La Brigata Giustizia e Libertà Valle Roya

Francesco Tosello, tra le sue memorie, ha scritto di sua mano i nomi dei suoi compagni di Peirafica nel gennaio 1945, quando il distaccamento si occupava soprattutto di mantenere i contatti con la Francia alleata

Una recente pubblicazione, condotta con criteri storici, seppur condensata in un volumetto di poche dozzine di pagine (1) e preparata con intenti commemorativi, attingendo alla sicura fonte di un archivio partigiano che pensiamo sia fra i più completi esistenti (2), ci fornisce, la prima organica testimonianza su quella che fu, nell’ambito dell’attività partigiana piemontese, l’esperienza certo di maggior interesse, non solo militare ma politico, vissuta da una formazione; ossia la cronaca della vicenda in cui fu impegnata sul Fronte delle Alpi Marittime <1, nell’inverno ’44-’45, alle dipendenze operative della Ia Armata Francese, la brigata « Carlo Rosselli » di Valle Stura, incorporata nella la Divisione Alpina G.L. del cuneese, le cui bande controllavano appunto, oltre alla suddetta, le valli della Grana, del Gesso, della Vermenagna e della Roja. Questa esperienza «internazionale» del partigianato piemontese (3) presenta, per le forme del tutto particolari in cui si svolse e per l’importanza che rivestì, aspetti degni di un attento esame. Gli elementi che denunciano tali singolari caratteristiche sono svariati e comunque si riassumono chiaramente nel fatto centrale e cioè che la «Rosselli» costituì l’unico esempio, l’unico caso di una brigata partigiana trasferitasi – dopo duri combattimenti nella sua valle d’origine e al completo di ufficiali e volontari, in perfetta funzionalità di reparti – oltre frontiera, inserendosi nel dispositivo delle forze alleate attestate sui contrafforti alpini, senza perdere nulla della propria fisonomia di unità partigiana, conservando una piena autonomia interna di quadri, disciplinare e in parte anche logistica, legata unicamente alle esigenze strategiche dei comandi americano e francese del settore, in forza delle quali, è intuitivo, dovette impostare i suoi criteri operativi, sacrificando solo e soltanto sul terreno della pura necessità tattica contingente la sua gelosa e dignitosa indipendenza.
(1) Rosselli revient. Du Monte Pelato au Colle de Parche, pag. 38, Panfilo Editore in Cuneo, 1949.
(2) Archivio della Brigata «Carlo Rosselli», ordinato e conservato dal comandante Benvenuto Revelli in Cuneo.
(3) Sulla «Rosselli» si intrattiene diffusamente anche D. Livio Bianco, nel suo libro Venti mesi di guerra partigiana nel Cuneese (Panfilo Editore in Cuneo, 1946). Bianco fa giustamente rilevare quanto l’episodio della brigata combattente in terra straniera, si richiami alla migliore tradizione di G L., che ebbe infatti una Colonna di volontari sul fronte aragonese durante la guerra civile spagnola, ai comando di Carlo Rosselli e Mario Angeloni.

Mario Giovana, Una formazione partigiana in terra di Francia, Italia contemporanea (già Il Movimento di liberazione in Italia dal 1949 al 1973) n. 3, 1949, Rete Parri

Ufficiale degli alpini della Tridentina nella tragedia della campagna di Russia, a questa Nuto Revelli si rifece quando divenne uno dei primi organizzatori della resistenza armata nel Cuneese.
Chiamò, infatti,“Compagnia rivendicazione Caduti” la prima formazione partigiana da lui messa insieme, prima di portare i suoi uomini nelle formazioni di Giustizia e Libertà.
Dopo aver condotto numerose azioni di guerriglia ed aver superato l’inverno tra il 1943 e il 1944 ed i rastrellamenti della primavera, Nuto Revelli assunse il comando delle Brigate Valle Vermenagna e Valle Stura “Carlo Rosselli”, inquadrate nella I Divisione GL. Con queste forze, nell’agosto del 1944, riuscì a bloccare, in una settimana di scontri durissimi, i granatieri della XC Divisione corazzata tedesca, che puntavano ad occupare il valico del Colle della
Maddalena. Secondo alcuni storici, fu proprio grazie all’eroismo degli uomini di Giustizia e Libertà, comandati da Nuto, che gli Alleati riuscirono ad avanzare sulla costa meridionale francese, per liberare, il 28 agosto 1944, la città di Nizza.
Mario Cordero, L’uomo con due guerre nel cervello, Cuneo Provincia Granda, 2/2004, pp. 15-18

Monaco è un giovane laureato in lettere di Valloriate, un paesino in provincia di Cuneo; proviene da una famiglia contadina. All’alba dell’8 settembre è soldato della Quarta Armata in licenza. Da casa assiste allo sfacelo dell’esercito, alla valanga di soldati che invadono la Valle Stura: c’è chi diserta e attraversa la valle per raggiungere altri luoghi, chi invece torna a casa. Monaco sceglie subito la lotta partigiana, e ad ottobre è già con la Banda “Italia Libera” di Galimberti. Come comandante di distaccamento e della brigata “Valle Roja Sandro Delmastro” – e poi come Capo di stato maggiore della Prima Divisione Alpina Gl – è attivo nel Cuneese e partecipa in prima persona alla liberazione di Cuneo. Un merito da riconoscere al racconto di Monaco [Giovanni Monaco, Pietà l’è morta, Edizioni Avanti!, 1955] è di aver reso molto bene la dimensione della guerriglia partigiana: è sempre un fuggire, un rincorrersi, uno scambio continuo di notizie concitate, su cui domina un senso continuo di paura, d’incertezza […] Nella serata, qualcuno che si era attardato all’osteria, arrivò e portò la notizia che la guerra era finita e che la campana suonava a festa. La notizia della guerra finita arriva nelle valli del Cuneese come un vento che accompagna il ritorno dei reduci […] Il disorientamento che il giovane Monaco personalmente prova non è per niente celato: egli confessa con sincerità tutti i suoi dubbi. Non afferma subito di volersi unire ai partigiani, i quali compaiono nella narrazione solo più tardi. Il gruppo di ribelli a cui poi Monaco si aggregherà fa la sua comparsa nel confabulare dei paesani. L’immagine dei partigiani che emerge da queste notizie frammentarie e contraddittorie non è quella di un’organizzazione unitaria composta da valorosi e coraggiosi giovani che lottano per la patria, bensì il ritratto di una banda improvvisata […] il capitolo dedicato a “Lulù” – dal titolo Un ragazzo dichiara guerra al Reich – in cui si parla quasi esclusivamente di questo diciottenne francese diventato famoso nelle Langhe per le imboscate che da solo tende a Tedeschi e fascisti. Monaco si attarda un po’ di più solo sulle figure dei comandanti della Quarta Banda, cioè Nuto Revelli e Dante Livio Bianco. Solo dalla storia passata dei due partigiani, però, il lettore può capire che si tratta effettivamente di loro due: Monaco, infatti, non aggiunge i cognomi […] Sara Lorenzetti, Ricordare e raccontare. Memorialistica e Resistenza in Val d’Ossola, Tesi di Laurea, anno accademico 2008-2009

Il comando della I^ Zona Liguria e l’ispettore Carlo Simon Farini diedero disposizioni affinché venissero distrutti ponti, gallerie e tratti delle principali strade: la statale 20 (Ventimiglia-Tenda), la statale 28 (Oneglia-Nava-Ceva), la Via Aurelia (Ventimiglia-Albenga).
La battaglia partigiana dei ponti, iniziata a maggio 1944, si protrasse sino alla Liberazione, anche perché i tedeschi avevano spostato, dopo lo sbarco alleato in Provenza avvenuto il 15 agosto 1944, il grosso delle loro truppe verso il confine francese, liberando così alquanto le valli a ridosso di Imperia.
[…] I tre ponti nei pressi di San Dalmazzo di Tenda [Saint-Dalmas-de-Tende, dipartimento francese delle Alpi Marittime] saltati in aria per tre volte consecutive nel luglio 1944. Ernesto Corradi (Nettù/Netù/Netu), classe 1894, con la sua banda si era stanziato sul Monte Grammondo, tra Ventimiglia (IM) e la Francia, dal quale controllava le valli del Roia e del Bevera. Per tutto il mese di luglio 1944 Nettù aveva condotto azioni di guerriglia contro il nemico. Il suo gruppo aveva danneggiato gravemente la ferrovia Ventimiglia-Cuneo, facendo brillare molti ponti, e la linea telefonica.
[ Come riportato in Giorgio Lavagna (Tigre), Dall’Arroscia alla Provenza. Fazzoletti Garibaldini nella Resistenza, Isrecim, ed. Cav. A. Dominici, Oneglia Imperia, 1982, Corradi, ottenuto a fine agosto 1944 l’assenso del comandante Libero Briganti Giulio si era spostato con alcuni garibaldini, tra i quali, appunto, Lavagna, verso la Francia per unirsi agli alleati. A settembre 1944 Corradi, Lavagna ed i loro compagni erano stati arruolati nella FSSF, First Special Service Force (chiamata anche The Devil’s Brigade, The Black Devils, The Black Devils’ Brigade, Freddie’s Freighters), reparto d’elite statunitense-canadese di commando, impiegato anche nella Operazione Dragoon nel sud della Francia, tuttavia sciolto nel dicembre 1944; a quella data per non farsi internare, i garibaldini in parola furono costretti ad immatricolarsi nel 21/XV Bataillon Volontaires Etrangérs francese ]
Rocco Fava, La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio – 30 Aprile 1945) – Tomo I – Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia – Anno Accademico 1998 – 1999

Verso la fine del luglio 1944, il gruppo di Palanfrè è troppo numeroso. Nuto [Revelli] dà il compito a Nino Monaco, uno dei primi di Paralup, di creare un nuovo distaccamento in Valle Roya. Ancora completamente italiana, questa è una valle di confine, forse un po’ meno controllata rispetto alla Valle Vermenagna. Anche in questa zona non ci sono formazioni partigiane stabili. A Briga [Marittima] però si registrano la diserzione di una compagnia della polizia ausiliaria, che prende contatto in giugno con una banda di Peveragno e scorribande di un gruppo di resistenti comunisti. Con Nino Monaco partono in venti. L’organizzazione in valle risulta difficile: non si può contare su ripari difficilmente raggiungibili, le vie militari percorrono infatti tutte le montagne, l’unico modo per sfuggire al nemico è quello di rendersi invisibili e inafferrabili, un giorno in alto sulle creste, un altro giù in basso, tra pini e larici. L’autunno e l’inverno sono ancora più difficoltosi: gli unici ripari sono i sotterranei dei forti del colle di Tenda, anch’esso presidiato. La “Brigata Valle Roya” cresce ben presto di numero: affluisce gente in gamba e decisa da Tenda, San Dalmazzo e Limone [Piemonte]. Il suo compito è quello di effettuare azioni di sabotaggio sulla linea ferroviaria Cuneo-Nizza e sulla strada che la fiancheggia. Gli esplosivi si trovano con grande facilità nelle caverne scavate nella roccia durante la Prima Guerra Mondiale. I primi tentativi di utilizzo risultano piuttosto fallimentari. Già verso la metà di agosto però, a valle di San Dalmazzo viene fatto saltare un ponte ferroviario che si unisce a un tratto di strada costruita in muratura lungo il fiume. Due giorni dopo, gli Alleati sbarcano in Provenza, mentre i tedeschi sono ancora intenti a riattare la strada. Questo provoca un violento rastrellamento tedesco: i nemici percorrono la valle in lungo e in largo senza trovare traccia dei partigiani, nascosti a più di duemilacinquecento metri, tra le rocce. Gli abitanti del luogo fraternizzano con i resistenti: durante una visita tedesca, Michele, pastore di Casterino, non dubita a riconoscere come suoi figli due partigiani alloggiati da lui. L’uomo definisce Nino e i suoi “matti”, quando sa benissimo di essere per primo lui “matto”, che passa le giornate in attesa dell’arrivo dei partigiani che gli raccontano le ultime notizie sulla guerra. Nell’autunno, gli uomini della “Brigata Valle Roya” svuotano la diga di Mesce, che alimenta una centrale idroelettrica poco più in basso. Questa azione dà vita a nuovi rastrellamenti, che però si concludono nuovamente senza risultati. La lotta in Valle Roya è infatti una “strana guerra”, come ci racconta Nino Monaco in “Pietà l’è morta”: “C’era qualcosa di affascinante e di suggestivo in quel giocare a rimpiattino con il nemico, in quella guerra fatta di astuzia e di azzardo, nella quale avevamo avuto sempre noi l’iniziativa. Il nemico non era mai riuscito nemmeno a prendere contatto con noi. Quando capitava in un luogo, magari dietro segnalazione di una spia, non trovava altro che le tracce del nostro passaggio e a volte neanche quelle perché avevamo a vuto tempo di distruggere ogni indizio. A volte si viveva tutti uniti in uno stesso luogo, altre volte la brigata si articolava in nuclei minori dislocati a una certa distanza tra loro e in contatto assiduo. Questa dislocazione permetteva una maggiore agilità di movimento. (…)
Il meccanismo da cui dipendevano le nostre possibilità di esistenza era delicatissimo, e dalla sua precisione tutto dipendeva, la vita e la morte.
I collegamenti tra la Valle Roya e le altre valli sono molto difficili. Il colle di Tenda è presidiato giorno e notte. Solo Natale, un uomo di mezza età, vestito da pastore riesce a portare una lettera a Nuto, cucendola nella parte interna della cintura. Egli arriva qualche giorno dopo da Nino con cattive notizie: da Radio Londra è stato richiesto a tutti i partigiani di nascondere le armi e di andarsene a casa, fino alla primavera del 1945 non ci sarebbe stato nulla da fare. A quella notizia un silenzio avvolge gli uomini seduti attorno alla stufa: tutti sanno che è impossibile resistere un intero inverno così numerosi su quelle inospitali montagne. Di lì a pochi giorni, si deciderà per un trasferimento della maggior parte del distaccamento nelle Langhe. Rimarranno sui monti solo gli abili sciatori di Limone

[…] Nei primi di gennaio del 1945, buona parte della “Brigata Valle Roya” segue l’esempio dei partigiani di altre valli e inizia la lunga marcia verso le Langhe. Nelle due valli di confine studiate non rimangono che i partigiani più radicati in zona, soli fino al giugno 1944 e nuovamente soli dalla fine del dicembre 1944. Il distaccamento di Peirafica (Valle Roya) viene lasciato nelle mani dell’ex brigadiere dei carabinieri Comino, che guida un gruppo di esperti sciatori, i quali mantengono i collegamenti con la Provenza oltrepassando il colle di
Tenda vestiti di bianco per mimetizzarsi sulla neve. L’esperienza vissuta a fianco di grandi comandanti ha insegnato ai giovani locali come deve
avvenire l’organizzazione logistica della banda. Essi, in minor numero, continuano a combattere sui monti fino alla liberazione, grazie alle munizioni e ai viveri mandati dai compagni dalle Langhe, che non li hanno certo dimenticati.
Nino si trova in collina con i vecchi amici di Paralup, Ivano e Luciano, seguiti da diversi robilantesi. Essi vengono inseriti in nuove brigate G.L. formatesi nelle Langhe. La vita del partigiano è differente in quest’area: dal gennaio [1945] sono i resistenti ad avere la meglio sui fascisti e sui tedeschi, ormai ufficiosamente sconfitti. I lanci degli alleati, tanto sognati da Don Audisio a Palanfrè, nelle Langhe sono all’ordine del giorno. Non mancano né munizioni, né esplosivi. Alcuni partigiani decidono di portare con loro persino le fidanzate, considerate più al sicuro nelle cascine delle Langhe che a casa propria. Enrico Giorgis infatti racconta della decisione di intraprendere il viaggio per la collina, ormai pressoché liberata, con Ines, staffetta partigiana, suo grande amore.
Personaggio emblematico, ricordato come un eroe in tutte le testimonianze dei
combattenti sulle colline è Lulù, francese di neanche vent’anni, che a diciassette faceva già parte dei maquisards; è stato poi catturato e portato in Italia.
Scappato da una prigione a Fossano, ora nelle Langhe combatte da solo contro
i tedeschi, che hanno sterminato la sua famiglia: il padre è stato deportato in Germania, la madre e la sorella trucidate davanti ai suoi occhi. Nessun tedesco riesce a fermare Lulù, che si burla dei reparti nemici parlando loro in perfetto tedesco.
Egli diventa un’ossessione per i comandi nazisti, disorientati dalla sua audacia che non conosce limiti. Solo la fatalità mette fine alla vita dell’eroe delle Langhe: vestito da hitleriano, viene ucciso con un colpo di fucile da un
membro della banda di Nino Monaco. Sara Giordano, PERCHÉ, PERCHÉ… PERCHÉ ERA LA GUERRA. Storia partigiana della Valle Vermenagna, Tesina di ricerca storica, Liceo Scientifico “G. Peano”, Cuneo, Anno Scolastico 2011-2012, Classe 5 C

Alla fine del 1944 i comandanti GL decisero di sfoltire le bande situate nelle valli: Gesso, Grana, Roia, Varaita e Vermenagna, trasferendone i reparti in pianura. Ritenevano infatti troppo rischioso affrontare un nuovo inverno di guerra in montagna, sia per le sistemazioni precarie delle bande, che per il reperimento dei viveri […] Gli uomini comandati da “Nino” Monaco, della Brigata valle Roia “Sandro Delmastropartirono da Casterino [oggi nel comune di Tenda, dipartimento francese delle Alpi Marittime] il 7 gennaio 1945, lasciando sul posto 15 uomini, abili sciatori affinché si occupassero di mantenere i collegamenti con la Francia. Il viaggio, particolarmente duro e costellato di scontri con le brigate nere, si concluse il 2 febbraio a Santo Stefano di Benevagienna. Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea di Cuneo

Addio valle Roja
Montagne di Val Roja
Valloni e valloncelli
Dove noi siam passati
Nei nostri giorni belli
I partigiani vanno
Seguendo il lor destin.
Addio bel Casterino
O dolce terra amica
Scendiamo verso il piano
Lasciando Pejrafica
Di questa cara terra
Giammai ci scorderem
Bei prati del Sabbione
Eccelsa Scandejera
Foste la nostra casa
Sulla montagna nera
Voi pure salutiamo
Colla speranza in cor
Addio bei laghi azzurri
Dai bei riflessi d’oro
Un canto di saluto
Vi diamo tutti in coro
Forse ci rivedremo
Nel tempo che verrà
Valloni di Val Roja
Dove noi siam passati
Che i rombi cupi al vento
avete riecheggiati
Tra i canti di vittoria
Un giorno tornerem
Addio belle ragazze
Di Mesce e Casterino
Ci avete reso liete
Le tappe del cammino
I vostri bei ricordi
Nel cuore porterem
Voi tutti amici cari
Amici che restate
Del partigiano alpino
Sempre vi ricordate
Un giorno assai più bello
Forse ci rivedrem.
Sull’aria di “Addio a Lugano”
Redazione, La seconda guerra mondiale e la Resistenza (1939-1945), ilDeposito.org – Canti di protesta politica e sociale

Il partigiano Tonino

[  Su queste colonne si é già parlato della missione di Robert Bentley, capitano dello SOE britannico, ufficiale alleato di collegamento con i partigiani della I^ Zona Operativa Liguria, sbarcato il 6 gennaio 1945 su una spiaggia dell’estremo ponente ligure  ]

Inediti documenti, provenienti dai National Archives di Londra (1) che riguardano l’arruolamento di agenti italiani per il Soe (Special Operations Executive) danno nuova luce alle fonti orali, raccolte in questi anni, rivelando una realtà variegata e complessa, in cui il coraggio e la diplomazia cementarono la lotta al nazifascismo, ma lasciarono emergere alcune ambiguità.  Marilena Vittone, “Neve” e gli altri. Missioni inglesi e Organizzazione Franchi a Crescentino, in “l’impegno”, n. 2, dicembre 2016, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia (1) L’Esecutivo Operazioni speciali [SOE] era un’organizzazione segreta inglese, nata nel 1940; in Italia operò dall’8 settembre 1943 con sabotaggi e incursioni dietro le linee tedesche. La rete di agenti sparsi in Europa era stata incaricata di sfruttare il ruolo dei gruppi di resistenza, presenti in ogni paese occupato, per favorire e coadiuvare le operazioni militari decise dall’Alto Comando interalleato. In Italia è nota con il nome di Number 1 Special Force e seguì le varie formazioni partigiane. 

Il tenente Antonio Capacchioni del gruppo Kahnemann veniva incaricato di preparare, in collaborazione con la S.A.P. di Vallecrosia, l’arrivo presso la Divisione Felice Cascione del capo della Missione alleata, il capitano inglese Robert Bentley.    Francesco Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. IV: Da Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2005

… Ripassai in Francia e studiai un piano per entrare in Italia via mare… i vostri uomini di Bordighera e Vallecrosia, Leo [Stefano Carabalona, già comandante dell’8° Distaccamento della IX^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Felice Cascione”, poi comandante di un Distaccamento della V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni”, infine comandante della Missione Militare (dei Partigiani Garibaldini) presso il Comando Alleato], Renzo Rossi, Rosina [Luciano Mannini], Caronte [detto anche Corsaro, Giulio Pedretti], Renzo Biancheri hanno seguito la stessa via numerose volte. Ad ogni modo presi contatto con Leo, che era appunto appena sbarcato in Francia in quel tempo, e poi con Kahnemann (Nuccia), il quale era pure passato [partendo con il suo gruppo da una spiaggia di Vallecrosia la notte del 14 dicembre 1944] a Nizza e mi posi immediatamente al lavoro. Tonino [Antonio Capacchioni], Mimmo [Domenico Dònesi] e Nino [Alberto Guglielmi] mi furono di grande ausilio durante la fase preparatoria. Le difficoltà di una traversata erano grandissime… decidemmo di inviare Nino perché preparasse il terreno… Nino venne tagliato fuori… Decidemmo di inviare Tonino…      capitano Robert Bentley in Mario Mascia, L’epopea dell’esercito scalzo, Ed. ALIS, 1946, ristampa del 1975 a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia

Quando le campane di Bordighera [(IM)] suonarono le 23.00, il 6 gennaio del 1945 il gruppo di sbarco composto dal caporale Mac Dougall, Mimmo [Domenico Dònesi], Nino [Alberto Guglielmi] e me, era riunito su di un battello pneumatico.  Avendo ricevuto dalla spiaggia il segnale di via libera, aiutati da Giulio [Giulio Corsaro/Caronte Pedretti, responsabile del gruppo clandestino di partigiani di Ventimiglia, operanti via mare con gli alleati nella Missione Corsaro] con il suo battello, ci dirigemmo verso la riva. Alle 23,45 scendemmo sulla spiaggia, non senza esserci bagnati un po’, poichè le onde si infrangevano sulla spiaggia. Dopo aver sgonfiato il battello per consentire a Giulio di riportarlo indietro, raggiungemmo la casamatta dove si supponeva di incontrare Tonino. Dopo aver aspettato 15 minuti senza aver avuto notizie di Tonino, decidemmo di muoverci verso la prima casa sicura, seguendo un sentiero sgomberato all’interno del campo minato (solo di rado abbastanza largo). Arrivammo alla casa alle ore 00.15 e trovammo Tonino che ci aspettava. Il pesante bagaglio venne nascosto e, dopo aver attraversato campi e steccati, la via principale e una buona parte di Bordighera [veramente si trattava di Vallecrosia] arrivammo alla casa di Bussi, dove trovammo rifugio per la notte.  Il 7 gennaio alle 8,15 iniziammo il nostro viaggio verso l’entroterra. Io e Tonino partimmo per primi, seguiti a 100 iarde dal caporale Mac Dougall e da Mimmo. Non avevamo ancora percorso che poche iarde lungo la strada che passammo vicino al primo tedesco, siccome il nostro aspetto non attirò la sua attenzione continuammo il nostro viaggio in qualche modo un po’ più fiduciosi. A metà strada sopra Vallecrosia fummo raggiunti dalla nostra guida che si dimostrò essere il nostro salvatore visto che solo 100 iarde dopo fummo fermati ad un posto di blocco, dove ci furono chiesti i  documenti. Mentre la guida mostrava i suoi e distraeva le sentinelle parlando del tempo, noi passammo tranquillamente oltre. Da lì in poi numerosi Gerrys [tedeschi] ci incrociarono facendosi gli affari loro e curandosi poco di noi. A Vallecrosia prendemmo la mulattiera per Negi [Frazione di Perinaldo (IM)] che raggiungemmo alle 03.30. L’8 gennaio alle 4 lasciammo Negi per salire a Monte Bignone…       così lasciò scritto Bentley in un documento autografo [Archivio Isrecim], pubblicato in Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia – Comune di Vallecrosia (IM) – Provincia di Imperia – Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM),  2007

[  Giuseppe Mac Fiorucci ritrovò e pubblicò in Op. cit. la copia incompleta, uno scritto autografo, della relazione sulla sua vicenda tra i partigiani e gli alleati, fatta in data sconosciuta da Tonino al Comando Partigiano: una relazione in cui Tonino descriveva sommariamente, iniziando dai suoi trascorsi militari come capitano della Regia Aeronautica, della sua fuga in Liguria, della sua iniziale adesione  ad una banda partigiana autonoma… più tardi vice comandante del distaccamento Peter. 8 settembre 1944 forte attacco tedesco a Seborga, con il conseguente sbandamento della banda… come già a novembre 1944 fosse arrivato in Francia… duri interrogatori da parte della polizia francese… per essere di supporto a molte iniziative combinate alleati-partigiani… mi offro volontario per essere sbarcato da solo nel Val Nervia per preparare la ricezione della missione alleata capeggiata dal cap. Bentley. Sbarcato alle 2 di notte da un motoscafo inglese… Più avanti il capitano Bentley, già arrivato tra i partigiani, affida a Capacchioni documenti relativi alle sue prime ricognizioni da mandare in Francia. Capacchioni parlava infine del suo arresto… all’altezza di Madonna della Villa mi fu intimato l’alt. Dopo aver fatto scivolare la busta di cellofan contenente i documenti nella neve che in quel punto giungeva all’altezza delle ginocchia; anzi, sulle seguenti sue parole si interrompe la memoria rinvenuta da Fiorucci… mi sono arreso a cinque tedeschi facenti parte della Marina da sbarco, e da loro fui portato a Baiardo e dopo un breve interrogatorio fui trasferito a Villa San Rocco allora sede del Comando SS con a capo il famigerato Reiter. Per un mese di seguito fui sottoposto a inauditi quanto crudeli interrogatori… di qui alla casa dello studente di Genova

Sull’arresto di Capacchioni Ernest Schifferegger, già SS ed interprete, dichiarò in un verbale di interrogatorio, confluito in un documento * del 2 giugno 1947 redatto dall’OSS statunitense, antenata della CIA, sia quanto risulta nell’immagine che precede sia: “dopo un periodo di circa 25 giorni alla villa [San Rocco di Sanremo] il Capacchioni, al quale non era stato possibile togliere una sola parola, fu inviato a Genova alla casa dello studente, che provvide a farlo internare in Germania. Come dice ora lui stesso, rimase al campo di Bolzano circa 4 mesi, indi sopraggiunse la liberazione e così poté tornare a casa”. * Ernest Schifferegger era un italiano altoatesino che in occasione del referendum del 1939 aveva optato, come tutti i membri della sua numerosa famiglia, per la nazionalità tedesca. Entrato nelle SS, operò – a suo dire – solo nella logistica, su diversi punti del fronte occidentale. Era, tuttavia, a Roma come interprete, quando partecipò al prelievo di un gruppo 25 prigionieri politici italiani condotti a morte nella strage delle Fosse Ardeatine. Fece in seguito l’interprete per i nazisti anche a Sanremo. La relazione dell’OSS riporta che alla data del 2 giugno 1947 Schifferegger era ancora in custodia alla Corte d’Assise Straordinaria di Sanremo  ]

Incontrai il capitano Gino

Uno scorcio di case Cristai-Peverei, in Negi, Frazione di Perinaldo (IM), località citata nelle vicende narrate in questo articolo
Uno scorcio di case Cristiai-Peverei, in Negi, Frazione di Perinaldo (IM), località citata nelle vicende narrate in questo articolo

Mio fratello Piero [nome di battaglia Pierino, citato da Don Allaria Olivieri anche in altre parti del libro qui sotto menzionato, ma già pure nel rapporto di G.K. Long, già documento segreto, riferito ad una parte della missione alleata “Flap“, missione che aveva avuto contatti anche con i partigiani combattenti in difesa della libera Repubblica Partigiana di Pigna (IM) ed i cui componenti riuscirono con l’aiuto dei patrioti del ponente ligure a rientrare, parte via montagna, parte via mare, nelle loro linee in Costa Azzurra ai primi di ottobre del 1944, accompagnati da ex prigionieri di guerra alleati] da oltre due mesi era in territorio francese. Con Gianni (Katiuscia) [Giovanni Leuzzi, anche Catuscia, commissario di Distaccamento], mio compagno a Pigna [(IM), Alta Val Nervia] e a Testa d’Alpe, decidemmo di  attraversare il fronte con una barca; trovai subito Bric Brac [Amilcare Allegretti], pescatore; la barca c’era, non era sua, ma la vendette come fosse stata di sua proprietà; pagai con quanto mi rimaneva. A sera nel magazzino, con la barca, trovammo dieci giovani  nascosti che volevano fuggire e chiesero di portarli con noi: ricordo fra questi il caro amico Giacomo Amalberti (Giacurè); non dicemmo di no.

Andammo in casa della famiglia di Pascalin [Pasquale Pirata Corradi], dove incontrai il capitano Gino *, tipo di  poche parole, bruno, forse un napoletano; portava con sé una borsa nera ri­gonfia che mai abbandonava; anche i miei genitori giunsero con le loro poche  cose. Improvvisamente giunse Scipio [Ernesto Crivelli, nato in provincia di Mantova, già marinaio della Regia Marina] da Mentone e appresi che viveva alla Villa Citroniers con mio fratello e Pascalin.Verso le 2 della notte, in dodici, sollevato il pesante gozzo, attraversata la strada assai ampia, usando lo scivolo in cemento, ci calammo sulla spiaggia e quindi in mare; avevamo due coppie di remi. La barca dopo una ventina di metri si riempì d’acqua perché era rimasta troppo in secca. Fu enorme fatica ricuperarla e nasconderla alla meglio contro il muraglione antisbarco: metà dell’equipaggio era fuggito. Con Bric Brac e suo nipote lavorammo tutta la notte per chiudere le fessure con stoppa e stucco.Verso le due di notte tentammo l’uscita in mare; eravamo in sei, la zona era pericolosa e percorsa da pattuglie di un reparto di bersaglieri repubblichini. Ci imbarcammo e ci allontanammo dalla spiaggia e presto ci rendemmo conto che l’acqua entrava; armati di due recipienti, riuscimmo a travasare l’acqua mentre un remo si ruppe.Con un mare non calmo ci portammo al largo per non essere intercettati da terra; superata la punta di Mortola, facemmo rotta a mezza costa tra Cap Martin e Mentone; notte calma senza spari, cupa. Verso Carnoles approdammo presso la Place d’Armes; attraversata la piazza saltellando per paura del terreno minato, cercammo di attrarre l’attenzione di una pattuglia di gendarmi; ci condussero al loro comando a fianco del ponte di Val Careï; eravamo fradici ed infreddoliti; ci fecero sedere sopra una panca in un ambiente freddo e ventilato in attesa della venuta del loro capo, che dopo alcune ore si presentò; ci accolse con un retorico sproloquio, condito di minacciose espressioni. Sperai che presto arrivasse alla fine del suo vano argomentare.

A sera apparve Pascalin, che aveva avuto ordini dal suo comandante Richard, e mi condusse con Gianni alla Villa Citronières [a Mentone], ove incontrai mio fratello Pierino, Scipio e il marsigliese Neron, tutti addetti al Service Renseignement Operation, Antenne de Menton.

Trascorsero alcuni giorni; una mattina si presentarono i gendarmi di Nizza che ci instradarono in Nizza; destinazione Hotel Trianon, oltre il ponte del Paillon.
[…]

Il loro interrogatorio-conversazione fu meticoloso; chiesero delle notizie circa le postazioni nemiche, dei campi minati, delle batterie di cannoni, dei depositi e di quanto potesse essere a nostra conoscenza, delle nostre azioni, quale distanza noi avevamo nei combattimenti contro i tedeschi e se la nostra formazione era di ispirazione comunista. Ci comunicarono che non erano autorizzati a prenderci in consegna per ragioni territoriali e perciò per alcuni giorni avevamo dovuto accettare di essere ospiti in una prigione francese. Seppi che i due ufficiali erano il cap. Lamb e il tenente Burton, che parlavano un corretto italiano.

[…] Gli ufficiali britannici non ci abbandonarono; dopo pochi giorni ci fecero trasferire nel braccio dei prigionieri militari; ci rifornivano di viveri e di sigarette  e continuarono a farlo per tutto il tempo che fummo ospitati presentandosi, a giorni alterni con un sacco di iuta ripieno di viveri; i secondini, in maggioranza corsi, divennero anch’essi gentili. In quei giorni fummo raggiunti da un altro ventimigliese, Pippo; in cella si creò un trio; Pippo parlava di Nettu [Ernesto Corradi] [C’è una riunione di capi partigiani: Ernesto Corradi è nominato capo banda e inviato al confine francese sul monte Grammondo… Giorgio Lavagna (Tigre), Dall’Arroscia alla Provenza Fazzoletti Garibaldini nella Resistenza, Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia – ed. Cav. A. Dominici – Oneglia – Imperia, 1982] e dell’in­fausto episodio tragico del Grammondo. Dopo una ventina di giorni ci libera­rono; ci portarono ai loro magazzini in St. Augustin in Nizza. Bagno, barbiere e D.D.T.; divisa completa, zaino, basco nero e il coltello di ordinanza. Da Nizza, attraverso il posto di blocco, controllato dalla F.M., che era poco prima del bivio di Cap Ferrat, ci inoltrammo nella penisoletta, rimanendo sul lato della baia di Villafranca.

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Da sinistra Villa Iberia e Villa Le Petit Rocher

La Villa Petit Rocher divenne il nostro nuovo indirizzo: aveva un porto sotterraneo con saracinesca, con molo privato, con due cabinati ormeggiati e due marinai della Royal Navy, che provvedevano alla manutenzione dei due battelli battenti bandiera britannica; c’era una costruzione di legno, tinteggiata di verde; qui noi ci esercitammo alla scuola di sabotaggio e altre cose concernenti la nostra nuova attività. Il tenente Burton provvedeva varie volte alla settimana ad impartirci lezioni riguardanti lo svolgimento del nostro impegno. […]

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Ampelio Elio Bregliano all’imbarcadero di Villa Le Petit Rocher

Giunsero da Bordighera Elio [Ampelio Bregliano], Luciano [Luciano Rosina Mannini] e Mimmo  [Domenico Dònesi] [ Mannini e Dònesi erano già passati una prima volta in Francia con la Missione Kahnemann, salpata da Vallecrosia la notte del 14 dicembre 1944. Bregliano non viene indicato come membro di tale Missione, ma in una sua testimonianza egli colloca in ogni caso il suo primo arrivo in Costa Azzurra a dicembre 1944]. Elio si fermò con noi e gli altri proseguirono per Nizza [Loi potrebbe, dunque, essersi riferito al mese di marzo 1945].

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Un documento O.S.S.

[…] Ogni tanto ispezione del comandante a Nizza, quale responsabile del settore: si chiamava magg. Bettes [invero, Betts, come si può notare dalla copia del documento sopra allegato], corpulento nella sua uniforme della RAF; con il suo seguito veniva a far visita alla piccola base.                                 Paolo Pollastro Loi, testimonianza raccolta da Don Nino Allaria Olivieri ** in Ventimiglia partigiana… in città, sui monti, nei lager 1943-1945, a cura del Comune di Ventimiglia, Tipolitografia Stalla, Albenga, 1999, ripubblicata in Quando fischiava il vento. Episodi di vita civile e partigiana nella Zona Intemelia, Alzani Editore – La Voce Intemelia – A.N.P.I. Sezione di Ventimiglia (IM), 2015

Un ufficiale americano di collegamento della Missione Alleata, di nome Harris Walker, abbattuto col suo apparecchio nel novembre del 1944 sopra Casale Monferrato, preso prigioniero e portato a Genova dai Tedeschi, riuscì a fuggire e dopo varie peripezie raggiunse in dicembre il 3° battaglione “C. Queirolo” comandato da “Gori” (V brigata) ove rimase fino alla Liberazione perché non si riuscì a trasportarlo in Francia,  come aveva ordinato il comandante “Vittò” [Giuseppe Vittorio Guglielmo] alla V brigata il 3 gennaio. (Lettera del 3.1.1945, prot. n. 496/F/6).                            Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, a cura dell’Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio Isrecim, Milanostampa Editore – Farigliano, 1977

[…] Il 3 Aprile 1945 improvvisi movimenti al Petit Rocher fecero supporre che qualcosa stava per accadere; di fatto un paio di jeep cariche di sacchi vennero sca­ricate nel cortile. La sera del 4 due vallecrosini: Renato [Dorgia] e Girò [Pietro Gerolamo Marcenaro] si uniscono a noi, indossando (loro!) uniformi inglesi; arriva anche lo stato maggiore: il Maggiore Betters della RAF ne è il capo; con lui il cap. Lamb e il ten. Burton; da Nizza, intanto giungeva il “Chris Craft“, un motoscafo molto veloce: era condotto da Jean di Monaco.
Caricammo il materiale e i battelli di gomma e, venuta la notte, con
Pippo mi accomodai sui sedili poppieri; un coro di saluti, strette di mani e in bocca al lupo.
Lasciammo
Elio [Ampelio Bregliano] e Gianni a guardia della “proprietà“. Con veloce navigazione, superati il Cap Ferrat e la punta di Mortola, si giunse in quel di Vallecrosia, nei paraggi del Seminario di Bordighera. Nessun segnale da terra. Motori al minimo, gonfiati i battelli e calati in mare, caricammo tutto il materiale e lentamente remammo verso riva. Approdammo e messi i battelli in secca ci coricammo sulla spiaggia; Renato [Dorgia] e un collega [Pietro Gerolamo Marcenaro] andarono alla ricerca di quelli che dovevano aspettarci e raggiuntili ci allontanammo dalla spiaggia; sentimmo il motoscafo che si portava verso il largo. Ci nascondemmo fuori Vallecrosia e il giorno dopo, 6 aprile [1945], si riprese la montagna: [passando per] Negi [Frazione di Perinaldo (IM)], sino a San Faustino [Molini di Triora (IM)] in valle Argentina. Nuova vita partigiana! Paolo Pollastro Loi, Op. cit.

Al Petit Rocher predisponemmo tutto sulla banchina per stivare il carico sul motoscafo che ci avrebbe riportato a Vallecrosia. Dovemmo anche imbarcare due agenti di Ventimiglia (Paolo Loi ed un altro che non ricordo), che aveano seguito un corso per sabotatori imparando a maneggiare l’esplosivo al plastico. Per fare posto ai due sabotatori, lasciammo a terra i viveri e il vestiario, imbarcando solo le armi e i medicinali, contro la volontà degli ufficiali inglesi. […] Arrivati al largo di Vallecrosia nessun segnale ma Girò [Gireu/Giraud, Pietro Gerolamo Marcenaro] mise ugualmente in acqua i due canotti e disse che per maggior sicurezza saremmo approdati nel tratto di spiaggia davanti alla sua abitazione. Era meno sorvegliato dai fascisti perché… minato [zona Rattaconigli al confine con Bordighera]. Come maggior sicurezza non era male! Ma Girò conosceva il posizionamento delle mine. Renato PlanciaDorgia in Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia <ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Comune di Vallecrosia (IM), Provincia di Imperia, Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM), 2007 >

9 aprile 1945 – Dal comando della V^ Brigata “Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione “Felice Cascione” al Comando Operativo della I^ Zona Liguria – Comunicava … l’arrivo di 2 garibaldini dalla Francia dove avevano seguito un corso d’istruzione come sabotatori; che questi garibaldini avevano preannunciato il prossimo invio di materiale bellico via mare da parte degli alleati… da documento Isrecim in Rocco Fava, di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio – 30 Aprile 1945) – Tomo II – Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia – Anno Accademico 1998 – 1999

* Luigi Gino Punzi, Medaglia d’Argento al Valore Militare, nato ad Acquafondata (Frosinone) nel 1917, già del 5° reggimento di artiglieria alpina, combattè nei Balcani.

  L’8 settembre 1943 colse Punzi nella IV^ armata italiana, presente nel sud-est della Francia. Probabilmente combattè in quei frangenti contro le occupanti truppe naziste e, benché ferito, riuscì a fuggire per unirsi in Costa Azzurra a costituende formazioni partigiane composte di francesi e di connazionali. Una testimonianza scritta, rilasciata in Imperia dal sottocitato Panascì alla fine della guerra, come riportato in Francesco Biga < Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria), Vol. III, Da settembre a fine anno 1944, ed. Amministrazione Provinciale di Imperia, Milanostampa, 1977>, lascia emergere che, arrestato a Ventimiglia (IM) nel dicembre 1943, il capitano aveva potuto esibire, per salvarsi, altresì aiutato in questo tentativo dall’interessamento inopinato degli agenti di polizia Antonino Panascì e Gaetano Iannacone, documenti rilasciatigli dal Comando di Milizia Confinaria; che era già attivo nel tentativo di creare una rete clandestina antifascista in provincia di Imperia; che aveva continuato ad operare nel mentovato senso nel ponente ligure, soprattutto tenendo contatti con il già rammentato Panascì. Punzi combatté, poi, valorosamente, alla fine di agosto 1944 con i partigiani francesi del Nizzardo per la liberazione di Peille e dintorni.   ]

Gli sbarchi si susseguirono con invio di armi e anche di agenti radiotelegrafisti per azioni di spionaggio. Tra queste operazioni vi fu la tragica “Operazione Leo”, a seguito della “Operazione Gino“, di cui non conosco i particolari, ma che mise a repentaglio tutta la nostra organizzazione.
Renato “Plancia” Dorgia in Giuseppe Mac Fiorucci, Op. cit.

<<<   Dal 21 al 24 agosto [1944] alcune pattuglie andarono in ricognizione tra il Col de Braus e il Col des Calmettes.  Esse riuscirono a rendersi conto che dei contingenti motorizzati di truppe tedesche stavano ripiegando su Sospel. Il 24 agosto, fu deciso che avrebbe avuto luogo un’azione militare contro queste truppe. Questa fu condotta dal capitano Gino [Punzi], al comando di un effettivo di 20 uomini… La posizione dell’imboscata fu decisa il 25 agosto, alle 4. Verso le 5, una colonna d’una dozzina di camion fu assaltata approfittando della sorpresa e della concentrazione dei fuochi.
Perdite importanti furono inflitte al nemico. I combattenti raggiunsero il campo di Peira-Cava la notte successiva… Dopo qualche giorno passato a Peira-Cava e Lucéram, dove Henri riorganizzò le Milizie Patriottiche locali perché garantissero la sicurezza, fu deciso di trasportare il campo vicino a La Turbie… le truppe tedesche, cacciate da Nizza per l’insurrezione del 28 agosto, ripiegarono sulle Cornici. I partigiani attraversarono Peille per attestarsi a La Turbie il 30 agosto… Alcuni gruppi di combattimento comandati da Arthur, Albert, Muntzer, Gino [Punzi], circondarono molte di queste postazioni e si impadronirono delle armi automatiche: una dozzina di tedeschi furono uccisi… L’insurrection de Peille: 15-20 août 1944   >>>

[ Ormai stabilmente operativo con l’O.S.S. americano a Villa Petit Rocher, in quel sito il capitano Punzi dovrebbe avere conosciuto Stefano Leo Carabalona, colà giunto (o ritornato) il 10 dicembre 1944 in qualità di responsabile (con vice Lolli, Giuseppe Longo) della Missione dei partigiani del ponente ligure presso il Comando Alleato.  ]

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… conobbe anche il capitano Gino Punzi [Ponzi nell’originale] un ufficiale italiano che aveva incontrato all’Hotel de Palmiers. Questi rapporti furono su base amichevole. Quando gli Alleati arrivarono nel sud della Francia, il soggetto accompagnò con la sua automobile Punzi in una località vicina a La Turbie confinante con la zona partigiana. Apprese dopo la liberazione che Punzi era morto vicino a Ventimiglia (vedere OSS SI-Nice Mission Eros-Gino) … 24. Capt. Gino PONZI: Subject met him at the Hotel de Palmiers. Later killed by … in Ventimiglia. (JRX-595, 635-A)… documento OSS, i servizi segreti statunitensi del tempo di guerra: il soggetto in questione, Karl Weilbacher, era un agente dell’Abwher tedesco, che dal 1925 aveva svolto diverse attività economiche in Sanremo (IM) e che era stato interrogato dopo il conflitto sui suoi più recenti trascorsi quale spia.

… Il 4 gennaio 1945 a Ventimiglia fu ucciso Gino Punzi, mentre cercava di effettuare una missione per i servizi di informazione alleati, quella che avrebbe poi riguardato il capitano Bentley… Pierre-Emmanuel Klingbeil, Le front oublié des Alpes-Maritimes (15 août 1944 – 2 mai 1945)

5 gennaio 1945 – … Nei giorni scorsi dicevano che alla Marina vi era stato un morto e che in un portone si vedevano delle macchie di sangue…  Caterina Gaggero Viale, Diario di Guerra della Zona Intemelia 1943-45, Edizioni Alzani, Pinerolo, 1988

… di essere venuto a conoscenza, subito dopo l’arresto dello Iannacone e dei Chiappa, precisamente dal figlio minore Aldo Chiappa, che il capitano Punzi era stato ucciso dal pescatore… di Ventimiglia, padre di una spia e spia delle SS di Sanremo, il primo arrestato e tradotto in Francia dallo Iannacone ed il secondo fu arrestato per ordine dello Iannacone stesso e messo a disposizione del Comando francese SROI di Sanremo, dipendente del servizio OSS americano. Antonino Panascì (documento Isrecim) in Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, ed. Amministrazione Provinciale di Imperia, Milanostampa, 1977


Riferirono [Renzo Stienca Rossi e Luciano Rosina Mannini] che ‘un agente locale di nome Gino era stato ucciso e trovato in possesso di appunti scritti con nomi di agenti e ubicazione di rifugi nell’area di Bordighera’ e che questo fatto spiegava iltradimento’ di Irene. Sir Brooks Richards, Secret Flotillas, Vol. II, Paperback, 2013

<1 gennaio 1945 – Dal Comando Operativo della I^ Zona Liguria, prot. n° 44, al comando della II^ Divisione “Felice Cascione” – Veniva richieste informazioni sul capitano Gino, [Luigi Punzi], che affermava di fare parte della Missione Alleata.  
<11 gennaio 1945 –  Dal C.L.N.  di Sanremo (IM), prot. N° 200/CL, al comando della II^ Divisione – In risposta ad un quesito del 28 dicembre 1944 inerente il cap. Gino, [Luigi Punzi], si precisava che non risultava avesse mai operato nel circondario di Sanremo. 

da documenti Isrecim in Rocco Fava, Op. cit.

Senza data – Testimonianza sul capitano Gino della missione alleata, che aveva fatto da collegamento anche con i maquisard francesi, in cui si sosteneva che il capitano Gino era stato attirato in un tranello ed ucciso dai tedeschi il 6 gennaio 1945 [in effetti il capitano Punzi venne ucciso il 4 gennaio a Marina San Giuseppe di Ventimiglia].  da documento dell’Archivio del Comune di Sanremo (IM) in Rocco Fava, Op. cit.

** Don Antonio Allaria Olivieri “Poggio“, nato ad Andagna, Frazione di Molini di Triora  (IM), il 19.11.1923. Nel 1943, ventenne, studente di teologia presso il Seminario di Bordighera. Nel mese di ottobre, rifiutato l’arruolamento nella Repubblica di Salò, in montagna. Con lo pseudonimo di “Poggio”, nella formazione di Guglielmo Vittorio “Vitò” presso Loreto di Triora. Incorporato nelle formazioni garibaldine con prevalenti compiti di staffetta e servizio informazioni. Il 25 maggio 1944 arrestato ad Andagna nel corso di un rastrellamento. Riuscito a fuggire grazie alla complicità di un soldato austriaco, tornato al Distaccamento. Il 18.6.1944 partecipe della battaglia di Carpenosa che vide la liquidazione del presidio tedesco. Il 25 Aprile 1945 a Sanremo con il I° Battaglione “Mario Bini” della V^ Brigata “Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione “Felice Cascione” comandato da Vincenzo Orengo “Figaro”. da Vittorio Detassis su  Isrecim

Il partigiano Nino e la missione Bentley

Vallecrosia Alta
Vallecrosia Alta

[…] A tal fine, la  N. 1 Special Force, la sezione italiana del SOE, organizzò l’invio di una missione, comandata dal capitano Robert C. Bentley, denominata “Saki”, che dal confine francese si sarebbe portata nella provincia di Imperia. Bentley avrebbe studiato la possibilità di approvvigionamenti alle forze partigiane via mare, e avrebbe cercato di collegarsi con la missione “Flap che era già operativa nel Piemonte meridionale e al confine con la  provincia di Savona. Dopo una ulteriore missione, denominata “Clarion”, comandata dal maggiore Duncan Lorne Campbell, sarebbe stata paracadutata per svolgere compiti di collegamento nella zona montagnosa a sud delle Langhe, egli avrebbe preso il comando del personale britannico nelle province di Imperia e Savona. […] Inizialmente la missione doveva essere paracadutata nella zona di Cuneo dove sarebbe stata contattata dal maggiore Temple della missione “Flap”, e successivamente avrebbe preso contatto con la 2° Divisione Ligure a nord di Imperia. La missione Flap era in contatto con le formazioni autonome del Maggiore Enrico Martini “Mauri” dell’Esercito di Liberazione  Nazionale. […] Il vice comandante sarebbe stato il capitano Bentley, ma la missione Clarion  non iniziò come previsto. Nelle istruzioni operative  della missione “Saki” del capitano Bentley, redatte un mese dopo, il 30 ottobre 1944, troviamo che la sua missione sarebbe arrivata via mare, avrebbe raggiunto le formazioni garibaldine della Div. “Cascione” sulle montagne imperiesi e solo dopo il suo insediamento sarebbe stata paracadutata la missione Clarion del maggiore Campbell. Al suo arrivo Bentley avrebbe lasciato il comando della missione a Campbell. Ma anche la missione Saki  non ebbe luogo secondo quanto pianificato  per le cattive condizioni climatiche. La missione Clarion venne paracadutata l’8 dicembre 1944: era composta dal maggiore Campbell, dal capitano Irving-Bell, dal tenente Clark e da due operatori radio.          Antonio Martino, La missione alleata “Indelible” nella II^ Zona Operativa savonese, pubblicato su Storia e Memoria, rivista dell’Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell’età contemporanea di Genova, 2011-1

  La testimonianza che qui segue concerne lo sbarco clandestino di Robert Bentley, capitano del SOE britannico, incaricato della missione alleata di collegamento con i partigiani della I^ Zona Operativa Liguria, sbarco avvenuto la sera del 6 gennaio 1945 su una spiaggia dell’estremo ponente ligure. Un’azione perfezionata da parte del comando partigiano e degli alleati anche con la Missione Kahneman, salpata da Vallecrosia (IM) il 14 dicembre 1944. Della Missione Kahneman facevano parte anche Alberto Nino Guglielmi e Domenico Mimmo Dònesi. Raggiunti gli alleati, Mimmo e Nino furono ingaggiati dai servizi inglesi, sottoposti ad un breve addestramento e preparati alla missione di invio di Bentley. Dopo Natale 1944 Nino, preceduto per l’assolvimento di altre incombenze logistiche da Antonio Tonino Capacchioni, fu inviato a preparare lo sbarco di Bentley.  ]

… Il giorno dopo papà nascose in un altro nascondiglio la radio. Venne la polizia, che rovistò dappertutto, ma fu facile dire che non sapevamo niente della radio e che non sapevamo dove Nino [il fratello Alberto Guglielmi] fosse fuggito (forse con la radio stessa).
Aumentarono le nostre visite alla casa sulla costa [nella zona a mare di Camporosso (IM)]. Accompagnavo mio padre con in braccio mio fratellino Bruno per rendere più facile il passaggio al posto di blocco all’altezza della caserma Bevilacqua di Vallecrosia (IM). Sorpassavamo di lato la sbarra e i tedeschi e i fascisti di guardia ci salutavano dalla guardiola. A volte trascinavamo il carretto con sopra le ceste dei fiori. A Vallecrosia Alta coltivavamo un piccola piantagione di garofani. Spesse volte tra i garofani mio padre nascondeva casse che nottetempo erano sbarcate sulla costa.
Compresi che quando era in previsione uno sbarco pernottavamo al mare a dispetto dei cannoneggiamenti da Monte Agel, e al mattino ritornavamo ripetendo la manfrina delle ceste dei garofani invenduti al mercato. Da quei giorni nella cantina della casa al mare furono custodite anche strane casse.
Sono certa che sbarcarono o si imbarcarono anche altri soldati alleati. In particolare ricordo che prima di Natale del 1944 una notte riapparve Nino accompagnato da un uomo alto, biondo come uno svedese e due baffoni. Erano appena sbarcati dalla barca, perché i pantaloni erano bagnati, e avevano anche diverse casse che nascosero in cantina e che vennero recuperate nei giorni successivi dagli amici di Nino: Achille [“Andrea” Lamberti,  comandante del distaccamento S.A.P. di Vallecrosia (IM)], Lotti [Aldo Levis Lotti, commissario del distaccamento S.A.P.] e altri. Ancora a notte partirono per Negi.

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La zona vicino al mare in cui abitava la famiglia Guglielmi

[La missione via mare di Bentley riuscì ad infiltrarsi nella notte del 6-7 gennaio 1945, dopo otto tentativi di sbarco, sulla spiaggia nei pressi di Bordighera …
Antonio Martino, La missione alleata “Indelible” nella II^ Zona Operativa savonese, pubblicato su Storia e Memoria, rivista dell’Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell’età contemporanea di Genova, 2011-1 >>>]

La notte della Epifania [del 1945] riapparve mio fratello Nino con “Mimmo” [Domenico Dònesi] e un ufficiale inglese [il capitano Robert Bentley, inglese, che doveva assumere per l’appunto l’incarico del collegamento degli Alleati con la I^ Zona Partigiana Liguria], bagnato fradicio, che era evidentemente appena sbarcato. Sistemarono delle casse in cantina, poi si incamminarono di nuovo… L’indomani di buona ora con mio padre e mio fratellino Bruno ci incamminammo per Vallecrosia Alta. Era una strana carovana che procedeva dalla costa verso la collina di Santa Croce fino all’attuale via Orazio Raimondo. Io, mio padre con mio fratellino sulle spalle e un carretto con delle ceste di fiori all’interno delle quali forse era nascosta una radio ricetrasmittente o altre casse, procedemmo  lungo la via provinciale per passare il posto di blocco. Ampeglio “Elio” Bregliano, Mimmo, Nino, il capitano Bentley e Mac, il marconista, lungo il versante della collina, nascosti tra i pini e sotto i pergolati delle coltivazioni di verde ornamentale proprio dietro la caserma Bevilacqua lungo il sentiero del Nespolo. Davanti e dietro altri partigiani. All’altezza del cimitero di Vallecrosia incontrammo Achille Lamberti [nome di battaglia Andrea, comandante del distaccamento S.A.P. di Vallecrosia], e Lotti [Aldo Levis Lotti, comandante del distaccamento S.A.P. di Vallecrosia], che avevano fatto da staffetta e portato un po’ di pane. Arrivò anche Eraldo [nome di battaglia Mura] Fullone con un carro e una mula per caricare le ceste di fiori. Con mio padre e Bruno mi fermai a casa a Vallecrosia Alta. Nino, Mimmo, Elio e gli inglesi procedettero fino a Soldano (IM) con Lotti, Achille e Eraldo che li precedevano di vedetta contro eventuali incontri di tedeschi […] Il 10 gennaio 1945 nella chiesa parrocchiale venne officiata la Santa Messa dell’anniversario della morte di mia madre. A cerimonia appena iniziata apparve Nino, il quale si sedette qualche banco davanti a me. Dal mio posto ad un tratto vidi una donna, che era dietro di lui e che non riconobbi, toccare lievemente Nino sulla schiena. Come fosse un segnale convenuto, senza voltarsi, mio fratello si alzò e si allontanò confondendosi tra la gente: fu l’ultima volta che vidi mio fratello. La mattina del 25 gennaio 1945 mio padre arrivò trafelato a casa, ordinandomi di vestire di corsa Bruno e di prendere un po’ di vestiario. Ci imbacuccammo con ogni possibile indumento e di fretta uscimmo dal paese verso la collina. Camminammo fino ai Negi, dove sostammo a casa di una conoscente. Ci aspettavano Elio e Mimmo.  A sera ci incamminammo per raggiungere la spiaggia di Vallecrosia. Traversammo una piantagione di limoni: mio padre, Elio e Mimmo si riempirono le tasche di limoni. Faceva freddo, molto freddo. Al mare ci aspettava una barca. Il mare era mosso e ci vollero tutta l’esperienza e l’abilità di mio padre per governare la barca. Il vento ogni tanto ci spruzzava sul volto la spuma delle onde. Mentre stringevo Bruno dicendogli di non aver paura, Mimmo e Elio divorarono tutti i limoni nel vano tentativo di sottrarsi al mal di mare. Giungemmo a Monaco e gli alleati ci soccorsero. Dapprima fummo ospitati a Nizza da parenti, poi preferimmo stabilirci a Beausoleil.
Mimmo venne sovente a trovarci portandoci qualche genere di conforto.
Il 26 aprile 1945 mio padre decise di ritornare a Vallecrosia.
Giunti a Ponte San Luigi, non ci lasciarono rientrare in Italia. Non avevamo documenti!
Come facevamo ad avere documenti se eravamo fuggiti clandestini?
La guerra era appena finita e la burocrazia ottusa già manifestava tutta la sua forza.
Ritornammo a Beausoleil e mio padre affermò “Ritorniamo in Italia come ne siamo scappati”.
Un suo amico pescatore di Monaco, forse anche lui contrabbandiere, gli mise a disposizione una barca e la notte del 27 ci imbarcammo per ritornare in Italia.
Sbarcammo clandestini come clandestini eravamo partiti. Sebbene la guerra fosse finita non avevo notizie di Nino. Fu allora che alle mie pressanti richieste mio padre mi mise al corrente che Nino era morto il 20 gennaio. Fu ammazzato a Baiardo (IM), sulla strada per Vignai. [La documentazione ufficiale indica che Alberto Nino Guglielmi venne fucilato dai tedeschi a Sella Carpe di Baiardo (IM) il 18 gennaio 1945]. Riuscii ad andare a Baiardo accompagnata dalla mia amica Manon per cercare dove fosse sepolto Nino… Emilia Guglielmi in Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia <ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia – Comune di Vallecrosia (IM) – Provincia di Imperia – Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM) >, 2007

La mattina del 18 gennaio 1945 mentre eseguivano una missione di trasporto lungo la strada che da Vignai porta a Passo Ghimbegna, all’altezza del bivio per Monte Ceppo, Nino e Mimmo vennero intercettati da militi della RSI. Nino venne ferito, fatto prigioniero e quindi trucidato.  Mimmo riuscì a fuggire e avvisò la famiglia di Nino che abitava, sfollata, a Vallecrosia Alta. Nell’attesa che i partigiani di Vallecrosia, il Gruppo Sbarchi, preparasse un’imbarcazione, Mimmo, l’anziano padre di Nino, la sorella diciottenne Emilia e il fratellino Bruno di 4 anni si nascosero a Negi, Frazione di Perinaldo, sfuggendo ai fascisti che li ricercavano. La notte del 25 gennaio del 1945 la famiglia di Nino fu portata in salvo con una barca a remi da Mimmo ed Ampelio Elio Bregliano. Raggiunsero la costa di Beausoleil e Mimmo ritornò al comando alleato a Nizza; per alcune volte incontrò ancora Emilia, poi un giorno dei primi di aprile del ’45 gli alleati decisero che aveva dato abbastanza e lo rimpatriarono nella Napoli liberata.
appunti inediti di Giuseppe Mac Fiorucci, per Op. cit.

 

Tra quei giovani credo ci fosse anche Italo Calvino

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Uno scorcio di case Cristai-Peverei, in Negi, Frazione di Perinaldo (IM)

[  A metà dicembre del 1944 vennero ufficializzati i rapporti tra i partigiani del ponente ligure con gli alleati, ormai attestati sul vecchio confine italo francese. Due gruppi italiani operavano clandestinamente via mare sotto la responsabilità di Stefano Leo Carabalona. Di quello di Vallecrosia, Gruppo Sbarchi, faceva parte Renato Dorgia, l’estensore della presente testimonianza  ]

Trascorso il plenilunio, la notte del 14 [dicembre 1944] partiva con un’altra barca anche il partigiano dott. Kahneman (Nuccia) con la pianta di tutte le postazioni tedesche del primo schieramento costiero e le coordinate delle principali fortificazioni, ricevute a Coldirodi [Frazione di Sanremo (IM)] da un incaricato della Divisione Felice Cascione. Su interessamento del comando della I^ Brigata Silvano Belgrano [che faceva ancora parte della II^ Divisione “Felice Cascione”, non ancora della “Silvio Bonfante”], rientravano dal Piemonte nella prima decade di novembre e, con l’aiuto di Corsaro [Giulio Pedretti], dopo qualche giorno  seguivano Nuccia verso la Francia anche due soldati R.T. americani, fuggiti ai tedeschi in Alta Italia, con il compito di sollecitare presso il Comando alleato l’invio di apparecchi radio ricetrasmittenti. Il tenente Antonio Capacchioni del gruppo Kanhemann veniva incaricato di preparare, in collaborazione con la S.A.P. di Vallecrosia, l’arrivo presso la Divisione Felice Cascione del capo della Missione alleata, il capitano inglese Robert Bentley. L’insieme degli uomini addetti al raggruppamento sbarchi e imbarchi, forniti quasi tutti dalla S.A.P. di Vallecrosia, comandati dal garibaldino Renzo Rossi di Bordighera e dal commissario Gerolamo Marcenaro di Vallecrosia, tra gli altri comprendeva i garibaldini Achille Andrea Lamberti [comandante del distaccamento S.A.P. di Vallecrosia], Vittorio Lotti [in effetti Aldo Levis Lotti, commissario del distaccamento S.A.P. di Vallecrosia], Renato Plancia Dorgia, Ezio Amalberti, Vincenzo Biamonti, Irene Anselmi, Eraldo [Mura] Fullone… Salvatore Marchesi [Turi Salibra Salvamar], Angelo Mariani [Athos], Luciano Mannini (Rosina), Renzo Biancheri [dai compagni di lotta ricordato sempre nelle testimonianze da loro rese come Rensu u Longu, mentre il nome di battaglia era Gianni], fino a raggiungere una forza di una ventina di uomini che funzionavano a pieno ritmo.
Francesco Biga, (con la collaborazione di Osvaldo Contestabile), Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. IV: Da Gennaio 1945 alla Liberazione, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, 2005

Le prime voci di antifascismo a Vallecrosia (IM) si ebbero nel 1940/41 da parte di Achille [Lamberti “Andrea”], di Francesco “Cè” Garini , di [Pietro Gerolamo Marcenaro] “Girò” [o “Gireu”], di Aldo Lotti e di altri.    Un antifascismo molto riservato, anche perché le ritorsioni erano molto dure, come nel caso di Alipio Amalberti * , zio materno di Girò, che per aver gridato in un bar di Vallecrosia “Viva la Francia” venne dapprima schedato e successivamente costantemente perseguitato, fino a essere fucilato per ritorsione dopo essere stato preso come ostaggio. Sono nato nel 1925 e nel 1943 ero uno studente, che frequentava con profitto il liceo classico di Sanremo, sempre promosso e anche un po’ imbevuto di fanatismo fascista, specialmente dopo la guerra di Spagna. A causa della propaganda di allora parteggiavo per i franchisti. […] Ero renitente alla leva, ma non c’era ancora una resistenza organizzata. Per evitare di farmi catturare, mio padre mi nascose da parenti di mia madre a Isola del Cantone, in provincia di Genova. Venni dichiarato disertore e fui condannato a morte con sentenza del tribunale di Sanremo in data 28 febbraio 1944. Per i disertori la pena comminata dalla Repubblica Sociale di Salò era, infatti, la fucilazione immediata.
La mia permanenza a Isola del Cantone era dunque pericolosa per me e per i miei parenti.
Approfittando del bando che sospendeva la fucilazione per i disertori che si fossero presentati spontaneamente all’arruolamento, mio padre mi venne a prendere e col treno ritornai con lui fino ad Arma di Taggia
[Taggia (IM)], poi da Arma a Vallecrosia in bicicletta, fortunatamente senza essere mai fermati. Nel frattempo Girò, Achille Lamberti ed altri avevano organizzato un principio di Resistenza.
Attraverso mio padre, presi contatto con loro e assieme ci demmo alla macchia.
Achille Lamberti,
Garini, Girò Marcenaro, Aldo Lotti, Nello Moro e io partimmo per il punto di raduno a Langan.
Poco pratici, percorremmo il tragitto più lungo e impervio dove Girò dimostrò tutta la sua volontà: per una malformazione camminava con difficoltà e meno agevolmente di noi, ma non si arrese.
In località San Martino di Soldano (IM) ci unimmo ad un gruppo di studenti di Sanremo che il C.L.N. aveva indirizzato verso noi per raggiungere Langan
[Località di Castelvittorio (IM)]. Tra quei giovani credo ci fosse anche Italo Calvino [di lì a breve tra i redattori del giornale “Il Garibaldino”, stampato a Realdo, Frazione di Triora (IM), di cui furono creatori ed animatori Fragola Doria ([Armando Izzo) e Silla, Ferdinando Peitavino, di Isolabona (IM), quest’ultimo in seguito, da fine gennaio 1945, vice commissario politico della II^ Divisione “Felice Cascione”]. Non ne sono sicuro, ma dalle fotografie dello scrittore viste nel dopoguerra sono certo di aver riconosciuto un compagno con i quali trascorsi a Carmo Langan [località di Castelvittorio (IM)] i miei primi giorni da partigiano.
Quando giungemmo sopra Castelvittorio (IM), ci venne incontro un partigiano, un militare unitosi alla resistenza dopo l’8 settembre 1943, tale Iezzoni “
Argo[Altorino Iezzoni, nato ad Atri (TE), il 26/04/1914, già caporale del Regio Esercito, commissario di Distaccamento della neoformata (il 20 giugno) IX^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Felice Cascione”], che ci accompagnò fino a Langan, dove c’era il “quartier generale” e dove si concentravano tutti i neo-partigiani.
Salutandoci, il partigiano Iezzoni ci disse che l’indomani probabilmente sarebbero sbarcati gli alleati.  Sarebbe stato, invece, il giorno della da noi famosa “notte dei bengala” del 21 giugno del 1944, quando tutti credevano e speravano nello sbarco degli alleati e invece ci fu solo un grande bombardamento.
Otto giorni dopo [il 27 giugno 1944]Argo” moriva in un’operazione a Baiardo (IM).
Fu il primo schiaffo che ricevetti dalla realtà della mia guerra di partigiano.
Fummo segnati su un grosso registro e arruolati al comando di Vittò
[anche Vitò e Ivano, nomi di battaglia di Vittorio Giuseppe Guglielmo, dal 7 luglio 1944 comandante della V^ Brigata d’assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni”, dal 19 dicembre 1944  comandante della II^ Divisione “Felice Cascione”].
Girò mi attribuì il “nome di battaglia” di “Riccardo“, da Riccardo Cuor di Leone. In realtà non mi sono mai sentito tale.
Restammo a Langan un paio di giorni e depositammo le armi che ci eravamo procurati a Vallecrosia, tanto avevamo possibilità di averne altre, recuperandole tra quelle nelle caserme abbandonate o gettate dai soldati dell’armata italiana in rotta dal fronte francese dopo l’8 settembre. 
[…] Le merci sbarcate venivano nascoste e successivamente trasportate a Negi e consegnate ai garibaldini di “Curto” e Gino Napolitano. Sovente ero incaricato del trasporto a Negi. Tra gli altri carichi ricordo una macchina da scrivere. Era pesante, pesava quanto un mortaio; ricordo che, nella fatica, dovetti sforzarmi non poco per convincermi che per vincere la guerra fosse necessaria anche una macchina da scrivere e superare la tentazione di buttarla in una scarpata.
Chi dirigeva tutte le operazioni era Renzo Rossi “Rensu u Curtu” per distinguerlo da Renzo Biancheri “U Longu”. Il comando alleato aveva deciso già nel settembre ’44 di inviare presso le formazioni partigiane ufficiali-istruttori e di collegamento.
[…] Con lo sbarco [6 gennaio 1945] del capitano Bentley [ufficiale del SOE britannico, incaricato del Comando Alleato presso il comando partigiano della I^ Zona Liguria] si strinsero ancor più i rapporti tra il Gruppo Sbarchi di Vallecrosia e il gruppo di “Leo” Carabalona, del quale faceva parte Giulio Corsaro Pedretti, che per primi avevano preso contatto con le forze alleate. Gli sbarchi si susseguirono con invio di armi e anche di agenti radiotelegrafisti per azioni di spionaggio. […] L’organizzazione dell’Operazione Sbarchi non fu cosa semplice. Bisognò innanzitutto trovare natanti idonei a raggiungere la costa francese per le necessità di trasporto dall’Italia alla Francia; in senso inverso provvedevano gli alleati con potenti motoscafi pilotati da Pedretti […] La base alleata in Francia era a Saint Jean Cap Ferrat, nella baia di Villafranca, nella villa Le Petit Rocher.
Da Vallecrosia si partiva, naturalmente di notte, e si raggiungeva il porto di Montecarlo, facilmente individuabile perché l’unico illuminato.
All’ingresso del porto una vedetta intimava l’alt e accompagnava il natante all’approdo sotto stretta sorveglianza.
Qui l’equipaggio forniva alle sentinelle alleate del porto di Monaco solo un numero di telefono o di codice e il nome dell’ufficiale dell’Intelligence Service. […] Per me era la prima volta, mentre per gli altri si trattava dell’ennesima traversata.
Fummo accolti dal capitano Lamb, che ci condusse a Le Petit Rocher. Ci diede qualche istruzione, tra le quali ricordo che, alla mia richiesta di una qualche sorta di documento, ci disse che a eventuali controlli dovevamo solo rispondere che eravamo maltesi e di riferire il suo nome, capitano Lamb con il numero di riconoscimento.
Mettendo mano al portafoglio, Lamb cominciò a distribuire una banconota da 500 franchi. La sua intenzione era di consegnarne una per ognuno di noi, ma Renzo Rossi, intascata la prima banconota ringraziò dicendo che 500 franchi bastavano per tutti.
Il capitano, sorpreso, ci fissò negli occhi uno per uno e domandò:
“Ma voi siete proprio Italiani?”.
Scoppiò poi a ridere, ma, per un attimo, vidi nel suo sguardo il sospetto che fossimo sabotatori. […] Nei giorni successivi ci portarono nei pressi dell’aeroporto di Nizza.
In un capannone erano accatastate una quantità notevole di mitragliatrici italiane Breda nuove e imballate. Evidentemente preda di guerra dell’avanzata alleata su Nizza nell’agosto del 1944.
Ma perché non le avevano fornite a noi già l’anno prima?
Prelevammo armi, viveri, vestiario e materiale sanitario.
Al Petit Rocher predisponemmo tutto sulla banchina per stivare il carico sul motoscafo che ci avrebbe riportato a Vallecrosia.
Dovemmo imbarcare anche due agenti di Ventimiglia, (Paolo Loi e un altro che non ricordo), che avevano seguito un corso di sabotatori imparando a maneggiare l’esplosivo al plastico.
Per far posto ai due sabotatori, lasciammo a terra i viveri e il vestiario imbarcando solo le armi e i medicinali, contro la volontà degli ufficiali inglesi.
Ricevemmo la direttiva di annullare lo sbarco se non avessimo avvistato da terra il segnale di riconoscimento.
Arrivati al largo di Vallecrosia, nessun segnale, ma Girò mise ugualmente in acqua i due canotti e disse che, per maggior sicurezza, saremmo approdati nel tratto di spiaggia davanti alla sua abitazione.
Era meno sorvegliato dai fascisti perché … minato.
Come “maggior sicurezza” non era male!
Ma Girò conosceva il posizionamento delle mine. Il canotto con i due sabotatori approdò sulla spiaggia più verso Bordighera, forse non si fidavano a seguirei o volevano mantenersi una probabilità di fuga in caso fossimo stati accolti dai nazifascisti.
Solo più tardi ci vennero incontro camminando sulla battigia per paura delle mine. Per un attimo tememmo si trattasse di una pattuglia nemica.
Con estrema cautela Girò ci guidò nel sentiero minato fino a casa sua.
Portammo le armi a Negi come le altre volte, rifornendo le brigate Garibaldine.

Renato Plancia Dorgia  in Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia <ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia – Comune di Vallecrosia (IM) – Provincia di Imperia – Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM)>

4 aprile 1945 – Dal Quartiere Generale rappresentante dell’Alto Comando Alleato al commissario Orsini [Agostino Bramè, commissario politico della V^ Brigata “Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione d’Assalto Garibaldi “Felice Cascione”] – Veniva conferito incarico al commissario in indirizzo di avvisare i responsabili della ricezione degli sbarchi di iniziare le segnalazioni alle ore 23.15 del giorno 4 stesso per i 5 giorni successivi, mentre dal giorno 10 al giorno 12  dovevano iniziare alle ore 24.  L’intervallo tra una segnalazione e l’altra doveva essere di 5 minuti.  Si richiedevano chiarimenti sulla lettera del 29 marzo con la quale era stato comunicato che i tedeschi erano a conoscenza del punto di sbarco.

7 aprile 1945Dal Comando della I^ Zona Operativa Liguria a Orsini [Agostino Bramè, commissario politico della V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione “Felice Cascione“] – Venivano chiesti, dietro protesta del capitano Roberta [Robert Bentley, ufficiale alleato di collegamento], chiarimenti circa la distribuzione di armi arrivate in tre differenti sbarchi, circostanze sulle quali non erano state fatte le dovute relazioni.

9 aprile 1945 – Dal comando della V^ Brigata  al Comando della I^ Zona Operativa Liguria – Riferiva che “… sono giunti 2 garibaldini dalla Francia che hanno colà seguito un periodo di istruzione e che hanno preannunciato un prossimo arrivo di materiale bellico...”

da documenti Isrecim in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio / 30 Aprile 1945), Tomo II, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia, Anno Accademico 1998/1999
 * Alipio Amalberti nato a Soldano l'11 febbraio 1901... Già nelle giornate che seguirono l’8 settembre metteva in piedi un’organizzazione per finanziare ed armare i gruppi che si stavano formando in montagna [a Baiardo] insieme a Renato Brunati [di Bordighera, fucilato dalle SS il 19 maggio 1944 sul Turchino] e Lina Meiffret [proprietaria di una villa poco fuori Baiardo, punto di riferimento e talora rifugio di quella piccola banda, venne deportata pochi mesi dopo in un campo di concentramento in Germania, da cui tornò fortemente provata, ma salva]. Arrestato il 24 maggio 1944 <a Vallecrosia> e tenuto come ostaggio, in quanto segnalato più volte come sovversivo, venne fucilato a Badalucco il 5 giugno 1944 come ritorsione ad un'azione del distaccamento di Artù <Arturo Secondo> compiuta il 31 maggio. Giorgio Caudano

[…] Il 3 Aprile 1945 improvvisi movimenti al Petit Rocher fecero supporre che qualcosa stava per accadere; di fatto un paio di jeep cariche di sacchi vennero sca­ricate nel cortile. La sera del 4 due vallecrosini: Renato [Dorgia] e Girò [Pietro Gerolamo Marcenaro] si uniscono a noi, indossando (loro!) uniformi inglesi; arriva anche lo stato maggiore: il Maggiore Betters della RAF ne è il capo; con lui il cap. Lamb e il ten. Burton; da Nizza, intanto giungeva il “Chris Craft“, un motoscafo molto veloce: era condotto da Jean di Monaco.
Caricammo il materiale e i battelli di gomma e, venuta la notte, con
Pippo mi accomodai sui sedili poppieri; un coro di saluti, strette di mani e in bocca al lupo.
Lasciammo
Elio [Ampelio Bregliano] e Gianni a guardia della “proprietà“. Con veloce navigazione, superati il Cap Ferrat e la punta di Mortola, si giunse in quel di Vallecrosia, nei paraggi del Seminario di Bordighera. Nessun segnale da terra. Motori al minimo, gonfiati i battelli e calati in mare, caricammo tutto il materiale e lentamente remammo verso riva. Approdammo e messi i battelli in secca ci coricammo sulla spiaggia; Renato [Dorgia] e un collega [Pietro Gerolamo Marcenaro] andarono alla ricerca di quelli che dovevano aspettarci e raggiuntili ci allontanammo dalla spiaggia; sentimmo il motoscafo che si portava verso il largo. Ci nascondemmo fuori Vallecrosia e il giorno dopo, 6 aprile [1945], si riprese la montagna: [passando per] Negi [Frazione di Perinaldo (IM)], sino a San Faustino [Molini di Triora (IM)] in valle Argentina. Nuova vita partigiana! Paolo Pollastro Loi, testimonianza raccolta da Don Nino Allaria Olivieri in Ventimiglia partigiana… in città, sui monti, nei lager 1943-1945, a cura del Comune di Ventimiglia, Tipolitografia Stalla, Albenga, 1999

[Sergio Sergio Marcenaro, all’epoca quattordicenne staffetta partigiana, nonché fratello del già citato Girò, precisa che lo zio materno Alipio per quella frase, riportata qui sopra da Dorgia, era stato condannato a cinque anni di confino. Ne fece poco più di tre, perché avendo dato prova pratica nel luogo di isolamento di essere un valido agricoltore del ponente ligure, il graduato fascista, che gli aveva già concesso la possibilità di lavorare, aveva altresì intercesso a quel punto per una riduzione della sua pena. Ma il suo nome era rimasto segnato e, come già rammentato, venne qualche anno dopo trucidato a Badalucco (IM) come ostaggio in una rappresaglia nazifascista].

Un amico dei partigiani di Bordighera, non ricordo chi fosse, mise a disposizione gratuitamente due bare, una per mio fratello [Alberto Nino Guglielmi, del Gruppo Sbarchi] e l’altra per Alipio Amalberti, trucidato a Badalucco. Insieme a Ezio Amalberti, andammo [fine aprile-inizio maggio 1945] a Baiardo passando da Apricale. […] L’indomani mattina ritornò Ezio con la bara di Alipio. Ritornammo a Vallecrosia scendendo da Ceriana con quel triste carico. Al nostro passaggio la gente si segnava commossa. Il ponte danneggiato lungo la strada era stato reso parzialmente agibile con assi di fortuna. Alcuni uomini impietositi si levarono il cappello e ci aiutarono nel difficile passaggio del ponte. Arrivammo a Vallecrosia in serata ma ci aspettavano in tanti. Venne improvvisata una camera ardente nella sede del PCI. […] L’indomani i feretri furono portati in chiesa per la cerimonia religiosa (per evitare ulteriori problemi mio padre, prima di entrare, tolse le bandiere rosse che coprivano le bare) e quindi seppelliti nel cimitero di Vallecrosia alla presenza di tutti i partigiani e di tanta, tanta gente. […] testimonianza di Emilia Guglielmi in Giuseppe Mac Fiorucci, Op. cit.

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