I Lilò avevano agganciato i bersaglieri che erano passati dalla nostra parte

17_lug01 (137)Il giorno 10 maggio 1943 mio figlio Nino venne preso in casa mentre ancora si trovava a cena insieme a noi e venne portato dai tedeschi e dai fascisti prima nel Castello Selvadolce [in Bordighera]; dopo due giorni fu portato in Paese Alto [sempre in Bordighera] nelle carceri alla Maddalena, innocentemente. E di lì fu sempre perseguitato, perché aveva suo fratello nei partigiani, finché stanco di non poter camminare libero prese anche lui la via dei monti insieme a suo fratello e tanti suoi compagni.
Il giorno 24 dicembre 1944, vigilia di Natale, dietro una lettera anonima, veniva preso come ostaggio mio marito e tenuto al Borghetto sotto sorveglianza dei tedeschi, e messo in libertà solo con la promessa che mi fece fare a me il Capitano tedesco Austin di ritrovare i miei figli. Io mi misi alla loro ricerca per informarli di quanto succedeva in casa nostra, girai nei boschi e nella neve dal 4 all’11 gennaio, sempre del 1945, e infine dopo inaudite sofferenze li trovai a Monte Ceppo e insieme a me fecero ritorno a casa.
Subito si presentarono e non gli fu fatto alcun male, furono messi a lavorare nella Paladina (la Todt che si occupava di bunker e delle difese costiere), una ditta tedesca e anche lì adoperarono tutte le loro forze e il loro coraggio per aiutare i loro fratelli della montagna, erano allegri e felici. Ma il giorno 19 marzo, giorno del fatale rastrellamento di Bordighera, vennero da spie italiane indicati ai tedeschi come capi partigiani mentre passavano in bicicletta alla galleria della Migliarese per sorvegliare e segnalare al comando chi veniva preso. Furono presi e portati a Villa Cava insieme a una SO. Mentre gli altri venivano consegnati alle Brigate Nere loro due e il loro compagno di sventura Paolo Biancheri venivano portati al Forte San Paolo di Ventimiglia e dopo quattro giorni, cioè il 22 marzo, venivano trucidati dai nazifascisti. Questa è la triste vita dei miei adorati figli Nino di anni 23 e Ettore di anni 21, la loro vita fu una lotta continua senza conoscere nessuna gioia, per loro non c’era che il lavoro e la casa, in quanti li conobbero lasciarono un caro ricordo. Questo mia figlia Diana lo scrivo io tua madre Ida Sasso solo perché quando io non ci sarò più non devi dimenticare quanto hanno fatto i tuoi cari fratelli, tu devi sempre ricordarli con grande affetto, e difenderli da chiunque osasse parlare male di loro, perché loro vissero eroi e morirono martiri, tutti e due ti amavano e avrebbero fatto la tua vita dolce e serena, ma il destino gli fu crudele. Dopo tante sofferenze sui monti, perché sappi che tuo fratello Ettore fece sedici mesi di montagna, privo tante volte anche della più piccola sostanza sia fisica sia morale; anche Nino dopo ventotto mesi di soldato come motorista sul Cacciatorpediniere Maestrale, dopo sei mesi di montagna per essere stati riconosciuti vennero barbaramente trucidati. Il dolore mi uccide, soffro in silenzio racchiudendo tutto in me, ma tu cara Diana diletta sii sempre orgogliosa dei tuoi cari e adorati fratelli, e se un giorno ti sposerai, ai tuoi figli non dimenticare di insegnare ad amare e venerare la memoria dei loro zii.
Ti raccomando Bernardo fa che Diana sia felice e guidala sempre su una buona strada.
Bordighera, 24 agosto 1945
Ida Sasso in Biancheri
Documento riprodotto con il titolo TRISTI VICENDE DELLA GUERRA VISSUTE DAI MIEI FIGLI NINO E ETTORE in Paize Autu, Periodico dell’Associazione “U Risveiu Burdigotu”, Anno 7, nr. 4, Aprile 2014

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Una vecchia fotografia, attinente il presidio dei bersaglieri a Vallecrosia (IM), tratta dal lavoro di Giuseppe Mac Fiorucci qui richiamato

[…] Lavorai a Mentone, poi un giorno, un manifesto affisso sui muri della città non lasciava dubbi: Todt o non Todt, tutti gli uomini della classe 1921, la mia, e di altre venivano richiamati alle armi nell’esercito della Repubblica di Salò. I renitenti, “Kaputt!” Con i fratelli Biancheri  fuggimmo a Seborga. […] Ci spostammo a Perinaldo, perché là era troppo pericoloso… Eravamo al comando di Cekoff  [o Cecoff, Mario Alborno di Bordighera (IM)], comandante partigiano che da borghese abitava a Bordighera. […] Angelo Athos Mariani in Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia < ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia – Comune di Vallecrosia (IM) – Provincia di Imperia – Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM) >, 2007

La sorveglianza del tratto di costa di Vallecrosia (IM) era affidata a un distaccamento di circa 25 bersaglieri accasermato [ed a fianco della sede del loro presidio c’era il vecchio mattatoio, punto di riferimento, citato in altre fonti, per gli arrivi notturni via mare di tante spedizioni] sul lungomare alla foce del torrente Verbone. Tra i bersaglieri c’era il sergente Bertelli, di Genova, che sembrava nutrire qualche simpatia per la Resistenza. Il Bertelli frequentava la barberia di Aldo Lotti [commissario del distaccamento S.A.P. di Vallecrosia] e nei discorsi da… barbiere fece qualche allusione antifascista. Fu avvisato il C.L.N. [quello di Bordighera (IM)], che incaricò i fratelli Biancheri [Bartolomeo ed Ettore] di Bordighera, soprannominati Lilò, di prendere i necessari contatti. I bersaglieri volevano disertare e unirsi ai partigiani in montagna. I Lilò li convinsero a rimanere nel presidio sul lungomare ed a collaborare con la Resistenza nel nascente Gruppo Sbarchi. Renzo [Stienca] Rossi di Bordighera [subentrato nel comando della missione presso gli alleati a Stefano Leo Carabalona, rimasto gravemente ferito in un agguato a febbraio 1945 proprio in Vallecrosia] organizzò un idoneo servizio per effettuare sbarchi di materiale e uomini da piccoli natanti provenienti dalla vicina Francia liberata. Venne il momento della prima operazione e bisognava concordarne i particolari con i bersaglieri… L’Operazione Sbarchi ebbe inizio…   Renato Plancia Dorgia in Giuseppe Mac Fiorucci, Op. cit.

Il Gruppo Sbarchi Vallecrosia aveva frattanto predisposto una barca. Renzo Rossi con Lotti avevano preavvisato i bersaglieri della necessità di effettuare l’imbarco quanto prima possibile.
La collaborazione dei bersaglieri fu determinante per tutte le operazioni del Gruppo Sbarchi. Il sergente Bertelli comandava un gruppo di bersaglieri a Collasgarba – sopra Nervia di Ventimiglia – e aveva manifestato la volontà di aderire alla Resistenza. Fu avvicinato dai fratelli Biancheri, detti Lilò, per stabilire le modalità della diserzione, quando il plotone fu distaccato alla difesa costiera giusto sulla costa di Vallecrosia in prossimità del bunker alla foce del Verbone. I Lilò convinsero allora i bersaglieri a non disertare, ma ad operare dall’interno per consentire ed agevolare le nostre operazioni.
Renzo Gianni/Rensu u Longu Biancheri, in Giuseppe Mac Fiorucci, Op. cit.
Il distaccamento di Bertelli venne in seguito inviato a presidiare il caposaldo in Collasgarba, collina in zona Nervia di Ventimiglia (IM).  Per la costruzione colà di una trincea a difesa della postazione dotata di cannone anticarro vennero impiegati operai della Todt, tra i quali i fratelli Biancheri di Bordighera. Con i fratelli Biancheri il sergente Bertelli esternò cautamente i sentimenti di disapprovazione della condotta della guerra.
I fratelli Biancheri favorirono l’incontro di Bertelli con il dottore Salvatore Turi Salibra/Salvamar Marchesi, membro di rilievo della Resistenza, ispettore circondariale del CLN di Sanremo per la zona Bordighera-Ventimiglia, fratello del prof. Concetto Marchesi, quest’ultimo, come noto, un insigne latinista, a sua volta impegnato nella Resistenza a livello nazionale.                                                                                             
Giuseppe Mac Fiorucci, Op. cit.
Dopo quella avventura, Girò [Gireu, Giraud, Pietro Gerolamo Marcenaro] mi disse che occorreva mandare partigiani dagli alleati nella Francia liberata per stabilire rapporti e trasportare armi per i garibaldini. Come? Di notte, con un gozzo, remando da Vallecrosia a Monaco. I Lilò  avevano “agganciato” i bersaglieri che erano passati dalla nostra parte. Fregammo una barca dal deposito sottostrada vicino alla Casa Valdese di Vallecrosia e la portammo al mare. Con molta circospezione e furtivamente mettemmo in acqua la barca che… affondò. In attesa di poter fare qualcosa, la ancorammo sul fondo riempiendola di pietre per non farla portar via dalla corrente.                                                                
Ampelio Elio Bregliano, in Giuseppe Mac Fiorucci, Op. cit.
Il 18 marzo 1945 in un rastrellamento nazifascista vennero catturati a Dolceacqua (IM) 5 partigiani. Detto rastrellamento era stato provocato dal maresciallo repubblichino Luigi Salvagni per vendicare il fratello Federico Agostino, maresciallo della G.N.R. ucciso dai patrioti in quanto guida dei tedeschi nelle pregresse barbare aggressioni a Rocchetta Nervina, Soldano e Seborga.
L’operazione riguardò anche il comune di Bordighera. Veniva cercato in modo particolare Ettore Biancheri. Otto giovani vennero riconosciuti come partigiani: arrestati, furono torturati e fucilati il 21 marzo 1945 presso Forte San Paolo di Ventimiglia. Tra questi martiri, Paolo Biancheri (Paolo), nato a Bordighera, e i due fratelli Biancheri Lilò, Bartolomeo ed Ettore, patrioti del Gruppo Sbarchi di Vallecrosia. Un documento d’epoca indirizzato al CLN di Bordighera, oggi conservato a Sanremo, ricorda che essi vennero fucilati insieme a Paolo Balbo (Pietro), Adolfo Piuri (Stella), Giuseppe Rosso (Pierino), Emilio Sasso (Puma) e Giuseppe Verrando (Mil).  
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio – 30 Aprile 1945) – Tomo I – Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia – Anno Accademico 1998 – 1999
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Circa i fratelli BIANCHERI di Bordighera, catturati e poi fucilati, conosco i seguenti particolari. Per opera della 34^ divisione [tedesca] fu effettuato un rastrellamento nell’abitato di Bordighera ed anche  dintorni. Terminato il rastrellamento, che aveva portato alla cattura di circa 200 persone, anche la SS, e naturalmente anch’io, si recò in quel luogo per controllare i documenti e per vedere se fra le persone arrestate ve ne erano di quelle a noi segnalate come partigiani o sospetti di attività contraria alla Germania. Oltre a noi delle SS era presente il capitano BORRO, capo dell’UPI [Ufficio politico e investigativo della Guardia nazionale repubblicana (fascista)] di Imperia ed un ufficiale delle B.N. [Brigate Nere repubblichine] del quale non ricordo il nome. Vi era poi il confidente DE MICHELI. I fermati erano stati messi nella galleria ferroviaria di S. Ampeglio [a Bordighera]. Delle 200 persone circa, fermate, tre che risultavano sospette furono accompagnate al carcere di villa OBER … Mentre si stava effettuando il controllo dei fermati, giunse sul posto un ufficiale della 34^ divisione, il quale disse di avere catturato in una casa poco distante due fratelli a nome BIANCHERI. Al sentire quel nome, il comandante dell’Orstkommandatur, che aveva in precedenza tenuto come ostaggio il padre dei BIANCHERI, affinché i figli scendessero dalla montagna, intervenne e disse che li voleva vedere. Il DE MICHELI [confidente e spia dei tedeschi], che era lì vicino, si offrì per andare col comandante della piazza. Dopo poco i due tornarono e dissero che realmente i due erano i fratelli BIANCHERI ambedue partigiani. Noi ritornammo a S.Remo e qualche giorno dopo da un ufficiale della 34^ div. seppi che i due Biancheri erano stati fucilati la sera della cattura. A parte il fatto già stabilito e cioé che egli accompagnò il comandante della piazza per il riconoscimento dei BIANCHERI non posso precisare se il DE MICHELI abbia in precedenza fornito indicazioni atte a portare alla cattura dei medesimi BIANCHERI e quale parte ne abbia avuto nella loro esecuzione.
Ernest Schifferegger, già SS ed interprete, in un verbale di reinterrogatorio confluito in un documento * del 2 giugno 1947 redatto dall’OSS statunitense, antenata della CIA
* [Ernest Schifferegger era un italiano altoatesino che in occasione del referendum del 1939 aveva optato, come tutti i membri della sua numerosa famiglia, per la nazionalità tedesca. Entrato nelle SS, operò - a suo dire - solo nella logistica, su diversi punti del fronte occidentale. Era, tuttavia, a Roma come interprete, quando partecipò al prelievo di un gruppo 25 prigionieri politici italiani condotti a morte nella strage delle Fosse Ardeatine. Fece in seguito l’interprete per i nazisti anche a Sanremo. Il rapporto dell'OSS riporta che alla data del 2 giugno 1947 Schifferegger era ancora in custodia alla Corte d'Assise Straordinaria di Sanremo]

La Resistenza a Bordighera (IM): cenni

La propaganda antifascista e antitedesca fu praticata nella zona di Bordighera da Renato Brunati e da me in un contempo indipendentemente, senza che nemmeno ci conoscessimo: ma nel 1940 ci incontrammo e d’impulso associammo i nostri ideali e le nostre azioni, legati come ci trovammo subito anche da interessi intellettuali ed artistici.
La vera azione partigiana s’iniziò dopo il fatale 8 settembre 1943, allorchè Brunati e la sig. Maiffret [Lina Meiffret – cfr. Sarah Clarke, Lina Meiffret: storia di una partigiana sanremese deportata nei lager nazisti e dei suoi documenti… le vicende di Lina Meiffret e del suo compagno Renato Brunati, attivi militanti della lotta di liberazione dal nazifascismo. Renato Brunati morirà tragicamente fucilato al Turchino nel maggio del ’44. Lina Meiffret conoscerà invece gli orrori del campo di deportazione… L’importante testimonianza, pubblicata sull’organo del PCI sanremese diretto da Italo Calvino… Italinemo] subito dopo l’occupazione tedesca organizzarono un primo nucleo di fedeli e racimolarono per le montagne, sulla frontiera franco-italiana e nei depositi, armi e materiali: armi e materiali che essi vennero via via accumulando a Bajardo in una proprietà della Maiffret, che servì poi sempre di quartier generale in altura, mentre alla costa il luogo di ritrovo e smistamento si stabiliva in casa mia ad Arziglia e proprio sulla via Aurelia. Nei giorni piovosi di settembre ed ottobre 1943 i trasporti d’armi e munizioni, furon particolarmente gravosi: occorreva (ai due capi) far lunghissimi rigiri per evitar le pattuglie ed i curiosi, sempre pronti alle indiscrezioni e delazioni: così i nostri patrioti conobbero a fondo l’asprezza e le insidie della zona Negi, Monte Caggio, Bajardo […] L’armamento della banda, ormai numerosa di circa 40 elementi, raggiunse i 30 moschetti e le 5 mitragliatrici, più bombe a profusione e forti riserve di munizioni. Verso la metà di novembre [1943] due ufficiali inglesi, fuggiaschi del campo di ferma vennero a capitar nella zona di Bajardo, ricoverati e confortati dai nostri, sistemati poi nottetempo in un casolare di vetta  […] Purtroppo il 14 febbraio 1944 Brunati e la Maiffret, venivano definitivamente presi dai repubblicani, su denuncia di (……) Garzo partigiano traditore, ex camicia nera rientrato nella guardia repubblicana per inimicizia coi 2 eroici capi: la denuncia era tale da comportar pronta esecuzione capitale, ma l’intervento d’un agente bene intenzionato, faceva sospender le condanne e vi sarebbe riuscito del tutto se il console Bussi vigliaccamente non avesse distratto le pezze a scarico, consegnando i 2 capi alla S.S. tedesca. Sappiamo dolorosamente che Brunati e la Maiffret vennero bestialmente seviziati: il 1° fu poi fucilato il … maggio a … la seconda deportata in Germania ove languì per 10 mesi: ora essa è salva, il che ha del miracoloso. Io fui nell’ottobre 43 interessato dal dott. Ronga di S. Remo a formare in Bordighera il Comitato di liberazione e più tardi, per incarico del noto cap. Gino [Luigi Punzi], iniziai i collegamenti col defunto gen. Pognisi, con il rev. Don Pellorese ed il dott. Marchesi [Salvatore Marchesi, Salibra, partecipe, come il citato dott. Ronga, del primo gruppo patriottico di Sanremo, connotato anche con i nomi di battaglia “Turi” e “Salvamar”, chimico, in seguito ispettore circondariale del CLN di Sanremo (IM) per la zona Bordighera  Ventimiglia, fratello del prof. Concetto Marchesi, quest’ultimo, come noto, un insigne latinista, a sua volta impegnato nella Resistenza a livello nazionale], ma per la morte del 1° e la non continua permanenza del 2° l’organizzazione restò imperfetta. Più tardi il dott. Marchesi, raccolte le fila di vari gruppi mi sollecitò nuovamente a costituire un nuovo comitato, ma la presenza in casa mia dei 2 ufficiali inglesi pur consentendomi i collegamenti con ufficiali del S.I.M. e di partigiani, non mi permetteva d’assumere posizioni ufficiali: avevo promesso a Brunati ed alla Maiffret di portare in salvo ad ogni costo i 2 alleati. Il cap. Gino ufficiale di collegamento cogli alleati e più volte sbarcato ad Arziglia aveva prescelto la mia casa per l’installazione radio trasmittente onde riferire oltre frontiera; 2 giorni prima del suo ritorno con gli apparecchi veniva ucciso da un colpo di scure vibratogli a tradimento da un marinaio rinnegato. Nel gennaio 1945 la Signora Marchesi, moglie del capo comunista Concetto Marchesi, e la figlia sposata Mendelssohn con un ebreo americano, venivano ricoverate in casa mia coll’aiuto del dott. Marchesi, fratello di Concetto; esse sottostavano alla taglia di 1 milione, già applicata a Concetto Marchesi; fuggito questo in Svizzera le sue familiari rilevarono il funesto privilegio. Esse restarono in casa mia 25 giorni mentre ivi albergavano pure i 2 ufficiali inglesi; la prudenza e infinite cautele oltre al volere degli ospiti stranieri ci obbligarono ad occultare la presenza di questi alle signore Marchesi: e ci riuscimmo. Il 24 gennaio il dott. Marchesi precipitatosi in casa mia comunicò che i tedeschi dovevan partire entro 2 giorni, prelevando tutti i designati ostaggi di cui io risultai capolista. Si impose una fuga generale; Marchesi collocò altrove cognata e nipote, noi ci rifugiammo nella villa di Kurt Hermann… nazista, naturalmente a sua insaputa: i 2 ufficiali inglesi, guidati da mio figlio pei monti, di notte, raggiunsero rifugi ignoti, mentre mio figlio scendeva la costa in attesa degli avvenimenti. La notizia dataci risultò imprecisa, chè la fuga tedesca tardò ancora 3 mesi. Ma i 2 inglesi dopo romanzesche avventure in montagna e sulla costa di Vallecrosia raggiunsero la Francia e si misero finalmente al sicuro. Giuseppe Porcheddu, manoscritto (documento Isrecim) edito in Francesco Mocci (con il contributo di Dario Canavese di Ventimiglia), Il capitano Gino Punzi, alpino e partigiano, Alzani Editore, Pinerolo (TO), 2019

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Renato Brunati

Anche Ventimiglia ha i suoi dolorosi ricordi: Alessandro Rubini, capostazione: carceri d’Oneglia, di Marassi, campo di Fossoli, di Bolzano e poi di Mauthausen; infine la morte il 17 dicembre 1944.
Il manovale Giuseppe Palmero, invece, non ebbe tempo per i trasferimenti ed a Fossoli morì.
A Bordighera il capitano Silvio Tomasi ed il tenente Giovanni Garibaldi toccarono Fossoli, anch’essi provenienti da Marassi. Anche per questi due patrioti il maledetto campo non rappresentò che una sosta prima di Mauthausen ed il sacrificio supremo.
Ettore Renacci, Tommaso Frontero e Angelo Schiva facevano parte di un gruppo comunista formatosi già all’inizio del 1943 in Bordighera. Nel dicembre dello stesso anno, tale gruppo assunse la denominazione di «Comitato Comunista di Settore» e si unì ad elementi di altre correnti e partiti antifascisti. In seguito all’attività comune fu creato il CLN di Bordighera per la lotta resistenziale, ma la rete clandestina venne scoperta e sgominata. Frontero e Renacci furono arrestati nelle rispettive abitazioni verso le 8 del 23 maggio 1944. Subirono maltrattamenti e furono condotti a Imperia: se ne decise la fucilazione per il 25 maggio. Ma la Gestapo li considerava elementi troppo preziosi e cercò di indurli a rivelare notizie utili sull’organizzazione antifascista. Frontero e Renacci raggiunsero quindi le carceri di Marassi e, nel giugno, fecero parte di un gruppo di 59 prigionieri trasferiti da Genova a Fossoli per mezzo di camion. A Fossoli il Renacci venne fucilato ed il Frontero inviato nei Lager in Germania. Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) – Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992

[Il CLN di Bordighera] venne ricostituito nel mese di luglio [1944] con Angelo Schiva, comunista, Eraldo Biancheri Muller, partito d’azione, Rossi Renzo (Renzo-Zero), segretario ed entrò in contatto col CLN circondariale di Sanremo nel gennaio 1945, col quale lavorò in intima fratellanza fino alla liberazione, allargandosi […]  I collegamenti tra Bordighera e Sanremo erano tenuti in modo encomiabile dal dr. Salvatore Marchesi (Salvamar-dr. Turi-Sabba) [fratello del prof. Concetto Marchesi, quest’ultimo, come noto, un insigne latinista e figura di spicco della Resistenza a livello nazionale, la cui moglie e la cui figlia prima di trovare rifugio ad Apricale (IM) furono ospitate clandestinamente anche dal già citato Porcheddu], ispettore circondariale.                            Mario Mascia, L’epopea dell’esercito scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975

 

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Renzo Rossi (Renzo, Stienca, Zero)… dopo aver riorganizzato il CLN di Bordighera e dopo un periodo di permanenza in montagna lavorerà per il CLN circondariale adoperandosi tra l’altro in viaggi via mare… per stabilire rapporti tra le forze resistenziali italiane e ufficiali americani, inglesi, francesi… Renzo Biancheri (Gianni), di Bordighera, che aiutò Renzo Rossi nella sua attività…           Giovanni Strato, Op. cit.

  Alcuni partigiani di Bordighera, quali il già citato Renzo Gianni Biancheri, detto anche “Rensu u Longu“, Ampelio Elio Bregliano, Angelo Athos Mariani, i due fratelli Biancheri Lilò, Bartolomeo ed Ettore, furono attivi a partire dalla fine del 1944 nel Gruppo Sbarchi di Vallecrosia (IM), una struttura, al pari della Missione Corsaro di Ventimiglia (IM), di collegamento operativo con gli alleati, entrambe sotto il comando di Stefano Leo Carabalona. E quando Carabalona venne l’8 febbraio 1945 gravemente ferito in un agguato in Vallecrosia (e curato in via provvisoria e fortunosamente dal prof. Gabetti nell’ospedale di Bordighera prima di essere messo in salvo a Nizza) a subentrargli nell’incarico fu proprio un patriota di Bordighera, Renzo Stienca Rossi   ]

Sul sito dove risulta ubicato il palazzo di sinistra sorgeva un tempo, in Bordighera (IM), il Garage Chiappa

… di essere venuto a conoscenza, subito dopo l’arresto dello Iannacone e dei Chiappa [titolari di un noto garage ed officina di autoriparazioni in Bordighera], precisamente dal figlio minore Aldo Chiappa, che il capitano Punzi era stato ucciso [colpito il 4 gennaio 1945, morì 2 giorni dopo] dal pescatore Rocca di Ventimiglia, padre di una spia e spia delle SS di Sanremo, il primo arrestato e tradotto in Francia dallo Iannacone ed il secondo fu arrestato per ordine dello Iannacone stesso e messo a disposizione del Comando francese SROI di Sanremo, dipendente del servizio OSS americano.
Antonino Panascì (documento IsrecIm) in Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, a cura Amministrazione Provinciale di Imperia e patrocinio Isrecim, Milanostampa Editore – Farigliano, 1977

Il 6 febbraio 1945 Bordighera venne fatta oggetto di un bombardamento aereo che non colpiva alcun obiettivo militare. Di contro un ordigno cadeva nei pressi del Municipio provocando la morte di 3 persone. Nel bombardamento del giorno successivo una bomba sganciata vicino all’ospedale causava la morte di un civile… Rocco Fava, Op. cit.

11 febbraio 1945 – COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE SANREMO S.I.M. [Servizio Informazioni Militari] prot. n° 276 –  Oggetto: informazioni sui risultati dei bombardamenti alleati. Alla Sezione S.I.M. della V^ Brigata Z.O. –  p.c. Ispettorato Militare I^ Zona Z.O. e Delegazione di zona militare Imperia  –  Vi preghiamo di comunicare al cap. Roberto [capitano Robert Bentley del SOE britannico, ufficiale di collegamento degli alleati presso i partigiani della I^ Zona Operativa Liguria] i risultati degli ultimi bombardamenti aereo-navali alleati nella zona di nostra competenza: … BORDIGHERA: martedì 6 febbraio = bombardamento aereo: le bombe sono cadute nei pressi del municipio uccidendo tre persone. Nessun obiettivo militare colpito. mercoledì 7 febbraio = bombardamento aereo = le bombe sono cadute a circa 8 metri dall’ospedale = 1 persona uccisa = obiettivo militare più vicino: radio goniometro a circa 400 metri di distanza. Con riserva di ulteriori comunicazioni. Fraterni saluti.  C.LN. = SANREMO il responsabile del SIM (Mimosa) [Emilio Mascia]

Documento, in data 10 febbraio 1945, del capo di Stato Maggiore del 1° Gruppo di Battaglioni del Raggruppamento Alpino Sud della I^ Armata Francese, da cui si estrapola la seguente frase: “Il 7 l’aviazione ha bombardato Bordighera”.

17 marzo 1945 – Dalla Sezione SIM della V^ Brigata “Luigi Nuvoloni“, prot. n° 344, al Comando Operativo [comandante Nino “CurtoSiccardi] della I^ Zona Liguria ed al comando della II^ Divisione “Felice Cascione” [comandante Giuseppe Vittorio ‘Vittò/IvanoGuglielmo] – Riferiva che “… A Bordighera continua il bombardamento della città“.

da documenti IsrecIm in Rocco Fava di Sanremo (IM), Op. cit. – Tomo II

Il 18 marzo 1945 in un rastrellamento nazifascista vennero catturati a Dolceacqua (IM) 5 partigiani. L’operazione riguardò anche il comune di Bordighera. Veniva cercato in modo particolare Ettore Biancheri. Otto giovani vennero riconosciuti come partigiani: arrestati, furono torturati e fucilati il 21 marzo 1945 presso Forte San Paolo di Ventimiglia. Tra questi martiri, Paolo Biancheri (Paolo), nato a Bordighera, e i due fratelli Biancheri Lilò, Bartolomeo ed Ettore, anche loro di Bordighera, patrioti del Gruppo Sbarchi di Vallecrosia. Un documento d’epoca indirizzato al CLN di Bordighera, oggi conservato nell’Archivio del Comune di Sanremo, ricorda che essi vennero fucilati insieme a Paolo Balbo (Pietro), Adolfo Piuri (Stella), Giuseppe Rosso (Pierino), Emilio Sasso (Puma) e Giuseppe Verrando (Mil).                                                       Rocco Fava , Op. cit.

… Il Comune di Bordighera ebbe complessivamente 25 caduti partigiani… Moscone [Basilio Mosconi, comandante del II° Battaglione “Marco Dino Rossi” della V^ Brigata  “Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione “Felice Cascione”] con il suo reparto occupa Bordighera il 25 aprile 1945. La situazione non era brillante. I francesi (per lo più con truppe senegalesi), che erano avanzati con gli inglesi dai fortini di confine, pretendevano di occupare la zona occidentale della Riviera dei Fiori sino a Sanremo e minacciavano rappresaglie. Dovettero intervenire le autorità del C.L.N. [circondariale di Sanremo (IM)] e americane per definire dei confini provvisori… don Ermando MichelettoOp. cit.

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[  Altri partigiani e patrioti di Bordighera (IM), caduti  su vari fronti: BERSIA TERESIO, NATO IL 29/11/1921 A BORDIGHERA, DECEDUTO IL 15/1/1945, sepolto nel CIMITERO MILITARE ITALIANO D’ONORE DI MONACO DI BAVIERA, come da ricerca di ROBERTO ZAMBONI su Dimenticati di Stato – BIANCHERI MULLER GIULIO – CATELANI FLAMINIO – COSTAMAGNA FRANCESCO – FOCA FRANCESCO –  MANASSERO CARMEN – MANASSERO GIOCONDA – MIRAGLIO FELICE – MIRANDA ABDON – MORETTA GIUSEPPE – OLIVA GIOVANNI – OLIVIERI CARLO – OLIVO GIOVANNI – PALLANCA LUIGI – POGGI ENRICO – RAINERI GIACOMO – RAMELLA ENRICO – SCARPARI RICCARDO – VERRANDO VINCENZO – ZAMBONI EMILIO  ]

 

La base alleata in Francia era a Saint-Jean-Cap-Ferrat

[ Con gli Alleati, ormai insediati a ridosso del confine italo-francese dai primi di settembre, le relazioni dei partigiani della I^ Zona Operativa Liguria si intensificarono a partire dal dicembre 1944. In effetti, i servizi di informazione alleati (OSS americano, N°1 Special Forces e Intelligence Service inglesi e DGSS francesi) avevano cominciato ad operare con l’invio di agenti oltre le linee, specialmente nel cuneese, ma anche in provincia di Imperia. Per il mancato coordinamento, queste operazioni crearono qualche problema alla Resistenza italiana. Nel dicembre 1944 il comando partigiano ed il CLN decisero di inviare clandestinamente una missione presso gli alleati, preceduta il 10 dicembre dallo sbarco in Costa Azzurra di Stefano Leo Carabalona, comandante della Missione Militare Partigiana presso gli Alleati, che a tale scopo si avvaleva della Missione Corsaro e del Gruppo Sbarchi Vallecrosia. Il 14 dicembre 1944, dopo alcuni giorni di attesa, sia per le cattive condizioni atmosferiche, sia per l’intensificata sorveglianza lungo la costa, nottetempo, da Vallecrosia (IM) salpò con una barca a remi la missione Kahnemann. ]

Rosina (Luciano Mannini) racconta: Il servizio di informazioni militari, esplicato dalla missione «Leo» in Italia con i comandi alleati, ebbe inizio alla fine del settembre 1944, con l’arrivo nella zona della V^ Brigata [d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni“] di ufficiali americani ed inglesi giunti attraverso i passi montani dal Piemonte, ove erano stati paracadutati. Il capitano Leo [Stefano Carabalona], attestato allora a Pigna, comandante del distaccamento che li ospitava e che provvide in seguito a farli condurre – parte attraverso i valichi alpini e parte via mare – in Francia, stabilì col capo della missione alleata [Missione Flap] i primi accordi che dovevano condurre alla formazione di un gruppo specializzato che collegasse, per mezzo di una rete segreta, la nostra zona a quella occupata dagli alleati e fungesse da centro di raccoglimento e di smistamento di notizie militari e politiche interessanti la lotta. La missione Leo alla quale appartenevano Rosina, Lolli [Giuseppe Longo], Giulio Pedretti, ed alcuni altri giovani che si erano temprati nelle lotte di montagna, si portò a Nizza nel [il 10] dicembre 1944, dopo due mesi di utile lavoro preparatorio, per mezzo della leggendaria imbarcazione guidata dall’infaticabile «Caronte» [anche Corsaro] Giulio Pedretti e da Pascalin [Pasquale Pirata Corradi, di Ventimiglia (IM), come Pedretti]. A Nizza, Leo si incontra con i responsabili dei servizi speciali alleati e prepara il piano definitivo di lavoro, che comportava, fra l’altro, l’uso di apparecchi radio trasmittenti, per i quali la missione aveva già predisposto gli operatori. Nel gennaio 1945 la missione rientra in Italia, dove il terreno era già stato preparato in anticipo. Si organizza e comincia a funzionare in pieno… in Mario Mascia, L’Epopea dell’Esercito Scalzo, Ed. A.L.I.S., 1946, ristampa del 1975. 

[ A taluni di questi aspetti, in particolare alle attività del Gruppo di Vallecrosia, fa riferimento la testimonianza che segue ]

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[…] Erano i primi di luglio del 1944 e un giorno, per volontà del partigiano “Piè veloce[Francesco Boeri] che ci comandava, scendemmo a Soldano, non ricordo per quale motivo. Certamente niente di importante. […]

FrancescoGarini fu catturato nell’autunno, ma, grazie all’appoggio del segretario comunale Scrascia ottenuto dalla sua famiglia, riuscì ad evitare guai peggiori.

La guerra partigiana intanto manifestava alcuni pesanti difetti organizzativi; c’erano contatti con gli alleati che erano sbarcati a St. Raphael in Provenza e, a settembre 1944, erano arrivati a Mentone, ma erano scarsamente coordinati. […] Lanci di paracadute con armi finiti in dirupi inaccessibili o addirittura in mano ai tedeschi.
Inoltre l’inverno giunse in anticipo sulle montagne e i collegamenti con gli alleati, che avvenivano attraverso i sentieri alpini, erano resi impossibili.
Si ipotizzò anche di tentare con i sommergibili, ma non ci fu nessun serio risultato. Si poteva tentare soltanto via mare.
Il 20 dicembre 1944 doveva sbarcare il capitano Robert Bentley
[inglese, ufficiale di collegamento alleato con i partigiani della I^ Zona Operativa Liguria], ma fu tutto rinviato per il mare in tempesta. Dapprima arrivarono due collaboratori del capitano e finalmente la notte fra il 6 e il 7 gennaio 1945 sbarcò Bentley con il radiotelegrafista John Mac Dougall.

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La costa era presidiata in forze dalle truppe nazifasciste e sorvegliata metro per metro.

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Lo stato attuale dell’edificio situato alla foce del torrente Verbone in Vallecrosia (IM), dove erano dislocati di guardia i bersaglieri citati in questa testimonianza.
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Una vecchia fotografia, tratta dall’opuscolo qui in calce richiamato, attinente, a sinistra il presidio dei bersaglieri, al centro il vecchio mattatoio: a Vallecrosia (IM)

La sorveglianza del tratto di costa di Vallecrosia (IM) era affidata a un distaccamento di circa 25 bersaglieri accasermato [ed a fianco della sede del loro presidio c’era il vecchio mattatoio, punto di riferimento, citato in altre fonti, per gli arrivi notturni via mare di tante spedizioni] sul lungomare alla foce del torrente Verbone.
Tra i bersaglieri c’era il sergente Bertelli, di Genova, che sembrava nutrire qualche simpatia per la Resistenza. Il Bertelli frequentava la barberia di Aldo Lotti
[commissario del distaccamento S.A.P. di Vallecrosia] e nei discorsi da … barbiere fece qualche allusione antifascista.
Fu avvisato il C.L.N.
[quello di Bordighera (IM)], che incaricò i fratelli Biancheri di Bordighera,  soprannominati Lilò, di prendere i necessari contatti.
I bersaglieri volevano disertare e unirsi ai partigiani in montagna. I
Lilò li convinsero a rimanere nel presidio sul lungomare ed a collaborare con la Resistenza nel nascente Gruppo Sbarchi.
Renzo
[Stienca] Rossi di Bordighera [subentrato nel comando della missione presso gli alleati a Stefano Leo Carabalona, rimasto gravemente ferito in un agguato l’8 febbraio 1945 proprio in Vallecrosia] organizzò un idoneo servizio per effettuare sbarchi di materiale e uomini da piccoli natanti provenienti dalla vicina Francia liberata.
Venne il momento della prima operazione e bisognava concordarne i particolari con i bersaglieri.
Tra di noi serpeggiava ancora qualche timore sulla fede dei bersaglieri. E se fosse stata una trappola?
Commovente fu la posizione di Aldo Lotti
. Era cardiopatico, e in maniera seria. Disse “Vado io. Se è una trappola pazienza, tanto ne ho più per poco!”. Comunque, non era una trappola.
L’
Operazione Sbarchi ebbe inizio. Girò  [o Gireu, più alla francese, Pietro Gerolamo Marcenaro, già commissario di Distaccamento della V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione “Felice Cascione”] mi cambiò anche il nome di battaglia da “Riccardo” a “Plancia“.[…]

Con lo sbarco del capitano Bentley si strinsero ancor più i rapporti tra il Gruppo Sbarchi di Vallecrosia e il gruppo di “Leo” Carabalona, del quale faceva parte Giulio Pedretti, che per primi avevano preso contatto con le forze alleate. Gli sbarchi si susseguirono con invio di armi e anche di agenti radiotelegrafisti per azioni di spionaggio. […]

L’operazione più importante alla quale partecipai fu la fuga di 5 ex prigionieri alleati che trasportammo in Francia. […]

L’organizzazione dell’Operazione Sbarchi non fu cosa semplice.
Bisognò innanzitutto trovare natanti idonei a raggiungere la costa francese per le necessità di trasporto dall’Italia alla Francia; in senso inverso provvedevano gli alleati con potenti motoscafi pilotati da Pedretti
[Corsaro, o Caronte, Giulio Pedretti di Ventimiglia (IM)] e Oscar.
Con l’inizio delle ostilità di guerra le autorità italiane avevano disposto la rimozione di tutti i natanti dal lungomare.
In parte vennero ricoverati sotto le volte dell’edificio che era sede dell’ufficio postale lungo la via Aurelia, nel lato sud dell’area sotto strada posta tra il torrente Verbone e la Casa Valdese, ancora oggi adibita al parcheggio degli autobus. 

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Il Seminario di Bordighera (IM), posto proprio sul confine con Vallecrosia, visto dal mare
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Nottetempo, due compagni venivano messi di sentinella, uno all’altezza del Seminario [di Bordighera (IM)] e l’altro in piazza d’Armi [nel comune di Camporosso (IM)], e gli altri prelevavano una barca e la portavano nel parco della villa dell’avvocato Biancheri. Per i lavori di preparazione dei natanti usavamo la casa a fianco della villa detta dei “Bagnai”, soprannome della famiglia allora sfollata che l’abitava.
Quelle barche erano fuori dall’acqua da anni: dovemmo calafatarle e renderle idonee a tenere il mare. Una alla volta “
sequestrammo” 7 o 8 barche. Credo che i proprietari ne fossero poi indennizzati con 22.000 lire.
Quando lo scafo era pronto, sempre di notte, lo portavamo al mare lungo la via che dall’albergo Impero porta al mare (allora Via IX Maggio, adesso: Via I Maggio), in 6, 3 per lato, camminando il più velocemente possibile!
Quei 300/400 metri li percorrevamo quasi in apnea.
Ancora oggi, quando ci penso, trattengo il respiro. Solo verso la fine riuscimmo a trovare un carretto e rendere così l’apnea un po’ più breve …
Le barche furono tutte usate e rimasero in Francia.
Gli imbarchi, come pure gli sbarchi, avvenivano nei punti concordati con i bersaglieri.
Per gli sbarchi, chi conduceva
[spesso era Pedretti] il motoscafo alleato arrivava fino a 500/600 metri dalla riva ed attendeva il nostro segnale convenuto di lampi brevi e lunghi, fatto con una torcia a pile. Dal motoscafo si rispondeva in codice. Quindi si provvedeva a trasbordare il carico su un canotto,  qualche volta su piccole bettoline portate a traino. Poi si raggiungeva la riva…
I canotti a volte rimanevano a noi ed allora furono usati per consentirci di raggiungere la costa francese quando non erano disponibili altre barche.

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Da sinistra, in una foto d’epoca, i garibaldini del Gruppo Sbarchi Vallecrosia Francesco Garini ed Ampelio Elio Bregliano a Negi

Le merci sbarcate venivano nascoste e successivamente trasportate a Negi [Frazione di Perinaldo (IM)] e consegnate ai garibaldini di “Curto [Nino Siccardi, comandante della I^ Zona Liguria].  Sovente ero incaricato del trasporto a Negi.
Tra gli altri carichi ricordo una macchina da scrivere.
Era pesante, pesava quanto un mortaio; ricordo che, nella fatica, dovetti sforzarmi non poco per convincermi che per vincere la guerra fosse necessaria anche una macchina da scrivere e superare la tentazione di buttarla in una scarpata.
Chi dirigeva tutte le operazioni era Renzo Rossi detto “Rensu u Curtu” per distinguerlo da Renzo Biancheri “U Longu” […]

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Una vista di Saint-Jean-Cap-Ferrat – Fonte: Wikipedia
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Da sinistra Villa Iberia e Villa Le Petit Rocher

La base alleata [per la partenza per l’Italia, ed il ritorno, dei motoscafi alleati] in Francia era a Saint-Jean-Cap-Ferrat, baia di Villafranca, nella Villa Le Petit Rocher.

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Ampelio Elio Bregliano, terzo da sinistra, nella baia di Villafranca


Da Vallecrosia si partiva, naturalmente di notte, e si raggiungeva il porto di Montecarlo
[Principato di Monaco], facilmente individuabile perché era l’unico illuminato.
All’ingresso del porto una vedetta intimava l’alt e accompagnava il natante all’approdo sotto stretta sorveglianza.
Qui il nostro equipaggio forniva alle sentinelle alleate dello scalo del Principato di Monaco solo un numero di telefono o di codice e il nome dell’ufficiale di collegamento dell’Intelligence Service.
In meno di un’ora i partigiani erano presi in consegna dai servizi segreti alleati.
Anch’io fui condotto a Montecarlo, con Renzo
Stienca Rossi, Girò e Renzo [Gianni] Rensu u Longu Biancheri, quest’ultimo già allora sordo come una campana.
Per me era la prima volta, mentre per gli altri si trattava dell’ennesima traversata. […]

Renato Plancia Dorgia, in Gruppo Sbarchi Vallecrosia di Giuseppe Mac Fiorucci  < ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia – Comune di Vallecrosia (IM) – Provincia di Imperia – Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM) >, 2007

2 aprile 1945 – Dalla V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione “Felice Cascione“, Sez. S.I.M. (Servizio Informazioni Militari), prot. n° 370, al Comando della I^ Zona Operativa Liguria ed al comando della II^ Divisione – Venivano comunicate notizie riferite da un non meglio specificato interprete di Bordighera. Truppe tedesche e fasciste in allarme di 2° grado... Dalla punta di Sant’Ampelio di Bordighera a Ventimiglia vi era un bunker ogni 800 metri, ognuno dei quali  presidiato da 11 fascisti, di cui un sergente, ed un tedesco…

9 aprile 1945 – Dal comando della V^ Brigata al Comando della I^ Zona Operativa Liguria – Nella relazione si riferivano diverse notizie tra le quali anche che “erano giunti dalla Francia 2 garibaldini che hanno colà eseguito un periodo d’istruzione e che hanno preannunciato un prossimo arrivo di materiale bellico”.

13 aprile 1945 – Dal  C.L.N. di Sanremo, prot. n° 581, al S.I.M. della V^ Brigata – Si rendeva informazione anche sul fatto che le armi sono ancora a Bordighera da dove si provvederà alla distribuzione.

18 aprile 1945 – Dal comando della II^ Divisione al comando della V^ Brigata – Informava che due garibaldini che avevano frequentato la scuola alleata dei sabotatori in Francia stavano per rientrare presso il comando di quella Brigata per istruire altri partigiani.

23 aprile 1945 – Dal comando della VI^ Divisione “Silvio Bonfante“, prot. n° 330, al Comando Operativo della I^ Zona Liguria – Segnalava che in pari data era giunto presso lo scrivente comando il capitano Bartali [Giovanni Bortoluzzi, già a capo a settembre 1943 di una prima banda di partigiani in Località Vadino di Albenga (IM), poi dirigente sapista in quella zona, capo missione della VI^ Divisione “Silvio Bonfante” presso gli Alleati, vicecapo della Missione Alleata nella I^ Zona nei giorni della Liberazione] della Missione Alleata.

24 aprile 1945 – Dal Comando della I^ Zona Operativa Liguria al comando della II^ Divisione “Felice Cascione” – Scriveva che “il capitano Bartali” [Giovanni Bortoluzzi] raggiungerà il comando divisionale in indirizzo e sarà l’incaricato della missione alleata presso il comando divisionale, funzionando da collegamento tra lo scrivente comando ed il comando divisionale. Bartali dipenderà dal capo missione “capitano Roberta” [capitano Bentley]. Si prega di fornire “Bartali” di tutto ciò di cui ha bisogno, nonché di alcune staffette e della puntuale segnalazione di tutte le azioni svolte dalla II^ Divisione“. 

da documenti Isrecim in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio – 30 Aprile 1945) – Tomo II – Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia – Anno Accademico 1998 – 1999

Arrivarono gli inglesi e Leo fu finalmente ricoverato al Pasteur di Nizza

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Il teatro di mare su cui operavano di notte i partigiani del mare

[A metà dicembre del 1944 vennero ufficializzati con la Missione Kanheman i rapporti tra i partigiani del ponente ligure con gli alleati, ormai attestati sul vecchio confine italo francese. Due gruppi italiani operavano clandestinamente via mare in collaborazione con gli alleati, entrambi sotto la responsabilità di Stefano Leo Carabalona. La Missione Corsaro, guidata da Giulio Pedretti, con radici in Ventimiglia (IM). Di quello di Vallecrosia, Gruppo Sbarchi, faceva parte l’estensore della presente testimonianza]

Nell’estate 1944 i servizi segreti americani avevano inviato sulla costa una rete di informatori, capeggiati da Gino Punzi .
Dovendo tornare in Francia, per attraversare le linee [non era certo la prima volta] Gino Punzi si avvalse della collaborazione di un passeur, dal quale, poiché era passato al soldo dei tedeschi, durante il viaggio venne ucciso [nella notte tra il 4 e il 5 gennaio 1945 in zona Marina San Giuseppe a Ventimiglia]. Il comandante tedesco si infuriò perché avrebbe voluto catturare vivo il Gino. Sul suo cadavere furono rinvenuti dei documenti, dai quali i tedeschi vennero a conoscenza del fatto che sarebbero stati inviati altri agenti e telegrafisti alleati.
I tedeschi predisposero una trappola e quando arrivò il telegrafista “
Eros” lo catturarono ferendolo. Si avvalsero di lui per trasmettere falsi messaggi al comando alleato di Nizza.
Con questi falsi messaggi fu richiesto l’invio di un’altra missione: la missione “Leo”.

Al centro della fotografia Stefano Leo Carabalona nella baia di Villefranche-sur-Mer

[ Luciano “Rosina” Mannini in  Mario Mascia, Op. cit., definisce, invece, come si è letto qui sopra, “Missione Leo” la vera e propria presa di contatto di Carabalona, comandante della Missione Militare (dei partigiani della I^ Zona Operativa Liguria) presso il Comando Alleato, con gli Alleati, Missione perfezionata il 15 dicembre 1944 con l’arrivo tra gli Alleati della Missione partigiana Kanheman; nella missione Leo erano – lo si ripete, sempre  secondo Mannini – coinvolti, tra gli altri, Giulio “Caronte” o “Corsaro” Pedretti e Pasquale Pirata Corradi di Ventimiglia (IM), della Missione o Gruppo Corsaro di Ventimiglia, nonché Lolli, Giuseppe Longo, vice comandante di Carabalona, e lui stesso, Mannini (di Vallecrosia); rientrarono, dopo adeguata preparazione fornita dagli Alleati, a metà gennaio 1945, come si può leggere anche in Brooks Richards, Secret Flotillas, Vol. II, Paperback, 2013, che definisce tale rientro come una missione dell’OSS statunitense ].

La missione andò a rotoli con il ferimento [era l’8, forse il 9, febbraio 1945] di “Leo” [Stefano Carabalona], che venne nascosto nella cantina di casa mia.
I tedeschi rastrellarono tutta la zona cercando
“Leo”; “visitarono” anche la mia casa: sulla porta rimasero le impronte dei chiodi degli scarponi di quando sfondarono l’ingresso a calci.
Ma non cercarono in cantina. Si limitarono ad arraffare del cibo dalla cucina. Con Renzo Rossi nascondemmo tutti i documenti del SIM e del CNL nel mio giardino, preparandoci al trasferimento di
“Leo” in Francia.
Il Gruppo Sbarchi Vallecrosia aveva frattanto predisposto una barca. Renzo Rossi con Lotti [Aldo Levis Lotti, commissario della squadra S.A.P. di Vallecrosia] avevano preavvisato i bersaglieri della necessità di effettuare l’imbarco quanto prima possibile.


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La collaborazione dei bersaglieri fu determinante per tutte le operazioni del Gruppo Sbarchi. Il sergente Bertelli comandava un gruppo di bersaglieri a Collasgarba – sopra Nervia di Ventimiglia – e aveva manifestato la volontà di aderire alla Resistenza. Fu avvicinato dai fratelli Biancheri [martiri della Resistenza], detti Lilò, per stabilire le modalità della diserzione, quando il plotone fu distaccato alla difesa costiera giusto sulla costa di Vallecrosia in prossimità del bunker alla foce del Verbone.

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Una vecchia fotografia, tratta da Gruppo Sbarchi Vallecrosia, Op. cit. infra, attinente il presidio dei bersaglieri a Vallecrosia (IM)

I Lilò convinsero allora i bersaglieri a non disertare, ma ad operare dall’interno per consentire ed agevolare le nostre operazioni. Alla data convenuta, in pieno giorno trasferimmo “Leo” a Vallecrosia, facendolo sedere sulla canna della bicicletta di Renzo. In pieno giorno, perché approfittammo di un furioso bombardamento. Le strade erano deserte, solo granate che esplodevano da tutte le parti. Ricoverammo “Leo” in casa di Achille [Achille Lamberti di Vallecrosia, “Andrea“], aspettando la notte. Al momento opportuno ci trasferimmo sul lungomare; il soldato tedesco di guardia, come al solito, era stato addormentato da Achille con del sonnifero fornito dal dr. [Salvatore] Marchesi [nomi di battaglia “Turi“, “Salibra“, “Salvamar“, ispettore circondariale del CLN di Sanremo, fratello del prof. Concetto Marchesi, quest’ultimo, come noto, un insigne latinista e figura di spicco della Resistenza a livello nazionale], laureato in chimica.

[  7 aprile 1945 - Dal CLN di Sanremo a Turi Salibra ed al CLN di Bordighera - L'ufficiale addetto al Comando, Piero [Pietro De Andreis], sarebbe stato con il CLN di Bordighera al momento dello sbarco per la ripartizione delle armi provenienti dalla Francia. In base agli accordi le armi sarebbero state assegnate per il 25% alle SAP di Ventimiglia, Vallecrosia e Bordighera e per il restante alle SAP di Ospedaletti, Sanremo, Taggia e Riva-Santo Stefano [allora comune unico]...  da un documento Isrecim in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945) - Tomo II - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999  ]
I bersaglieri ci aiutarono a mettere in acqua la barca e a caricare “Leo” ferito. Cominciammo a remare, ma, dopo poche centinaia di metri, la barca cominciò ad imbarcare acqua. Non potevamo tornare indietro. Mentre io e “Rosina” (Luciano Mannini) remavamo, “Leo” e Renzo [Renzo Rossi] si misero di buona lena a gottare, con una sassola che, per puro caso, avevamo portato con noi.
Riuscimmo a tenere il mare e ad arrivare al porto di Monaco. Con la pila facemmo i soliti segnali, ma non ricevemmo alcuna risposta; entrammo nel porto e accostammo alla banchina. Chiamammo una ronda di passaggio, che ci portò al comando di polizia, dove chiedemmo di informare Milou, l’agente di collegamento.
Arrivarono gli inglesi e “Leo” fu finalmente ricoverato al Pasteur di Nizza. Anche io e “Rosina” ci facemmo medicare il palmo delle mani piagate dal remare.

Renzo Gianni Biancheri (2), detto anche “Rensu u Longu“, in Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia  < ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia – Comune di Vallecrosia (IM) – Provincia di Imperia – Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM), 2007 > 

(2)  ... Anche io fui condotto a Montecarlo, con Renzo Rossi, Girò [Pietro Gerolamo Marcenaro] e Renzo Biancheri, già allora sordo come una campana. Per me era la prima volta, mentre per gli altri si trattava dell’ennesima traversata. Fummo accolti dal capitano Lamb, che ci condusse a Le Petit Rocher... Renzo Biancheri chiese di poter usare il telefono, compose il numero e ottenuta la comunicazione tra lo stupore generale iniziò a cantare Polvere di Stelle. Renzo era sordo e come tutti i duri d’orecchio cantava bene. Sussurrava la melodia d’amore di “Polvere di Stelle”, alle orecchie di una interlocutrice, evidentemente conosciuta in qualche precedente missione e con la quale di certo non scambiava lunghe conversazioni: 
Sometimes I wonder why I spend
The lonely night dreaming of a song
Renato Plancia Dorgia in Giuseppe Mac Fiorucci, Op.cit.
 
Renzo Rossi (Renzo, Stienca, Zero)… dopo aver riorganizzato il CLN di Bordighera e dopo un periodo di permanenza in montagna lavorerà per il CLN circondariale adoperandosi tra l’altro in viaggi via mare… per stabilire rapporti tra le forze resistenziali italiane e ufficiali americani, inglesi, francesi… Renzo Biancheri (Gianni), di Bordighera, che aiutò Renzo Rossi nella sua attività… Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I: La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Sabatelli Editore, Savona, 1976

My God! Potevamo esplodere tutti!

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[   A metà dicembre del 1944 vennero ufficializzati con la Missione Kanheman i rapporti tra i partigiani del ponente ligure e gli alleati, ormai attestati sul vecchio confine italo francese. La responsabilità delle conseguenti operazioni, quale incaricato del comando della Missione Militare (dei Partigiani Garibaldini) presso il Comando Alleato, fu di Stefano Leo Carabalona, che il 10 dicembre 1944 aveva preceduto in Francia la mentovata Missione. Dei due gruppi italiani che operavano clandestinamente via mare, l’estensore delle seguente testimonianza (vedere infra), Bregliano, faceva parte di quello di Vallecrosia (IM). Gruppo Sbarchi Vallecrosia, per l’appunto, emanazione della S.A.P. appena costituita di quella cittadina, un’organizzazione il cui nerbo era dato da partigiani già sperimentati in montagna, come Pietro Gerolamo Gireu/Girò/Giraud Marcenaro, una struttura che teneva contatti giornalieri con il C.L.N. circondariale di Sanremo (IM) e con il comando della II^ Divisione d’Assalto Garibaldi “Felice Cascione” ]
Rosina (Luciano Mannini) racconta: “Il servizio di informazioni militari, esplicato dalla missione «Leo» in Italia con i comandi alleati, ebbe inizio alla fine del settembre 1944, con l’arrivo nella zona della V^ Brigata [d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione “Felice Cascione”] di ufficiali americani ed inglesi giunti attraverso i passi montani dal Piemonte, ove erano stati paracadutati. Il capitano Leo [Stefano Carabalona], attestato allora a Pigna, comandante del distaccamento che li ospitava e che provvide in seguito a farli condurre – parte attraverso i valichi alpini e parte via mare – in Francia, stabilì col capo della missione alleata [Missione Flap] i primi accordi che dovevano condurre alla formazione di un gruppo specializzato che collegasse, per mezzo di una rete segreta, la nostra zona a quella occupata dagli alleati e fungesse da centro di raccoglimento e di smistamento di notizie militari e politiche interessanti la lotta”. La missione Leo alla quale appartenevano Rosina, Lolli [Giuseppe Longo], Giulio [Corsaro/Caronte] Pedretti, ed alcuni altri giovani che si erano temprati nelle lotte di montagna, si portò a Nizza nel [il 10] dicembre 1944, dopo due mesi di utile lavoro preparatorio, per mezzo della leggendaria imbarcazione guidata dall’infaticabile «Caronte» Giulio Pedretti e da Pascalin [Pasquale Pirata Corradi, di Ventimiglia (IM), come Pedretti]. A Nizza, Leo si incontra con i responsabili dei servizi speciali alleati e prepara il piano definitivo di lavoro, che comportava, fra l’altro, l’uso di apparecchi radio trasmittenti, per i quali la missione aveva già predisposto gli operatori. Nel gennaio 1945 la missione rientra in Italia, dove il terreno era già stato preparato in anticipo. Si organizza e comincia a funzionare in pieno… in Mario Mascia, L’Epopea dell’Esercito Scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia

In parallelo agli aviolanci alleati, ma con con maggiore assiduità, avevano luogo sbarchi di materiale bellico nella zona di Vallecrosia-Bordighera. I volontari che si occuparono di tali trasporti appartenevano al gruppo di “Leo“, che fungeva da tramite tra i garibaldini e la missione alleata in Francia. Giulio Pedretti fu il partigiano che più di ogni altro si impegnò in tali operazioni, al punto che alla fine della guerra aveva effettuato 27 traversate per recapitare armi e uomini attraverso il tratto di mare prospicente la zona di confine italo-francese.     Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio – 30 Aprile 1945) – Tomo I – Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia – Anno Accademico 1998 – 1999

Nell’autunno del 1943 ricevetti la cartolina di arruolamento nell’esercito della RSI fascista. Proprio non mi andava di fare una guerra che si rivelava sempre più sbagliata.
Mi nascosi – io di Vallecrosia
[(IM)] in una casa di amici di famiglia a Rocchetta Nervina [(IM), in Val Nervia], dove incontrai il figlio del maestro Garibaldi, ufficiale dell’esercito con il quale andai a Carmo Langan ad arruolarmi nei partigiani.
Partecipai alla occupazione di Perinaldo
[(IM)] dove sequestrai un… toro! La fame nel paese era tanta e di cavoli e rape ne avevo fin sopra ai capelli. Un fascista di Perinaldo possedeva un toro: glielo requisii. Fu macellato e diviso con la popolazione. Finalmente un po’ di carne per tutti!

La fame è il ricordo indelebile di quel periodo.
Un giorno stavamo cuocendo qualcosa, quando si sentì urlare: “Allarme! Allarme! I tedeschi!”.
Tutti scapparono e Girò
[Pietro Girolamo Marcenaro] ordinò di salvare le armi; io salvai la pignatta che cuoceva sul fuoco!

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Un giorno mi fu ordinato di sorvegliare la strada per Pigna perché dovevano scendere dei partigiani, forse perché accompagnavano ufficiali alleati [primi di ottobre 1944]. Mi lasciarono sul ponte del Nervia al bivio per Rocchetta [Nervina (IM)] con due pecore e due  capre per fingermi pastore al pascolo. Tutto andò bene, solo che alla sera le bestie non volevano saperne di ritornare al paese.  Anche altre volte usai lo stesso stratagemma del pastore per visionare luoghi e sentieri e tracciare così percorsi alternativi per eludere i tanti posti di controllo fascisti.

Dopo quella avventura, Girò mi disse che occorreva mandare dei partigiani dagli alleati nella Francia liberata per stabilire rapporti e trasportare armi per i garibaldini. Come? Di notte, con un gozzo, remando da Vallecrosia a Monaco.

I Lilò [i Fratelli Biancheri di Bordighera (IM), Bertù Bartolomeo ed Ettore, martiri della Resistenza] avevano “agganciato” i bersaglieri [in prossimi articoli saranno pubblicati ulteriori riferimenti all’azione patriottica clandestina di questi bersaglieri] che erano passati dalla nostra parte. Fregammo una barca dal deposito sottostrada vicino alla Casa Valdese [di Vallecrosia (IM)] e la portammo al mare. Con molta circospezione e furtivamente mettemmo in acqua la barca che … affondò.
In attesa di poter fare qualcosa, la ancorammo sul fondo riempiendola di pietre per non farla portar via dalla corrente.

Intanto stava albeggiando e non potevo ritornare né in montagna né a casa, perché era in corso un vasto rastrellamento dei fascisti. Con Renzo [Gianni] Biancheri “u Longu” ci nascondemmo nel macello a fianco della … caserma [invero, un semplice presidio] dei bersaglieri.

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Una vecchia fotografia, tratta da Fiorucci, Op. cit. infra, attinente a sinistra il presidio dei bersaglieri con al centro il vecchio macello, di Vallecrosia (IM)

Passammo due giorni appollaiati e nascosti sulle travi del tetto tra le catene, le carrucole e i ganci.

Poi finalmente Girò e gli amici prepararono la barca e partimmo. Era dicembre [1944] e tra i compagni di viaggio ricordo sicuramente Luciano “Rosina” Mannini.

Remammo a turno e sbarcammo a Monaco Principato bagnati fradici, perché durante il viaggio aveva cominciato a piovere. Tre o quattro volte alla settimana ci conducevano oltre Nizza, a Gattières, per addestrarci all’uso degli esplosivi al plastico e alla esecuzione di sabotaggi. In mezzo agli ulivi avevano anche costruito un breve tratto di ferrovia per insegnarci a far saltare i binari.
Alla fine del corso ci avvisarono che alla prossima lezione avremmo dovuto presentare una sintesi, un rapporto di quello che avevamo imparato.
Avevo imparato,  ma scrivere non è mai stato il mio forte. Con un panetto di plastico modellai un bel  portacenere che colorai di bianco con della farina. La mattina dell’esame lo posi sul tavolo in bella mostra con cenere e 4 o 5 mozziconi di sigarette.
Fumando una sigaretta dietro l’altra Lamb
[ufficiale alleato] cominciò a esaminare i lavori dei miei compagni, poi mi chiese dove era il mio lavoro. “L’ho già consegnato!”. Il maggiore [Lamb] sfogliò i fogli alla ricerca del mio scritto. Si inalberò e mi chiese duramente dove era. Indicando il portacenere ormai colmo delle sue  cicche, risposi che ce lo aveva proprio davanti.
“Ma questo è un portacenere!”
“Si! Però è fatto con esplosivo al plastico!”
Il self-control tipico degli inglesi non lo soccorse. Scattò dalla sedia balzando all’indietro:
“My God! Potevamo esplodere tutti!”
“In questo caso, signor maggiore, sarebbe stata colpa sua, perché lei ci ha insegnato che il plastico esplode solo se innescato con un detonatore e non per contatto con la semplice fiamma.”

Promosso a pieni voti!

bregliano.f3Vicino a Le Petit Rocher c’era un’altra villa disabitata, Villa Iberia. Dalle finestre vedevamo il salone spoglio di ogni mobilio con solo un grande pianoforte a coda al centro.
Quasi tutti i giorni veniva un signore: secondo me era il Principe Ranieri di Monaco e se non era lui era il suo sosia! Suonava per ore il pianoforte.
Il giardino era pieno di alberi di mandarino colmi di frutti. Un giorno gli chiesi se potevo prenderne un po’. Faceva finta di non capire. Glielo ripetei in dialetto: “Te cunvegne dameli, senunca ti i fregu! (“Ti conviene darmeli, se no te li frego!”)”. Capì e acconsentì.
Chiamai Girò e gli proposi di raccogliere qualche borsa di mandarini e andare a venderli al mercato di Nizza con la jeep che lui aveva a disposizione. Subito rifiutò in nome degli ideali, poi si convinse.

Guadagnammo dei bei soldi, che spendemmo nei bistrot di Villafranca [Villefranche-sur-Mer, Alpes-Maritimes ].

Gli ufficiali inglesi erano divertiti della cosa, però non riuscivano a capire come gli alberi fossero spogli dei mandarini e le mine disseminate nella piantagione non fossero esplose.
Insieme agli altri miei compagni disinnescavamo le mine, lasciando i contenitori senza l’esplosivo, con il quale confezionavamo qualche piccola bomba che usavamo per… pescare.

bregliano.f2Feci parecchi viaggi avanti ed indietro portando armi, radio, medicinali e altro materiale bellico.
Il motoscafo sul quale erano imbarcati due soldati inglesi si fermava a qualche centinaio di metri dalla riva, trasbordavamo il carico su canotti o piccole bettoline di legno (queste ultime erano collegate al motoscafo con una lunga fune), raggiungevamo pagaiando la riva e scaricavamo sulla costa di Vallecrosia. Dopodiché dalla barca recuperavano le bettoline con la fune.

Imbarcammo anche soldati alleati scappati dai campi di prigionia che ci venivano affidati dai partigiani piemontesi. Ricordo un francese di colore che patì il mare in maniera incredibile. Pensai: “questo qui non l’ha ammazzato la guerra e muore dal mal di mare”.

Una volta che c’era da trasportare un carico di un cospicuo numero di casse, ci imbarcammo su un motoscafo più grosso, quasi un panfilo. Era più rumoroso dei soliti usati prima di allora; gli vennero adattati ai tubi di scarico due silenziatori grandi come angurie rendendolo abbastanza silenzioso. Era però più lento e non sarebbe riuscito a sfuggire se fosse stato intercettato dalla flottiglia che pattugliava la costa italiana, come invece riuscivano a fare gli altri motoscafi che solitamente erano pilotati da Giulio “Corsaro/Caronte” Pedretti.
Per fronteggiare l’eventualità di una intercettazione, fu sistemata a poppa una mitragliera pesante piazzata sul piedestallo sostenuto da due gambe di forza fissate al battello. Evidentemente il lavoro non fu collaudato, perché, appena preso il largo con i motori adeguatamente silenziati, la mitragliera cominciò a vibrare e sbattere sulla coperta del battello.
Blan-Blen!Blen-Blan! I motori erano silenziosi, ma noi sembravamo un campanile che suonava le campane a festa accompagnato da un’orchestra di tamburi!
C’era una sola cosa da fare; esaminai la mitragliera (l’addestramento a Gattières era servito a qualcosa!) e poi con fare concitato segnalai a Girò e ai due inglesi un punto della costa indicandolo con un dito.
“Laggiù! Guarda!”
Mentre loro scrutavano attentamente nel buio staccai la mitragliera dal piedistallo e la cacciai in mare.
Il concerto cessò. Uno dei soldati inglesi si arrabbiò non poco, minacciandomi di tutto.
Girò cercò di calmarlo. Di ritorno dalla missione, i soldati inglesi fecero rapporto e fui anche processato a Nizza davanti a una specie di corte marziale, composta da ufficiali inglesi e americani.
Quando descrissi loro l’accaduto scoppiarono quasi a ridere e mi assolsero.

Arrivammo salvi alla costa di Vallecrosia, dove sbarcammo tutte le casse che nelle notti successive, un po’ alla volta, portammo a Negi. Anche a me toccò il compito di fare la staffetta con Negi a portare e prendere, avanti e indietro.
Una delle ultime volte che fregammo una barca dal deposito vicino al ponte di Vallecrosia me la vidi proprio brutta. Con Achille [“Andrea” Lamberti] ed altri, che adesso non ricordo, caricammo su un carretto la barca per portarla al solito posto nella villa di via S. Vincenzo. La spingemmo su per la salitella che si innesta sulla via Aurelia e svoltammo a destra. Dopo pochi metri, scorgemmo al di là del ponte tre soldati tedeschi, all’altezza del “carruggio” di via Maonaira. Chi era con me fece in tempo a dileguarsi. Io rimasi con le stanghe del carretto in mano. Non potevo scappare e lasciare il carretto perché sarebbe scivolato all’indietro e avremmo combinato un disastro. Con il cuore in gola proseguii. Avvicinandomi mi accorsi che i tedeschi stavano mangiando, meglio: si stavano abbuffando di salame e formaggio. Erano anche un po’ bevuti, un po’ tanto. Intuii che avevano rubato tutto quel ben di Dio dal vicino magazzino del salumiere Giraudo. Quando mi intimarono l’alt! chiedendomi spiegazioni per la barca, un po’ in dialetto, un po’ in italiano e tanto con le mani, con fare severo, li accusai di aver rubato salame e formaggio, mentre per i civili non c’era niente, neanche la legna per accendere una stufa, tanto è vero che per scaldarci dovevamo usare il legname della barca. I crucchi accusarono il colpo, come bambini sorpresi con le dita nella marmellata. “Kamarade! Kamarade!” e mi lasciarono proseguire.
Belin! Avevo messo paura ai tedeschi!

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Ampelio Elio Bregliano in Giuseppe Mac Fiorucci, GRUPPO SBARCHI VALLECROSIA <ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia – Comune di Vallecrosia (IM) – Provincia di Imperia – Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM)>, 2007

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