alta, una radio e la nascose nell’armadio a muro nell’ultima stanza. Qualche tempo dopo arrivò all’imbrunire, furtivamente come suo solito, si recò nella stanza della radio e mi chiese di andare dalla vicina di casa, Marinetta, chiudendomi dietro tutte le porte e di portare con me le chiavi. Obbedii. Presi mio fratellino piccolo Bruno e chiesi ospitalità al vicino dicendo che in casa eravamo soli; cosa che capitava sovente. Cenai con loro, al termine rientrai a casa nostra e trovai “Nino” che di fretta preparava alcuni indumenti in una sacca. Si apprestava a sparire un’altra volta. Mi accusò di non aver chiuso bene le porte. Non era vero, ero certa di aver chiuso bene tutte le 4 porte, ma “Nino” mi disse che XY, un nostro parente era entrato in casa e l’aveva sorpreso mentre usava la radio. Il giorno dopo papà nascose in un altro nascondiglio la radio. Venne la polizia rovistarono dappertutto ma fu facile dire che non sapevamo niente della radio e che non sapevamo dove “Nino” fosse fuggito forse con la radio stessa.
Aumentarono le nostre visite alla casa sulla costa. Accompagnavo mio padre con in braccio mio fratellino Bruno per rendere più facile il passaggio al posto di blocco all’altezza della caserma Bevilacqua. Sorpassavamo di lato la sbarra e i tedeschi e i fascisti di guardia ci salutavano dalla guardiola. A volte trascinavamo il carretto con sopra le ceste dei fiori. A Vallecrosia Alta coltivavamo un piccola piantagione di garofani. Spesse volte tra i garofani mio padre nascondeva casse che nottetempo erano sbarcate sulla costa.
Compresi che quando era in previsione uno sbarco pernottavamo al mare a dispetto dei cannoneggiamenti da Monte Agel, e al mattino ritornavamo ripetendo la manfrina delle ceste dei garofani invenduti al mercato. Da quei giorni nella cantina della casa al mare furono custodite anche strane casse.
Sono certa che sbarcarono o si imbarcarono anche altri soldati alleati. In particolare ricordo che prima di Natale del 1944 una notte riapparve “Nino” accompagnato da un uomo alto, biondo come uno svedese e due baffoni. Erano appena sbarcati dalla barca, perché i pantaloni erano bagnati, e avevano anche diverse casse che nascosero in cantina e che vennero recuperate nei giorni successivi dagli amici di “Nino”: Achille [Achille “Andrea” Lamberti], Lotti e altri. Ancora a notte partirono per Negi. La notte della Epifania riapparve mio fratello “Nino” con Mimmo [Domenico Dònesi] e un ufficiale inglese [il capitano Robert Bentley del SOE britannico, incaricato della missione alleata presso i partigiani della I^ Zona Operativa Liguria] bagnato fradicio. Era evidentemente appena sbarcato. Sistemarono delle casse in cantina poi si incamminarono di nuovo […].
Emilia Guglielmi, sorella di Alberto Nino Guglielmi, in Giuseppe Mac Fiorucci, Op. cit.

Ripassai in Francia e studiai un piano per entrare in Italia via mare… i vostri uomini di Bordighera e Vallecrosia, Leo [n.d.r.: Stefano Carabalona, già comandante dell’8° Distaccamento della IX^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Felice Cascione”, poi comandante di un Distaccamento della V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni”, infine comandante della Missione Militare (dei Partigiani Garibaldini) presso il Comando Alleato], Renzo Rossi, Rosina [Luciano Mannini], Caronte [n.d.r.: detto anche Corsaro, Giulio Pedretti], Renzo Biancheri hanno seguito la stessa via numerose volte. Ad ogni modo presi contatto con Leo, che era appunto appena sbarcato in Francia in quel tempo, e poi con Kahnemann (Nuccia), il quale era pure passato [partendo con il suo gruppo da una spiaggia di Vallecrosia la notte del 14 dicembre 1944] a Nizza e mi posi immediatamente al lavoro. Tonino [Antonio Capacchioni], Mimmo [Domenico Dònesi] e Nino [Alberto Guglielmi] mi furono di grande ausilio durante la fase preparatoria. Le difficoltà di una traversata erano grandissime… decidemmo di inviare Nino perché preparasse il terreno.
capitano Robert Bentley in Mario Mascia, L’epopea dell’esercito scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia

Il 20 dicembre 1944 doveva sbarcare il capitano Bentley [per diventare l’ufficiale di collegamento degli Alleati con i partigiani della I^ Zona Operativa Liguria], ma fu tutto rinviato per il mare in tempesta.
Dapprima arrivarono due collaboratori del capitano e finalmente nella notte fra il 6 e il 7 gennaio 1945 a Vallecrosia (IM) sbarcò Robert Bentley con il radio-telegrafista Mac Dougall.
Il Gruppo Sbarchi al completo si incaricò di accompagnare l’ufficiale inglese e il suo telegrafista ai Negi e consegnarlo ai garibaldini di Curto [n.d.r.: Nino Siccardi, comandante della I^ Zona Operativa Liguria] e di Gino [n.d.r.: Luigi Napolitano di Sanremo (IM). In quel frangente ancora commissario politico del I° Battaglione “Mario Bini” della V^ Brigata “Luigi Nuvoloni”, circa venti giorni dopo vice comandante della V^ Brigata della II^ Divisione “Felice Cascione”].
Il tragitto fino ai Negi [n.d.r.: Frazione di Perinaldo (IM), vicina a Seborga (IM): alle spalle di Bordighera] non fu agevole; la radiotrasmittente era nascosta in un carretto con ceste di fiori condotto da Eraldo Fullone, Aldo Lotti e Achille (“Andrea” Lamberti), che precedeva Ampelio Elio Bregliano, il quale accompagnava i due inglesi. Vennero fermati da un tedesco. Achille passò senza problemi, e Aldo Lotti usò tutta la sua loquacità per distogliere le guardie e consentire a Bentley e Mac Dougall di passare. Superato l’ostacolo del tedesco, il capitano con il più smagliante dei sorrisi fece notare a Elio che, se fossero stati catturati, loro, sotto il pastrano borghese fornitogli dai partigiani, indossavano la regolare divisa inglese e quindi avrebbero potuto invocare il rispetto della Convenzione di Ginevra e essere considerati prigionieri di guerra, mentre lui sarebbe stato fucilato sul posto. Fuori paese, lungo il sentiero della collina che portava a Negi, uno dei due inglesi accese una sigaretta, inglese naturalmente. Elio sconsolato si fermò apostrofando gli inglesi in modo brusco ricordando che al momento dello sbarco per poco annegavano, che non contenti giravano con la divisa inglese, e da ultimo tanto per complicarsi ancor più la vita, fumavano tabacco Virginia, il cui profumo si sentiva da Perinaldo a Seborga. Se qualche tedesco fosse stato nei paraggi non avrebbe faticato ad individuarli. L’inglese spense la sigaretta e chiese scusa. Tutto andò nel migliore dei modi.
Con lo sbarco del capitano Bentley si strinsero ancor più i rapporti tra il Gruppo Sbarchi di Vallecrosia e il gruppo di “Leo” [Stefano] Carabalona, del quale faceva parte Giulio “Caronte” [anche “Corsaro”] Pedretti, che per primi avevano preso contatto con le forze alleate.
Gli sbarchi si susseguirono con invio di armi e anche di agenti radiotelegrafisti per azioni di spionaggio.
Renato Plancia Dorgia, in Giuseppe Mac Fiorucci, Op. cit.

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